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Elezioni in Iran, ecco chi sono i candidati alla successione di Rohani

Le elezioni presidenziali vedono favorito l'esponente conservatore Ebrahim Raisi, ben visto dall'Ayatollah Khamenei. Poche le chances per l'ala moderata rappresentata da Hemmati

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Il 18 giugno in Iran si terranno le elezioni presidenziali per eleggere il successore di Hassan Rohani. I sondaggi, in un clima di astensione generale, vedono favorito con il 60% delle potenziali preferenze Ebrahim Raisi, esponente conservatore già a capo della Giustizia. Tra gli altri cinque candidati, dopo il ritiro del riformista Mehralizadeh, l’ala moderata è rappresentata dal solo Abdolnaser Hemmati.

La speranza dei moderati - L' ex governatore della Banca centrale dell’Iran e già vice presidente della radiotelevisione statale, Abdolnaser Hemmati, è dunque l'unico candidato per gli elettori che non sostengono il conservatorismo islamico tipico del regime. Tuttavia, secondo gli osservatori, l'economista ha ben poche possibilità di vincere le elezioni, con gli ultimi sondaggi che gli affidano il 4% dei voti.

 

Il nodo nucleare - Hemmati, nel presentarsi ai media come candidato moderato, ha sostenuto l'importanza di raggiungere un accordo sul nucleare con l'Occidente, sempre "nel quadro dell'interesse nazionale" dell'Iran, ma anche per "costruire la fiducia" con gli Stati Uniti, dopo oltre 40 anni di assenza di rapporti. A differenza di Hemmati, tutti gli altri candidati ancora in corsa fanno parte del movimento dei conservatori, fermamente convinti della necessità di espandere il programma nucleare, al centro degli scontri con l'Occidente, e contrari al dialogo con gli Usa.

 

Il candidato numero uno è un magistrato - Secondo i sondaggi il grande favorito resta Ebrahim Raisi, giudice conservatore, fedele ai principi religiosi della Repubblica islamica iraniana. Il candidato premier, dopo essere stato sconfitto proprio da Rohani alle passate elezioni, ha rivestito la carica di capo della magistratura. In Iran Raisi è noto anche per il ruolo svolto all'interno del tribunale rivoluzionario, istituito dopo la rivoluzione del 1979, che nel 1988 condannò a morte diversi oppositori del regime.

 

Fedele al regime - Il giudice è considerato favorito soprattutto perché in linea con l'ideologia dell'Ayatollah Khamenei. Quest'ultimo, in qualità di Guida suprema dell'Iran, ha il potere di supervisionare la corretta esecuzione delle politiche persiane ed influire sul Consiglio dei guardiani, istituzione in grado di selezionare gli aspiranti presidenti della Repubblica islamica.

 

L'identikit del buon candidato - Infatti, la Costituzione detta i requisiti neccessari per ambire alla carica, tra cui spicca l'essere un iraniano affidabile e credente nei principi della Repubblica e nell' Islam. Queste qualità vengono vagliate dal Consiglio, il cui giudizio ha suscitato numerose polemiche, in seguito all'esclusione di alcuni candidati autorevoli per competere con Raisi.

 

L'eredità di Hassan Rohani - Chi spesso si trova in conflitto con le idee dell'Ayatollah è invece il leader uscente, Hassan Rohani, eletto presidente per la prima volta nel 2013. La costituzione iraniana ne vieta la ricandidatura per ottenere il terzo mandato consecutivo. E proprio sull'esito delle prossime elezioni sembra pesare la recente esperienza governativa dei moderati.

 

L'avvicinamento all'Occidente - Nella politica iraniana, un alto grado di importanza è attribuito al rapporto con gli Stati Uniti, e Rohani, ha saputo farsi apprezzare dai propri elettori puntando sulla distensione delle relazioni con l'Occidente. Il suo primo mandato, infatti, è coinciso con il secondo incarico di Barack Obama alla guida degli Stati Uniti (2013 - 2017). In quel frangente, le relazioni tra Iran e Stati Uniti sono migliorate fino a giungere all'accordo sul nucleare del 2015.

 

I difficili rapporti con i repubblicani -Tuttavia, una volta terminata l'era Obama, con l'avvento di Donald Trump, la Casa Bianca ha cambiato strategia, puntando ad isolare l'Iran nel contesto mediorientale. La strategia del repubblicano, era basata sulla distensione dei rapporti con l'Arabia Saudita di Mohammed Bin Slman e sul favorire Israele, grazie agli Accordi di Abramo del 2020, nel stringere relazioni con Paesi arabi che storicamente gli erano ostili, come Emirati Arabi Uniti e Bahrein.

 

Un Paese in difficoltà -Inoltre, la reintroduzione e l'inasprimento delle sanzioni statunitensi nei confronti dell'Iran, hanno portato il Paese ad una grave crisi economica, caratterizzata da inflazione e disoccupazione in crescita costante. Tutto ciò, ha portato alla vittoria schiacciante dei conservatori e all'astensione record delle elezioni parlamentari del febbraio 2020, scenario che con ogni probabilità si ripeterà alle presidenziali del 18 giugno.

 

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