Ketziot, il carcere più duro d'Israele raccontato da chi lo ha vissuto: "È un campo di tortura"
Il ministro Ben Gvir avrebbe voluto introdurre i coccodrilli, ma il tribunale glielo ha vietato: "Puro folklore, è già un inferno così com'è"
di Fabio Beretta© Tgcom24
"Ketziot? Non servono i coccodrilli, è già un campo di tortura così com'è". A dirlo, anzi a raccontarlo, è Francesco Nava, 31 anni, attivista pro Gaza che lo scorso maggio, insieme a molti altri membri della Global Sumud Flotilla, era stato arrestato e condotto proprio nel carcere di Ketziot, in Israele, considerato il più grande (e rigido) centro di detenzione del Paese. Lo stesso attorno a cui, nei giorni scorsi, il ministro della Sicurezza, Itama Ben Gvir, aveva chiesto di introdurre gli alligatori con l'obiettivo di "rafforzare la deterrenza" e "scoraggiare possibili evasioni". Un progetto che però è stato bloccato con apposita ordinanza dal Tribunale distrettuale di Gerusalemme. Ma cos'è davvero Ketziot? Tgcom24 lo ha chiesto a chi lo ha visto con i propri occhi e vissuto sulla propria pelle. Come Francesco.
Come sei arrivato a Ketziot?
Inizio con il dire che a Ketziot ci sono stato per poco meno di 24 ore, ma quello che ho visto e vissuto è solo una minima parte di quello che vivono ogni giorno i palestinesi. Qui ci sono arrivato dopo essere stato sbarcato al porto di Ashdod, in seguito all'abbordaggio delle nostre imbarcazioni durante il tentativo di raggiungere le coste della Palestina nel mese di maggio insieme alla Flotilla. Ci sono arrivato a bordo di un furgone blindato, ammanettato mani e piedi, senza aver ricevuto alcuna accusa formale e dopo una serie di vessazioni ricevute per i due giorni precedenti. Una volta sceso dal mezzo c'erano dei cani che ci venivano aizzati contro: una pressione psicologica e fisica senza senso, perché eravamo ammanettati, inermi e senza alcuna accusa. Una tortura priva di qualsiasi reale motivo. Come se poi potesse esisterne davvero uno.
Com'è stata l'accoglienza, se così può essere definita?
Ho assistito a continue violenze e umiliazioni, soprattutto nei confronti dei più deboli e dei più anziani. Una volta sceso dal blindato, sono stato preso da una poliziotta e trascinato in una stanza con dei militari. Qui uno di loro ci gridava "Welcome to hell", ovvero "Benvenuti all'inferno". Perché questo è veramente Ketziot: un inferno. Sono stato spogliato, costretto a fare degli esercizi fisici per il loro puro divertimento. E poi mi hanno dato i vestiti del carcere.
Poi la notte: come l'hai vissuta?
Per tutta la notte abbiamo subito vessazioni di ogni genere. Ci spostavano in continuazione, di stanza in stanza, al solo scopo di disorientarci completamente. Noi ovviamente non potevamo fare nulla per reagire, nemmeno alzare la testa, altrimenti erano botte e colpi.
Quante persone hanno condiviso la cella insieme a te?
Mi sono ritrovato in celle con altre 14/15 persone, rigorosamente in piedi perché non c'era spazio sufficiente per tutti. Oppure c'era anche questa grande gabbia, all'aperto, dove ricordo di aver trovato alcune persone che avevo conosciuto giorni prima e che in quel frangente ho visto completamente annientate nello spirito.
Come sono state le condizioni della detenzione?
Sono state 24 ore atroci, durante le quali non abbiamo mai ricevuto né cibo né acqua, tanto meno abbiamo avuto la possibilità di usare i servizi igienici. Ricordo poi che sulle pareti delle stanze c'erano dei poster giganti con le immagini di Gaza distrutta con le scritte "La nuova Gaza". Oppure anche dei televisori che trasmettevano di continuo video di uccisioni di persone. Anche queste provocazioni, torture psicologiche utilizzate nei confronti dei prigionieri palestinesi.
I prigionieri palestinesi subiscono la stessa sorte?
Per loro è un campo di concentramento, o quanto meno di tortura. E lo dico da cittadino italiano, rimasto in carcere per nemmeno 24 ore. Ben Gvir stesso dice che quando va "in visita" ci sono prigionieri che si urinano addosso. Ma perché sono costantemente torturati. Durante la nostra detenzione abbia avuto la possibilità di vedere, per qualche secondo, alcuni avvocati di Adalah, un movimento di cittadini israeliani che lotta ogni giorno per i diritti dei palestinesi. Ma quando i prigionieri palestinesi, nelle pochissime volte che viene loro concesso, si incontrano con questi legali, dopo subiscono torture ancora peggiori. E quindi a un certo punto non vogliono più vedere nessuno, perché sanno che dopo subiranno infinite torture. Anche questo è un modo per annientare mentalmente queste persone, che finiscono quasi sempre in carcere, dopo essere stati prese dalle loro abitazioni, senza alcuna motivazione.
In questo contesto avrebbero voluto inserire anche i coccodrilli.
I coccodrilli non servono a nulla, perché e già un inferno così com'è. Lì dentro torturano le persone, che non hanno la possibilità di spostarsi di mezzo metro, figuriamoci se esiste davvero una minima possibilità di fuggire. Parliamo di un carcere sorvegliato in ogni centimetro da militari e poliziotti, dove i prigionieri sono annichiliti e non esiste alcun pericolo di evasione. La decisione del tribunale di bloccare tutto è puro folklore, perché è come se si volesse dimostrare che c'è una reale opposizione a Ben Gvir. Ma non è così. E nessuno dei ministri fa mistero di questa realtà. Anzi, per uno come Ben Gvir, questa struttura è un vanto. E i video che lui stesso pubblica sui suoi social lo dimostrano.
Ma secondo te, Ketziot è un caso isolato?
Oggi si stimano circa 9800 palestinesi nelle carceri israeliane, quasi tutti senza accusa. Nessuno parla di loro, sono dei desaparecidos. Semplicemente vengono presi e fatti sparire in queste prigioni. Io, così come tanti altri attivisti, sono stato all’inferno: ma gli orrori che noi abbiamo vissuto per un giorno, per i palestinesi sono la quotidianità.
