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Brexit, il Parlamento vota un altro rinvio | Johnson cede e chiede una proroga all'Ue

"La richiesta di estensione è arrivata. Comincerò a consultare i leader Ue su come reagire", ha spiegato il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk

Londra, torna in piazza il popolo anti-Brexit: "Siamo un milione"

Torna in piazza il popolo anti-Brexit a Londra, con una fiumana di persone in marcia nel cuore della capitale britannica per la People's Vote March: la terza grande manifestazione di massa organizzata in questi mesi per invocare un secondo referendum sull'uscita dall'Ue. Il raduno appare colorato, fra slogan, cartelli, bandiere britanniche e dell'Ue e vessilli di partito. Gente di ogni età e d'estrazione varia si è radunata a Park Lane, vicino ad Hyde Park, per poi muoversi in corteo verso Parliament Square. Gli organizzatori affermano di aver portato in piazza "un milione di persone".

Una trappola parlamentare tesa al momento giusto, ennesimo episodio della faida in casa Tory, ferma di nuovo la Brexit. Il Parlamento britannico, riunito di sabato, ha approvato l'emendamento Letwin che rinvia il "voto significativo" sull'accordo tra Johnson e Ue sul divorzio dall'Ue a dopo l'approvazione della legge attuativa dell'intesa.  In tarda serata il premier si arrende e chiede una proroga inviando una lettera non firmata a Tusk.

Con la missiva non firmata, Boris Johnson lascia intendere d'essere costretto a chiedere il rinvio per la legge varata dai suoi oppositori ma di non ritenerlo necessario. 

 

Le tre lettere inglesi - In effetti i testi inviati a Donald Tusk da Londra sono tre, come precisa Downing Street. Una lettera non firmata del premier, molto sintetica, in cui viene chiesta la proroga. Una dell'ambasciatore britannico all'Ue, Tim Barrow, in cui si precisa che la richiesta è legata a un obbligo di legge a causa dell'approvazione del Benn Act nel Parlamento di Westminster. E una terza firmata da Johnson nella quale il primo ministro argomenta sulla non necessità del rinvio della Brexit oltre il 31 ottobre, sottolineando come il suo governo non lo ritenga una soluzione in linea né con gli interessi di Londra, né con quelli di Bruxelles e dei 27, né con quelli della democrazia e dell'obbligo di rispettare la volontà popolare espressa nel risultato del referendum del 2016.

 

La soluzione trovata rischia di esporre comunque Johnson al rischio di ricorsi in tribunale da parte delle opposizioni e di attivisti pro Remain, poiché il Benn Act prevede che la proroga venga chiesta in buona fede e senza tentativi di boicottarne gli scopi o di spingere l'Ue a rigettare l'istanza. 

 

Tusk: "Ora consulterò i leader Ue" - "La richiesta di estensione è arrivata. Comincerò a consultare i leader Ue su come reagire", ha quindi twittato il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk confermando di aver ricevuto la lettera del premier britannico.

 

Contrordine a Westminster - Il voto decisivo tanto atteso sul "Boris deal" salta. E il muro contro muro fra Parlamento e governo fa riprecipitare la situazione nel caos e nell'incertezza. Il tutto a causa di un emendamento partorito dall'inesauribile repertorio di cavilli regolamentari di Sir Oliver Letwin, conservatore pro Remain espulso di recente dal gruppo per aver rotto con la linea di Johnson. Un collezionista di poltrone di scuola thatcheriana, improbabile come pochi altri nei panni del ribelle, e disponibile in effetti ad appoggiare l'accordo sulla Brexit del primo ministro.

 

Ma non subito. E' stato lui a promuovere l'iniziativa - appoggiata da altri dissidenti Tory, oltre che dalla quasi totalità delle opposizioni e dagli unionisti nordirlandesi del Dup - che ha fatto saltare il banco. Un emendamento, appunto, concepito per far slittare la resa dei conti sull'accordo sulla Brexit fino all'approvazione di tutta la legislazione connessa, quindi verosimilmente oltre la scadenza del 31 ottobre promessa da Johnson. Un emendamento passato alla fine con 322 voti contro 306.

 

I motivi dell'ennesimo stop - Letwin e soci hanno motivato il colpo di freno con la necessità di garantirsi dal timore che il "no deal" potesse rientrare dalla finestra, in caso d'intoppi alle leggi allegate. Johnson ha viceversa interpretato la manovra come uno sgambetto, l'ennesima operazione dilatoria. E ha risposto a muso duro. L'accordo, ha fatto sapere, tornerà in aula lunedì, in contemporanea con la calendarizzazione, ma non certo con l'approvazione di tutto il pacchetto legislativo previsto per il recesso dall'Ue.

 

La risposta dell'Europa - Da Bruxelles e dalle capitali europee le reazioni appaiono d'altronde di attesa, ma sconcertate. Con tanto di minaccia esplicita di veto sull'eventuale proroga da parte della Francia di Emmanuel Macron, in barba al fuoco di sbarramento delle opposizioni britanniche contro Johnson. "Il primo ministro deve rispettare la legge", ha ammonito il leader laburista Jeremy Corbyn, respingendo "il ricatto" da "prendere o lasciare" sull'accordo congelato: un accordo definito "eccellente" da BoJo e giudicato viceversa dal compagno Jeremy "una sciagura per il futuro dell'economia, delle giovani generazioni, dei diritti dei lavoratori del Regno". Sulla stessa linea, la LibDem Jo Swinson e l'indipendentista scozzese Ian Blackford, secondo cui Johnson "non e' al di sopra della legge" e potrebbe essere trascinato a questo punto "in tribunale".

 

La marcia contro la Brexit - Sullo sfondo, a incoraggiare il fronte anti-Boris, è la nuova marcia del popolo pro Remain che oggi stesso ha portato in piazza a Londra decine di migliaia di persone (un milione, a dar credito alle stime degli organizzatori del movimento People's Vote) per invocare un secondo referendum. Anche se in realtà proprio i numeri dell'emendamento Letwin - contando i 18 Tory o ex Tory che l'hanno appoggiato o si sono astenuti assicurando di essere comunque favorevoli al "Boris deal" - lasciano intendere che il via libera alla Brexit targata Johnson potrebbe essere soltanto un appuntamento ritardato. E ritardato di poco. 

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