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26.9.2013

Aids e incinta, il calvario di una sex jihadista

Lamia ha avuto decine di rapporti con i ribelli siriani: "Sono stata picchiata, hanno abusato del mio corpo e mi hanno costretta a fare cose che contraddicono il senso del valore umano”

13:15 - Dopo le recenti dichiarazioni del ministro degli Interni tunisino sulla cosiddetta jihad sessuale tenutasi in Siria, nei giorni scorsi il giornale tunisino Al Sharaouk ha messo in luce l’orribile esperienza di una delle ragazze che hanno donato il proprio corpo ai combattenti siriani in nome di un ideale. Adesso, pentita, ha scoperto di essere incinta e che sia lei che il feto hanno l'Aids.

Queste storie sono comparse sulla stampa a maggio quando il sito Masrawy.com ha pubblicato un video con un’intervista ad una ragazza: nel filmato si parlava di giovani tunisine che sottolineavano l’importanza della pietà e dell'indossare il velo. E ancora di più: si esaltava il viaggio in Siria per aiutare i jihadisti a “combattere e uccidere gli infedeli”, aggiungendo che le donne che muoiono per la causa diventano martiri e possono ambire al paradiso eterno.

La storia di Lamia
Adesso la testimonianza diretta. Lei si chiama Lamia e ha 19 anni. Mentre era in Siria ha avuto rapporti sessuali con i ribelli e  ricorda di aver dormito con pachistani, afghani, libici, tunisini, iracheni, somali e sauditi, sempre nel contesto del “sex jihad”.

Secondo i giornalisti di Al Sharaouk, la giovane ha iniziato questa pratica nel 2011 dopo essersi avvicinata al fondamentalismo religioso. Così la giovane ha prima indossato il tipico velo islamico e poi si è convinta che uscire in pubblico fosse un peccato. Poi Lamia ha creduto anche che una donna può partecipare al jihad per eliminare i nemici dell’Islam trasformando "il proprio corpo in un oggetto ricreativo per i combattenti che ne diventano così proprietari". 

Il campeggio sessuale
Certa delle sue convinzioni, Lamia è stata in Libia, Turchia e in Siria. Lì ha conosciuto molte donne "residenti" in un ospedale trasformato in campeggio. Il centro era guidato da un uomo tunisino conosciuto come l’emiro anche se,secondo lei,  il vero comandante era uno yemenita, leader del gruppo di jihadisti “Battaglione di Omar”. Lui ha posseduto per prima Lamia. La donna ha presto capito che la realtà era diversa dagli ideali. Così, umiliata e ferita, è tornata a casa.

Adesso la ragazza non ricorda con quanti uomini ha avuto rapporti sessuali e che tutto ciò che ricorda è di essere stata picchiata, abusata e costretta a fare cose che “contraddicono il senso del valore umano”. Non solo: la tunisina parla di aver incontrato molte donne vittime di tortura: una è morta nel tentativo di fuggire.

Lamia è stata visitata da un dottore che ha scoperto che la donna è incinta di 5 mesi. Entrambi, la mamma e il feto hanno contratto l'Aids

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