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Nel 2014 le imprese hanno investito all'estero l'8% in meno su base annua

La Cina è diventata la prima destinazione superando gli Stati Uniti, mentre dal 2007 in Italia si è perso il 58% degli investimenti esteri

- La Cina è diventata la prima destinazione per gli investimenti diretti esteri nel 2014. Secondo i dati della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, l'economia cinese, che ha attratto investimenti esteri per 127,6 miliardi di dollari (+3,7 miliardi su base annua), ha spodestato gli Stati Uniti (non accadeva dal 2003) finiti a loro volta al terzo posto in classifica, dopo Hong Kong.

Nel 2014 le imprese hanno investito all'estero l'8% in meno su base annua

Gli investimenti diretti esteri (IDE) non offrono solo vantaggi prettamente occupazionali ed economici. A risentirne (positivamente) è il sistema nel suo complesso, che ha così la possibilità – grazie anche ad una maggiore interazione con realtà diverse – di migliorare le proprie competenze oltre, naturalmente, a favorire la partecipazione delle imprese alle reti produttive internazionali.

Eppure, probabilmente con la complicità delle difficoltà dovute alla crisi economica, molte imprese hanno preferito evitare di investire oltre i confini del proprio Paese: nel 2014, rilevano le Nazioni Unite, le imprese hanno investito all'estero 1.260 miliardi di dollari (l'8% in meno su base annua). Molte altre, invece, hanno deciso di farlo puntando sulle economie in via di sviluppo, dove – contrariamente a quanto accaduto nei Paesi sviluppati, dove gli IDE sono diminuiti del 14% su base annua - gli investimenti esteri diretti sono cresciuti del 4% rispetto al 2013.

E l'Italia come se la passa? Non benissimo. Deteniamo, infatti, solo l'1,6% dello stock mondiale di investimenti esteri, stando ai più recenti dati forniti dal CENSIS e relativi al 2013. Contro il 2,8% della Spagna, il 3,1% della Germania, il 4,8% della Francia e il 5,8% del Regno Unito.

Dal 2007 in poi, osserva il CENSIS, l'Italia ha perso molto fascino: nel 2013 gli investimenti esteri sono stati pari a 12,4 miliardi di euro (il 58% in meno rispetto al 2007). Un'emorragia che non è sfuggita alla Banca Mondiale, secondo cui, nel periodo compreso tra il 2006 e il 2012, i flussi di IDE sarebbero risultati superiori del 15% (circa 16 miliardi di euro) se le istituzioni italiane fossero state qualitativamente simili a quelle dei partner della zona euro.

Diversi sono i fattori che scoraggiano le imprese straniere a stabilirsi in Italia: i tempi della giustizia civile (“La risoluzione delle dispute richiede 1.185 giorni: il doppio della media europea”, come osservato dall’ISTAT) e la pressione fiscale (la quinta più alta tra tutti i Paesi dell'area OCSE). In Italia, un imprenditore è chiamato così ad effettuare 15 pagamenti all’anno (contro i 12 della media OCSE) e a impiegare 269 ore l’anno (contro una media di 175).

Le principali graduatorie, che valutano i Paesi in base alla loro capacità di attrazione, non offrono così un giudizio entusiasmante dell'Italia. Il Global Competitiveness Indicator 2014-2015 del World Economic Forum, ad esempio, ci colloca al 49° posto su 144 Paesi valutati. Nel Doing Business 2014 della Banca Mondiale, che valuta la facilità di fare impresa, occupiamo invece la posizione numero 65 sulle 189 disponibili. Lontano quindi da alcuni dei nostri principali partner europei come Gran Bretagna (decima posizione), Germania (21esima), Francia (38esima) e Spagna (52esima).

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