Il referendum che divide il Paese

La Svizzera vuole limitare la popolazione a 10 milioni... ma se si supera il limite?

L'iniziativa obbligherebbe governo e Parlamento a interrompere il trattato di libera circolazione con l'Ue e chiudere le frontiere rigidamente

14 Mag 2026 - 17:38
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 © Istockphoto

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Il 14 giugno la Svizzera andrà alle urne. Non per rinnovare il governo o il parlamento, ma per decidere se mettere un tetto rigido alla popolazione: al massimo 10 milioni di persone. Si tratta di una misura di iniziativa popolare che cavalca il timore secondo cui l'aumento dei residenti stia facendo schizzare alle stelle gli affitti e stia gravando sull'infrastruttura e i servizi pubblici. Stando alle ultime rilevazioni dei sondaggi, avrebbe diviso letteralmente a metà il Paese: il 47% contro, il 47% pro e una piccola porzione di indecisi. Ma cosa succederebbe se la popolazione raggiungesse effettivamente i 10 milioni, nessuno lo sa. 

Il "tetto morbido" a 9,5 milioni

 Il tetto fissato a 10 milioni, a dirla tutta, sarebbe in realtà anticipato da un "tetto morbido" a 9,5 milioni (attualmente il Paese elvetico conta 9,1 milioni di abitanti). Si tratterebbe di una sorta di "freno d'emergenza" che farebbe scattare una serie di misure. Tra queste un irrigidimento delle regole per concedere l'asilo ai rifugiati, limitazioni ai ricongiungimenti familiari e - addirittura - la rinegoziazione di alcuni trattati siglati con l'Unione europea, tra cui quello per la libera circolazione delle persone. La Svizzera, in questa ipotesi, dovrebbe comunicare a Bruxelles di non essere più in grado di garantirlo. 

Le opzioni in caso di raggiungimento di 10 milioni

 "Cosa accadrà concretamente quando raggiungeremo i 10 milioni di abitanti? Quando arriverà una persona, un'altra dovrà andarsene?", è questa la domanda martellante che anche il ministro della Giustizia elvetico, Beat Jans, ha sollevato. Al momento una certezza non c'è, circola solo qualche ipotesi. A partire dalla chiusura rigida dei confini, ponendo fine all'accordo di libera circolazione con l'Ue - in vigore da giugno 2002 - e dunque impattando direttamente anche migliaia di italiani transfrontalieri. Ci potrebbe un cosiddetto "ritorno alle quote", che imporrebbe a Berna di garantire l'accesso al Paese solo a pochissimi stranieri previa emissione di "permessi speciali" e centellinati. Favorendo ovviamente gli specialisti di alto valore (come medici o talenti tecnologici di alto livello) rispetto alla manodopera generica.

Il "modello australiano" e il sistema classifica

 L'ipotesi "estrema" sarebbe l'adozione del cosiddetto "modello australiano". Si tratta, come ha proposto il principale partito svizzero Udc, si creare un vero e proprio ranking tra chi chiede di entrare in Svizzera. Le persone verrebbero valutate in base alle proprie competenze, alla conoscenza della lingua e all'età. Da questi si stilerebbe una classifica per decidere, setacciando i nomi, chi avrebbe diritto di superare la frontiera e chi verrebbe rimbalzato.

Le alternative del fronte per il no

 Il governo svizzero e la maggior parte degli altri partiti politici, così come le grandi imprese, stanno promuovendo invece una soluzione alternativa. Si baserebbe su una forte integrazione economica tramite un pacchetto di "Accordi bilaterali bis" negoziati già con Bruxelles a fine 2025 per rafforzare la produzione svizzera e il suo inserimento nel panorama europeo. Ma anche sulla messa in moto di strumenti già in mano a Berna, come il "Stellenmeldepflicht" cioè quella misura che obbliga le aziende a pubblicizzare i posti di lavoro prima ai cittadini elvetici. In ogni caso, che vinca il sì o il no, entrambi gli schieramenti concordano sulla necessità di individuare un metodo più selettivo, in particolare per quanto riguarda i cittadini extra-Ue. 

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