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Luca Nichetto. Il designer del vetro firma la collezione moda La Manufacture

L'eclettico designer è il direttore creativo del brand La Manufacture: oggetti e abiti tra arte e design a salvaguardia della tradizione artigiana

Luca Nichetto, Art Director di La Manufacture, lancia la sua prima collezione moda per il brand parigino del gruppo Cider, diretto da Robert Acouri. Un progetto ponte tra moda e design, sintetizzato in una collezione timeless, no season e no gender.

Luca Nichetto. Il designer del vetro firma la collezione moda La Manufacture

Ventitré pezzi essenziali, tra capispalla, felpe, t-shirt, pantaloni e accessori, adattabili alle diverse destinazioni d’uso, reinterpretano il guardaroba quotidiano enfatizzandone i dettagli. I capi, infatti, sono arricchiti da patch immediatamente riconoscibili ed in grado di suscitare un forte senso di appartenenza.

 

Questi stemmi, ispirati a gruppi di tifosi sportivi o ai fans delle band musicali, rimandano alla biografia personale del designer, in passato anche giocatore di basket professionista.

 

Con questo progetto, Nichetto coglie la sfida di realizzare una collezione moda seguendo i principi del design: una matrice reinterpretabile, destinata a durare nel tempo, a tutela della qualità della nostra eccellenza artigiana.

 

Chi è Luca Nichetto? Quali sono le tue origini e qual è stato il tuo percorso di formazione?

Sono originario di Murano, una delle principali isole della Laguna Veneta, famosa in tutto il mondo per la tradizione del vetro soffiato. Mio nonno faceva il maestro vetraio, mia mamma lavorava a sua volta il vetro…da secoli la vita di questa piccola isola e dei suoi abitanti ruota intorno alle fornaci. Sin da piccolo ho avuto la fortuna, o forse il talento, di saper disegnare e, per questo motivo, ho deciso di intraprendere un percorso di studi artistici. Mi sono infatti iscritto all’Istituto d’Arte di Venezia, che prevedeva proprio un’intera sezione dedicata al vetro. La mia professione di designer affonda le radici in quegli anni, quando, con i miei compagni di classe, andavo a bussare alle porte delle varie fornaci, proponendo la mia cartella di disegni, non tanto per ambizione professionale, quanto per raggranellare qualche soldino da spendere durante i mesi estivi! Dopo il diploma, mi sono ritrovato di fronte alla scelta dell’Università. Scartai subito la facoltà di architettura perché avevo molti amici fuori corso, che impiegavano una decina d’anni per laurearsi; la mia maturità di allora mi impose di orientarmi verso una facoltà che prevedesse una frequenza obbligatoria. Lo Iuav di Venezia aveva istituito un corso di disegno industriale e, documentandomi sulle caratteristiche, mi sono detto: “C’è qualcuno che disegna e qualcuno che produce. Più o meno quello che succede a Murano”. Ho così deciso di provarci e nel 1998 mi sono laureato.

 

Quali sono state le tappe principali della tua carriera come designer?

Anche durante l’Università ho mantenuto l’abitudine di andare a proporre i miei disegni alle fornaci di Murano. Durante l’ultimo anno ho avuto la fortuna di bussare alla porta di Salviati, azienda fondata nel 1859, con una prestigiosa tradizione nella produzione artigianale del vetro. Simon Moore, l’Art Director, mi diede l’opportunità di apprendere i segreti di questa straordinaria arte. Acquistò tutti i miei lavori, tuttavia decise di non produrne nessuno: aveva infatti intuito il mio talento, ma anche la mia totale estraneità alle dinamiche aziendali. In quel periodo ho imparato più di quanto avessi appreso sui libri sino a quel momento. L’azienda peraltro collaborava con tutti i designer che io studiavo sulla carta, da Ingo Maurer a Ross Lovegove e Tom Dixon, fino ad arrivare ad artisti come Anish Kapoor…incontrarli di persona, ciascuno nella propria dimensione umana, ciascuno con il proprio metodo, questa per me è stata la prima vera grande scuola. Dopo circa un anno e mezzo di esperienza in azienda, Simon mi sottopose un brief, a partire dal quale io sviluppai una collezione di vasi che, oggi, dopo ventun anni, sono ancora in produzione. Il progetto è diventato un best seller e mi ha catapultato verso quella che sarebbe diventata la mia professione. Nel frattempo, per terminare l’Università, ho svolto anche uno stage presso l’ufficio tecnico dell’azienda di illuminazione Foscarini. Da un lato mi confrontavo con l’approccio più artigianale di Salviati, dall’altro con l’impostazione industriale della produzione di massa. Dopo innumerevoli tentativi, Foscarini decise di prototipare una mia lampada, che fu esposta all’Euroluce di Milano e l’azienda mi propose di collaborare come consulente esterno per lo sviluppo prodotto. In quegli anni sono entrato in contatto con molti altri designer, da Patricia Urquiola a Karim Rashid, solo per citare alcuni nomi, e ho così iniziato a sviluppare il mio network, finché nel 2003 ho progettato per Foscarini la lampada O-Space –  ancora oggi in produzione, diventata iconica per l’azienda – che mi ha fatto conoscere anche nel mondo dell’arredamento; sono infatti presto arrivate altre collaborazioni con diverse aziende, tra cui ad esempio Moroso. Nel 2006 ho aperto a Venezia il mio primo studio di design multidisciplinare. Gravitavo spesso intorno a Milano, dove però mi sono sempre sentito uno “straniero” perché la comunità del design milanese è piuttosto chiusa…ho quindi deciso di lavorare davvero all’estero, complice anche l’incontro con una ragazza svedese, che sarebbe poi diventata mia moglie. Mi sono trasferito in Svezia, a Stoccolma, dove ancora oggi vivo e, nel 2011, in risposta al numero sempre crescente di richieste di collaborazione da parte di aziende internazionali e al progressivo espandersi delle mie attività in una molteplicità di settori, ho avviato il secondo studio. In Scandinavia ho avuto l’opportunità di collaborare con diverse realtà, tra cui Offecct, per la quale ho disegnato una sedia dal successo commerciale disastroso ma con tantissima diffusione mediatica, che ha attirato su di me l’attenzione di grandi nomi come, ad esempio, Molteni e Cassina. Da quel momento ho iniziato a realizzare anche installazioni e, a partire da una serie di situazioni, è nato la mia prima architettura: uno showroom in Cina.

 

E il tuo primo ingresso nel mondo della moda come è avvenuto?

Nel 2017, in occasione della Milano Design Week, ho progettato insieme a Ben Gorham un’installazione luminosa esposta a Ventura Centrale. Il progetto è stato realizzato per Salviati, l’azienda che per prima mi aveva dato la grande opportunità di entrare a far parte di questo mondo, quando ancora nessuno mi conosceva. È stato per me uno dei lavori più belli, perché nato dal cuore, per puro spirito di riconoscenza. Questa carica romantica evidentemente è stata percepita anche all’esterno, infatti Hermès mi ha chiesto di occuparmi della vetrina per la riapertura della boutique di Venezia, ha fatto poi seguito la vetrina di Hong Kong, a Landmark, che, dopo Parigi, è il negozio più importante a livello di vendite per la storica casa di alta moda francese… da una piccola collaborazione iniziale sono nate ben otto vetrine gigantesche!

 

Quando e com’è nata l’idea di collaborare al progetto del brand La Manufacture di cui sei Art Director?

È nata come tutti gli altri progetti, attraverso un network di conoscenze e di interconnessioni. Mi trovavo a Parigi per Hermès ed ho postato sul mio profilo social una foto con la didascalia: “Bonjour Paris”. Un mio amico, che aveva da poco iniziato a lavorare per Cidert, marchio parigino che si occupa di arredi, mi chiese di conoscere il proprietario, l’imprenditore libanese Robert Acouri. L’azienda essenzialmente progettava interi spazi, prevalentemente per uffici. In questa ottica, aveva creato un proprio catalogo, “La Manufacture du Design”, in cui erano stati raccolti in ordine sparso i vari pezzi realizzati alla fonte dai diversi fornitori, che producevano anche per i grandi marchi italiani, con un evidente abbattimento dei costi. Con grande onestà dissi ad Acouri di non aver rinvenuto alcuna coerenza in quel catalogo; fu a quel punto che mi chiese di diventare Art Director del nuovo brand La Manufacture. Io accettai alla condizione di azzerare tutto e di ricominciare daccapo. Da una chiacchierata con lui uscirono alcuni importanti spunti legati alle sue passioni, in particolare la moda, visto che prima di allora era stato direttore marketing di un’azienda di abbigliamento che produceva maglioni. Il concept del progetto sarebbe quindi ruotato introno ad alcune parole chiave: qualità, moda, lifestyle e concept store. Così ha preso il via anche la mia avventura come stilista…

 

Quali sono le cifre distintive della tua collezione? 

La mia concezione quando creo un capo di abbigliamento è quella di un designer, l’esatto opposto di quella tipica della moda: io infatti spero che per i pezzi che disegno non ci sia stagione e che durino per sempre. La mia è quindi una collezione timeless, no season e no gender, che vuol essere un ponte tra moda e design, partendo da un concetto cardine come la fluidità e con l’obiettivo di contribuire alla costruzione della “Manufacture community”: crew di design-fashion lovers che si batte a protezione dell’artigianalità e del savoir-faire.

 

Che ruolo svolgono nell’ambito del tuo progetto Super M e Panda Craft? Qual è il messaggio che intendi trasmettere?

La Manufacture per me è come se fosse un supereroe, impersonificato da Super M, che protegge il craftsmanship. Indossa una sciarpa, che in realtà è un metro da sarta, e impugna una specie di spada o di mitra, che è invece un calibro gigante, rispettivamente i due simboli della moda e del design. Inoltre ha il volto coperto da un casco, in modo che non si capisca se sia un uomo o una donna. Poiché il savoir-faire artigianale è un patrimonio culturale in estinzione, mi sono idealmente ricollegato al panda del WWF. Super M (La Manufacture) difende Panda Craft (il craftsmanship). Mi piace molto la leggerezza del grande panda rappresentato con un patch sulle felpe, ritratto nel gesto di fare una linguaccia, richiamando un po’ il logo dei Rolling Stones. Alla base vi è l’idea di trasferire questo messaggio in tono canzonatorio: “Guardatemi, ho trovato un supereroe che mi protegge!”.  Chiunque acquisti quel capo avrà compiuto il proprio piccolo gesto per salvaguardare gli artigiani e il loro antico mestiere.

 

Come mai l’utilizzo dei patch? Cosa c’è di Luca, del tuo mondo, della tua cultura personale nelle tue creazioni?

Qualsiasi prodotto che immettiamo sul mercato contribuisce automaticamente all’inquinamento del nostro pianeta. Non dobbiamo quindi saturare il settore, ma realizzare cose belle, di qualità, che durino nel tempo e attirino le persone… da questo ragionamento sono arrivato al concetto di comunità. Forse anche per il mio passato come sportivo – giocavo infatti a basket in Serie A, nel settore giovanile della Reyer –, mi sono subito venuti in mente gli ultras e i tifosi di una squadra di calcio. Facendo una serie di ricerche sulla nascita del casual, ho rinvenuto un sacco di ispirazioni che nascono dal mondo dello stadio. Ho così ho iniziato a studiare l’universo dei patch, che in quella realtà conferiscono un vero e proprio status di appartenenza. Da qui hanno tratto ispirazione quasi tutti i pattern della collezione. Chi indossa un mio capo è un fan della mission de La Manufacture. Parallelamente gli oggetti che creo come designer hanno un aspetto grafico molto significativo che ho deciso di utilizzare per porre in essere una sorta di traslazione tra mondo design e mondo moda: alcuni pattern sono infatti la trasposizione di oggetti fisici. Ad esempio, nella collezione ritroviamo un capospalla che sembra uno scozzese stampato, ma in realtà è il risultato della libreria che ho disegnato per La Manufacture, più volte ripetuta sullo stesso tessuto. 

 

A quale pubblico ti rivolgi?

Mi rivolgo ad un target di trentenni. Ritengo che un brand appena nato debba diventare aspirazionale per i giovani e crescere con loro, attirando l’attenzione di chi un giorno potrà permettersi sempre di più l’acquisto dei capi. Come già sottolineato, alla base vi è l’ambizione di costruire qualcosa che comunichi un senso di appartenenza ad una comunità, che mano a mano cresca e si rafforzi intorno al marchio. 

 

Chi è Luca nella vita privata? Interessi e passioni nel tempo libero?

Sono un marito e padre di famiglia. Vivo in Svezia. Mia moglie è svedese e fa la sarta: è la responsabile dei costumi per l’opera di Stoccolma. Abbiamo due bambini, il più grande, Jack, ha cinque anni e mezzo, e la piccolina, Liv, ne ha due e mezzo. Amo molto lo sport di squadra, probabilmente per il mio passato, e sono tifoso sfegatato della Juventus. Adoro i film, una delle mie passioni è sempre stata quella di andare al cinema. Penso che dipenda dalle mie origini e da Venezia, la città del Festival, che mi ha dato l’occasione di vedere film in concorso che altrimenti non avrei mai visto. Ultimamente, complice la pandemia, ho switchato verso le serie, un po’ più leggere rispetto ai film che generalmente mi attraggono!

 

Progetti e sogni per il futuro? 

Ho sempre amato organizzare cene, casa mia è sempre stata un porto di mare. Da buon veneziano con alle spalle una tradizione di ricorrenze importanti che richiamano a sé moltissima gente, come la Festa del Redentore e il Carnevale, amo l’aggregazione, anche tra persone diverse tra di loro: mi piace osservare come interagiscono. Anche sul lavoro l’aspetto che più mi affascina è proprio quello della interconnessione tra àmbiti e professionalità differenti. Mi piace essere un connettore, una sorta di hub. Muovendomi in questa direzione, nel futuro punto alla trasformazione del mio studio, affinché non si occupi soltanto di design. Vorrei essere più proattivo e creare una sorta di brand di me stesso, non come Luca Nichetto, ma come Nichetto Studio. Mi attrae l’idea di poter contattare, ad esempio, un ritrattista e chiedergli, magari, di progettare un divano…la comunicazione tra mondi apparentemente lontani allarga gli orizzonti e consente di avere una visione più completa delle cose. Tutte le volte in cui mi sono trovato a lavorare a progetti simili ho ottenuto i miei risultati migliori. Per esempio in passato ho collaborato con Steinway & Sons, nell’industria dei pianoforti, poi con Swatch, nel settore degli orologi, quindi con Karing, proprietario di Ginori, per una brand extension che partiva da una collezione home fragrance e terminava nell’home decor…toccando con mano segmenti di mercato diversi tra di loro, ho potuto arricchire la mia creatività con nuovi stimoli, diventando una firma che può spaziare in vari àmbiti, in un concetto di mondo aperto. È questo il bello di essere un po’ lost in translation!

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