Simon Cracker. Il ritmo lento della moda consapevole
© Ufficio stampa
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Simone Botte è il fondatore del brand di abbigliamento upcycling che restituisce valore al tempo attraverso l’arte dell’ascolto
di Elena MisericordiaSimone Botte è il talentuoso fondatore del brand di abbigliamento Simon Cracker. Il designer romagnolo propone un nuovo modo di fare moda, più calmo, più attento e più umano, che si basa su un approccio lento e consapevole, a partire dal recupero di scarti industriali e di altri brand. Possiamo infatti parlare di un vero e proprio progetto etico di moda upcycling, che offre una seconda chance a capi dimenticati, tessuti deadstock e materiali di scarto. È così che la sostenibilità e l’economia circolare si contrappongono al vecchio modello di economia lineare.
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Attraverso questo processo di “riutilizzo creativo” vengono creati articoli di valore superiore, utilizzando materiali già esistenti e sfidando il concetto di fast fashion. Vecchi abiti, scampoli di tessuto o anche oggetti non convenzionali, come ad esempio tende e tappezzerie, vengono trasformati in nuovi capi, senza però alterarne la forma originale.
Nell'era della moda veloce e del repentino cambiamento delle tendenze, Simon Cracker avverte l’esigenza di rallentare, osservare, fermarsi ad ascoltare. La lentezza torna a essere interpretata come un valore, così come lo sguardo verso il passato, il vintage e tutti quei capi che non hanno una data di scadenza.
Gli abiti sono concepiti senza confini stagionali o di genere, per esistere al di fuori dei cicli di vita prestabiliti, privilegiando l’individualità sugli stereotipi.
La collezione “SLOW – In silenzio, ascolta” | Capitolo 1, che ha sfilato lo scorso 18 gennaio presso Fondazione Sozzani, risponde all’esigenza dei nostri giorni di affrontare il corpo e le sue forme con volumi nuovi. La diversità delle silhouette viene avvolta dai codici stilistici di Simon Cracker.
L’abbigliamento maschile classico viene trasformato e progressivamente destrutturato attraverso un linguaggio aperto, libero e irresponsabile. Parola d’ordine: “ascoltare”. Perché il lavoro del designer non si consuma in dieci minuti di attenzione sui social, ma è un lavoro reale e concreto, frutto di mesi di ricerca, di tentativi, errori, intuizioni, che richiedono tempo e dedizione.
La moda è ciò che vive quando si spengono le luci dei riflettori e che va avanti, oltre lo show.
Chi è Simone Botte? Quali sono le tue origini e qual è stato il tuo percorso di formazione?
Sono nato a Cesena nel 1985, da mamma creativa e papà poliziotto. Ho studiato grafica pubblicitaria ma, lavorando come texture designer in un’azienda di moda, ho iniziato a sperimentare. Nei vestiti manipolati con inchiostri e tinture, ho trovato il mio modo di comunicare quello che sento e la Romagna che mi ha cresciuto.
Quando e com’è nato il brand Simon Cracker? Come mai la scelta di questo nome?
Simon Cracker nasce nel 2010. Dopo aver vissuto alcuni mesi a Londra, sono tornato in Italia con le idee chiare e con questo nome. Simon perché fin da piccolo tutti mi chiamavano così, per Simon Le Bon; Cracker invece viene dal rumore di qualcosa che si rompe, il “distruttore”.
Quali sono le cifre stilistico-distintive delle tue creazioni?
Tutti parlano del “non finito”, che sicuramente c’è. Quello che mi interessa è far vedere, a volte, la struttura intricata sotto gli strati di tessuto di una giacca, che può diventare quasi un disegno. Fin da piccolo sono stato colpito anche dal modo in cui le mie zie si facevano belle, descrivendo sempre ciò che indossavano, raccontandone la storia e motivando ogni scelta. Questi sono diventati ingredienti essenziali di ciò che creo: un capo non è interessante se non ha una storia e se non incuriosisce chi lo guarda.
Simon Cracker. Non solo un brand ma un piccolo movimento che propone un modo nuovo e alternativo di fare moda. In che senso?
Tra tanti designer che creano da zero, io prendo ciò che gli altri scartano, distruggo e, dalle macerie, ricreo. Dò una seconda o una terza possibilità a materiali provenienti da deadstock, tappezzeria e da aziende che non appartengono solo al mondo dell’abbigliamento.
Possiamo parlare di un progetto di moda upcycling non come tendenza ma come scelta etica?
Non potrei agire diversamente. Tutto nasce da un fastidio: quando sento che un’azienda smaltisce materiale che potrebbe essere reinterpretato, non solo da me ma anche da altri creativi sensibili allo spreco, soffro davvero. Non mi interessa fare notizia come molti grandi brand che usano la parola sostenibilità come un tag o un trend. Io urlo e scalpito dentro, perché faccio davvero upcycling e mi sudo ogni giorno il fatto di esistere in questo sistema moda. Ringrazio per tutto ciò che mi viene riconosciuto.
Lo scorso 18 gennaio presso Fondazione Sozzani si è svolta la sfilata di Simon Cracker “SLOW – In silenzio, ascolta”. Che importanza assumono l’ascolto e la riflessione a ritmo lento nell’ambito della tua creatività?
Per me sono tutto. In una parola, la contemplazione. Solitamente i brand lavorano sei mesi su una collezione; io, scegliendo l’upcycling, lavoro su tre o quattro collezioni future perché, per trovare in grande quantità il materiale che mi serve, devo aspettare e pazientare finché non recupero, come dico io, trenta camicie o cento spalline da riciclare. Il manifesto di questa collezione esponeva il mio fastidio per la scarsa attenzione che si dedica al lavoro dei designers: basta il tempo di una sfilata e tutto si dimentica, dieci minuti e cala il sipario. Sacrifici, lavoro e tante persone coinvolte vengono immediatamente bruciati nel tempo di un video su TikTok. Stavolta ho chiesto di rallentare, godersi la collezione e cercare di capirla.
Quali sono le novità di questa collezione?
Questa volta non c’è la foga di far vedere tutte le idee che ho in testa. Ho deciso di approfondire un concetto semplice, senza reference “cool” che lo rendano più interessante. Ho manipolato i vestiti lentamente, facendo bollire la lana a lungo, tingendo i capi anche tre volte e siliconando le maniche, come se fossero congelate nel tempo e aderenti al braccio.
Il target non esiste, esistono persone. Quali persone decidono di indossare la tua moda?
Le persone che credono nei miei stessi valori, chi decide di affiancarmi per fare la differenza e chi crede in un altro modo di fare moda, visto che il sistema, così com’è sempre stato, non funziona più né per i grandi brand né per i piccoli. C’è chi mi considera un sempliciotto che viene dalla campagna, e mi va bene così. Il mio brand è questo proprio perché vengo da Cesena e nessuno nella mia famiglia ha nulla a che fare con la moda o lo stile. Tutto quello che ho raggiunto l’ho sudato e lo sto ancora sudando, perché Cracker è un figlio da mantenere. Oggi fare il designer non rende ricchi, costa tanto e, come molti miei colleghi, sono costretto a fare altri lavori per andare avanti.
Progetti e sogni per il futuro?
Vorrei collaborare con aziende del settore trovando però i giusti compromessi. Credo infatti che ci si possa insegnare molto a vicenda. Nel mondo della moda, tuttavia, ho sempre notato che tutti pensano di sapere già tutto. Questa chiusura lascia fuori la cosiddetta “nuova generazione”. Se le cose non funzionano per nessuno, forse le vecchie strategie didascaliche, che ancora si insegnano nelle scuole, non sono più efficienti. Forse quei giovani che vengono sottovalutati hanno qualcosa da raccontare. Mi auguro che per Simon Cracker arrivi prima o poi un sostegno – non solo economico – da parte di qualcuno che creda davvero in una alternativa reale alle solite situazioni “safe”.