Una mostra che ripercorre uno dei decenni più controversi e importanti del XX secolo dal punto di vista artistico.
Dal 17 ottobre 2009 al 14 febbraio 2010, il Serrone della Villa Reale e lArengario di Monza, ospitano infatti GLI ANNI 80. Il trionfo della pittura. Da Schifano a Basquiat, unesposizione che attraverso 100 opere di grandi e grandissime dimensioni, esplora quegli anni che portarono a un radicale mutamento nel concetto di Arte, con la cosiddetta fine delle avanguardie, con la riscoperta della pittura, e con il grande cambiamento dellintero sistema artistico.
Curata da Marco Meneguzzo, promossa dal Comune di Monza, col patrocinio della Provincia di Monza e Brianza, liniziativa presenta i lavori, dei suoi più importanti protagonisti italiani e internazionali, da Schifano a Ontani, da Schnabel ad Haring, da Paladino a Lupertz, da Barcelò a Basquiat, da Disler a Chia, a molti altri ancora.
Il percorso espositivo analizza i principali movimenti di quel periodo e le più conosciute individualità, dalla Transavanguardia italiana ai Nuovi Selvaggi tedeschi, dai graffitisti statunitensi alla Young British Sculpture, dagli Anacronisti ancora italiani alla Figuration Libre francese: circa cinquanta artisti - da Mario Schifano a Mimmo Paladino, Da Francesco Clemente a Luigi Ontani, da Georg Baselitz a Markus Lupertz, da Anselm Kiefer a Helmut Middendorf, da Keith Haring a Jean Michel Basquiat, da Peter Halley a Julian Schnabel, da Miqurel Barcelò a Anish Kapoor a Tony Cragg - rappresentano infatti quel discusso periodo attraverso quell'esplosione di colore e di vitalità che furono la pittura e la scultura di quegli anni, che per alcuni simboleggia il riflusso edonistico di quel decennio, per altri il ritorno in forze dell'espressività più autentica e immediata.
Inoltre, accanto a questo cuore dedicato allarte, lidea è quella di esaminare tutti i rivolgimenti linguistici, sociali e anche politici che hanno fatto di quel decennio un periodo cruciale per la nostra storia e per la storia del mondo
Catalogo Silvana editoriale.
Gli anni Ottanta: una prospettiva italiana
A partire dallestate 1982, per almeno quattro anni, ogniqualvolta si consegnava il passaporto italiano a un posto di frontiera, ci si sentiva chiedere italiano? e alla nostra risposta affermativa, linterlocutore replicava Paolo Rossi!: avevamo vinto il campionato del mondo di calcio, in Spagna, ed eravamo sulla cresta dellonda.
Era accaduto tutto improvvisamente, allincirca due/tre anni prima: il modo italiano di vivere era sembrato appetibile, invidiabile, ben equilibrato, finanche elegante, e il merito di tutto questo era stato di una serie di circostanze favorevoli, tutte ben connesse tra di loro. La moda (!), la cucina, il design, larte, persino larchitettura (in un Paese dove non si costruisce e non si costruiva nulla) avevano sconfitto le Brigate Rosse e le derive rivoluzionarie e terroristiche degli anni Settanta, almeno nellimmaginario del resto del mondo che solo pochi anni prima aveva visto lItalia sullorlo del baratro: non era stata la classe operaia allora ancora esistente -, la coesione finale delle forze politiche, la sostanziale tenuta democratica delle istituzioni a battere il terrorismo (si ricordi che il sequestro e lassassinio di Aldo Moro avvenne ancora nel 1978, e che la strage di Bologna è dellagosto 1980, cioè vicinissimi al decennio delleuforia
), ma leffimero, o almeno quello che allora si considerava tale, e che poi è divenuto la prima industria del Paese.
Senza volerlo e senza saperlo, eravamo diventati il laboratorio di prova su scala nazionale dei nuovi assetti proposti dallo sviluppo delle società occidentali, per di più con laggiunta di una serie di vaccinazioni contro gli ultimi colpi di coda in Occidente della Guerra Fredda, declinante retaggio dei decenni precedenti, ma ancora attiva soprattutto nelle sue variabili impazzite. Inoltre, eravamo un Paese di frontiera, con le truppe dellImpero del Male (così Ronald Reagan, presidente USA dal 1980 al 1988, aveva definito il blocco sovietico) alle porte. In pratica, lincarnazione perfetta di una società postmoderna, nella sua primissima versione, nel momento di transizione, cioè, tra Modernità e Postmodernità. Spiace usare questi paragoni, data la tragicità degli avvenimenti, ma si tratta di esempi a nostro avviso calzanti, per percepire intuitivamente la differenza tra luna e laltra delle condizioni esistenziali vissute dalla società italiana di allora: la già citata strage di Bologna del 1980 è un avvenimento che appartiene ancora alla Modernità e ai suoi progetti, labbattimento del DC9 dellItavia sul cielo di Ustica, con la sua insensatezza da videogame ante litteram, è invece un accadimento postmoderno
In una società dellapparire (dello spettacolo, laveva definita Guy Debord, ma nel 1968
), dove anche la politica mostrava una certa nuova aggressività mediatica con i governi Craxi, tutto ciò che fino a poco prima era definito con una nota di disprezzo sovrastrutturale diventava improvvisamente lasse portante del rinnovamento sociale: limmagine, la percezione che si dà di sé e del proprio mondo, la sensazione delle cose sono elementi più sfumati della cosa, di sé, della realtà, ma sono anche molto più immediatamente visibili, e se vengono per così dire sdoganati dalla loro minorità, dal loro essere elementi sovrastrutturali, superficiali, catturano la scena senza dover rimandare a qualcosa che sia, come prima, più reale, più profondo, più vero. Si stabilisce così lequivalenza tra immagine e cosa, tra percezione e realtà, tra efficacia e verità, relazioni esaltate nella prima fase postmoderna, quella ideologicamente più virulenta, che coincide allincirca con gli anni Ottanta.
In questo macrocontesto culturale, la posizione italiana risultava favorita. Favorita dalla qualità della sua produzione culturale latamente intesa: la moda, in tal senso, è cultura a tutti gli effetti tutta incentrata sul superfluo, dalla sua situazione storica, in fondo uscita dignitosamente dalla più acuta crisi sociopolitica del dopoguerra, dalla capacità di assorbire intuitivamente le novità, dalla condizione intellettuale che nel XX secolo ha vissuto del contrasto tra tradizione e avanguardia, e che quindi possedeva gli strumenti di analisi linguistica, dalla posizione geopoliticamente strategica, al confine tra i due blocchi Est/Ovest, ma ormai stabilmente schierata da una parte, tanto da poterne diventare una sorta di vetrina, di dimostrazione su scala internazionale delle capacità di sviluppo, di resistenza e di benessere del modello occidentale.
Cera di che avere tutti gli occhi addosso. E se a questo si aggiunge la circostanza fortunata che in quel momento tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta in Italia si produce quel tipo di cultura che rappresenta non solo il nuovo, un nuovo stile, ma addirittura un nuovo modo di pensare o, meglio, di guardare il mondo e di viverlo, si comprenderà come lItalia sia stata per un breve, intensissimo periodo tra il 1980 e il 1986, allincirca -, il crocevia del mondo, e come il mondo possa essere stato visto da un prospettiva italiana, che di quel mondo costituiva lesperimento più nuovo. Dopo la moda fenomeno planetario e di massa -, e accanto al design, è larte fenomeno altrettanto planetario, ma délite a costituire limmagine dellItalia nel globo. Di fatto, linaspettato e strabiliante ritorno della pittura in tutte le culture artistiche del pianeta e il suo straordinario, immediato successo mondiale deve molto allarte italiana, ai suoi nuovi pittori soprattutto a quelli della cosiddetta Transavanguardia, teorizzata da Achille Bonito Oliva e nata attorno al 1978/79 - , alla qualità della proposta, al suo contenuto di novità, alla spregiudicatezza della sua diffusione, alla ricerca e alla scoperta di un nuovo mercato, di una nuova tribù di opinion maker, di un nuovo vasto pubblico popolare.
Accanto agli stilisti, sono gli artisti e spesso gli artisti italiani a conquistare le copertine dei settimanali più glamour (nei decenni precedenti erano state le star del cinema, negli anni Novanta saranno le top model), perché non solo larte è uscita dal ristretto cerchio dei conoscitori, ma proprio per questo sta diventando un vero e proprio business. Sono infatti gli anni Ottanta che determinano il boom dellarte contemporanea anche presso fasce di pubblico prima impensabili, e questo fatto innesca lo sviluppo rapidissimo del mercato, con un nuovo concetto di galleria darte e anche di museo: le gallerie diventano i set del jet set, le location di film, mentre i musei darte contemporanea diventano le nuove cattedrali. In questo quadro, le strutture italiane del sistema dellarte allinizio del decennio non sono lontanissime, quanto a organizzazione, grandezza, potenza economica, da quelle tedesche o statunitensi, tanto da costituire spesso dei pool con alcune di queste (fatto, questo, stigmatizzato dai detrattori della transavanguardia, che nellasse Germania-USA vedevano le prove delle costruzione artificiale, mercantile del gruppo), ma nel corso del decennio il gap strutturale si allarga, e alla fine degli Ottanta le gallerie tedesche e statunitensi hanno consolidato il loro potere, ingrandendosi sino ad assumere lo status di piccole/medie imprese, mentre le nostre non escono da un gestione ancora familiare o al massimo artigianale: linventiva e il dinamismo mostrato nei primi anni Ottanta, quando anche futuri importanti galleristi internazionali venivano a studiare il caso italiano, non si è concretizzato in strutture più aderenti alle nuove situazioni di mercato, quel mercato che lItalia aveva inizialmente contribuito a creare e a rinnovare.
In ogni caso, allaffermarsi di un nuovo modo di guardare il presente, corrisponde un nuovo modo di considerare il passato. In campo disciplinare, è grazie al successo della pittura italiana negli anni Ottanta, che si rivaluta la pittura italiana degli anni Venti e Trenta, e il Futurismo, tutti argomenti scomodi perché sino ad allora ritenuti collusi col regime fascista: al contrario, la capacità della pittura italiana di astrarre da quei grandi maestri forme e colori, soggetti e composizioni, e di riutilizzarli nei propri quadri ovviamente aggiornandoli - con quella disinvoltura trasversale (da cui Transavanguardia) ben definita come ideologia del traditore da Bonito Oliva, ha fatto scoprire la grandezza del Novecento italiano e del Futurismo, tanto da far definire il XX secolo come il secolo della pittura italiana. E pur vero che le definizioni passano con una rapidità indescrivibile (quanti matrimoni del secolo ci sono ogni anno?...), ma è anche vero che gli anni Ottanta sono stati gli ultimi anni in cui la cultura artistica è stata eurocentrica, dopo legemonia americana iniziata negli anni Sessanta e la spasmodica ricerca di nuovi confini planetari in Russia prima, dopo la caduta del comunismo, in Cina e in India poi, quando queste culture sono anche diventati mercati importanti a partire dagli anni Novanta, quando la vitale dicotomia mondiale si è spostata dallasse Est/Ovest a quello Nord/Sud.
Negli anni Ottanta tutto questo era prevedibile, ma non era ancora accaduto, e i confini del mondo passavano ancora per Trieste, per Sigonella e per la Kurfursterdamm di Berlino Ovest: Il mondo era più piccolo e lOccidente era molto più autoreferente, soprattutto culturalmente. Solo in questo frangente, e in presenza di un vuoto produttivo e di una parziale carenza dinventiva negli USA, che tra gli anni Settanta e Ottanta artisticamente non avevano prodotto nulla di significativo ( il Graffitismo è stata a nostro avviso una sorta di risposta alla pittura europea, ed è tra laltro sintomatico che la prima mostra personale di Jean Michel Basquiat sia stata allestita a Modena, nella galleria di Emilio Mazzoli), larte italiana ha potuto trovare spazio e ascolto negli Stati Uniti, vero punto dirradiamento di ogni nuova moda, di ogni nuovo stile.
Tuttavia, anche se il successo viene decretato negli USA, si può ugualmente parlare di prospettiva italiana per gli anni Ottanta. Pur tralasciando i fasti più noti del made in Italy (formula, tra laltro, coniata proprio in quegli anni),la cultura italiana alta, rappresentata allora solo dallarte ( e dalle Lezioni americane di Italo Calvino) ha permeato di sé tutte i linguaggi artistici europei e americani, se non altro per contrasto: ciò che si riconosceva alla cultura italiana di allora era la capacità di produrre qualcosa di assolutamente peculiare e di assolutamente universale ciò che ora si chiamerebbe glocal -, e per di più rispondente a uno stereotipo conosciuto e riconoscibile, come la tradizione, lartisticità, lestro, linvenzione, limprovvisazione, il bel gesto. La pittura italiana come la pizza, in un ambiente appena più colto... Dopo di allora, i confini si sono allontanati, la nuova frontiera si è spostata, e loceano che li collega al centro del potere non è più lAtlantico, ma il Pacifico.
MARCO MENEGUZZO
Curatore della mostra (dal catalogo Silvana Editoriale)
GLI ANNI 80.
Il trionfo della pittura. Da Schifano a Basquiat
Monza, Serrone della Villa Reale (Viale Brianza, 2) e Arengario (piazza Roma)
17 ottobre 2009 14 febbraio 2010
Orari: da martedì a domenica dalle 10.00 alle 18.00; lunedì chiuso
Ingresso: intero, 9 Euro; ridotto, 7 Euro; ridotto speciale scuole, 3 Euro.
Il biglietto dà diritto allingresso a entrambe le sedi
Catalogo: Silvana editoriale (pp. 328; Euro 29 in mostra - Euro 35 in libreria)
www.silvanaeditoriale.it
Sito internet: www.glianni80.it
Per informazioni: tel. 02 43353522; servizi@civita.it
Coordinamento organizzativo e promozione: CIVITA
Ufficio Stampa:
CLP Relazioni Pubbliche
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Serrone della Villa Reale
Viale Brianza, 2
Arengario
piazza Roma
Monza
