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La Pinacoteca di Brera si rinnova
Mantegna e Bellini visti da Ermanno Olmi

Nuovo allestimento di due capolavori orgoglio del museo milanese

- La Pinacoteca di Brera, uno dei nostri più importanti musei nazionali, voluto da Napoleone pensando al Louvre, versa in cronica mancanza di fondi e di spazi. Il progetto Grande Brera dopo le iniziale promesse, versa in un clamoroso oblio. 
Sandrina Bandera cerca di vitalizzarne con "esercizi di vita" il cronico stato di malessere. Conferenze, concerti, feste ferragostane, mostre scientifiche (come quella in corso sul '600 lombardo), mostre incentrate su un'opera sola, magari proveniente dai depositi e così vivificata... Ma il problema dell'affastellamento e di una illuminazione da ripensare, sono lacci pesanti che condizionano non poco. Ma i miracoli Brera cerca di farli comunque.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    Per questo Sandrina Bandera, Sovrintendente e Direttore della Pinacoteca di Brera, ha chiesto al regista Ermanno Olmi, "un maestro del silenzio e del dramma", un nuovo allestimento per i due capolavori più amati ed emblema della Pinacoteca: la "Pietà" di Giovanni Bellini e il "Cristo morto" di Andrea Mantegna, dove il dipinto è conservato dal 1824.
    Grazie alla "mediazione" dell'avvocato Cesare Rimini, molto amico di Olmi si è arrivati alla realizzazione di questo progetto lungo un anno. Anche il Piccolo Teatro ha dato il suo contributo oltre al sostegno indispensabile del concessionario Skira, ad alcune elargizioni ottenute dall’editrice tra cui Van Cleef&Arpels e l’ing. Giorgio Bagliani (generoso contributo in ricordo della Milano di Giovanni Testori e Lamberto Vitali). La partecipazione scientifica è in primis della Sovrintendenza, ma anche di Palaexpo-Scuderie del Quirinale, di Mondo Mostre e degli Amici di Brera e dei Musei Milanesi.
    L'allestimento tiene conto delle problematiche espositive del museo collocando, al termine del corridoio dedicato alla pittura veneta del Quattrocento, che acquista così una visione più compatta e unitaria, la "Pietà" (o Cristo morto sorretto da Maria e Giovanni), 1465-1470, di Giovanni Bellini, in una prospettiva a cannocchiale, presentandola, incastonata con la sua cornice originale, nella mensola di una struttura metallica, come una pala d’altare.
    Cronologicamente anteriore al Cristo, con una quasi impercettibile durezza mantegnesca, manifesta tutta la cromia, i valori pittorici e sentimentali dei dipinti della Scuola veneta che la anticipano e circondano. Il corpo di Cristo morto è sorretto dalla Vergine e da San Giovanni. I colori, in questa tempera dai tratti ravvicinati e assotigliati, sono tenui e cercano di restituire in modo naturale la luce chiara di una fredda giornata, alba di rinascita. 

    Alle sue spalle, in una penombra che ricorda una cripta sepolcrale, un grande pannello nero invisibile, frutto delle più recenti ricerche sul nero assoluto, sorregge il "Christo in scurto", noto anche come Lamento sul Cristo morto o Cristo morto e tre dolenti, (1475-1478 circa) di Andrea Mantegna. La fragile tela, realizzata a tempera a colla senza quasi preparazione, tecnica per il tempo rarissima e sperimentale, è collocata in una nuova teca dotata di sistemi di controllo microclimatico a distanza, collocato a 67 centimetri da terra, dentro una teca con vetro antiriflesso e più trasparente, che ne consente anche la visione del retro.In un vertiginoso scorcio prospettico la figura del Cristo disteso, segue lo spettatore che ne fissia i piedi, scorrendo davanti al quadro. Sulla sinistra il discepolo Giovanni guarda il volto di Cristo, mentre una lacrima gli riga la guancia; Maria, dal volto da vecchia, si asciuga gli occhi con un fazzoletto, mentre della terza figura (forse il figlio di Mantegna) si coglie solo il grido straziante. 
    Ma siamo già in una dimensione fuori dal tempo, sottolineata dal fatto che le ferite del Cristo sono già stigmate.

    Le più recenti ricerche d’archivio condotte da Sandrina Bandera, propongono nuove tesi interpretative che portano ad identificare nel volto del Cristo l’autoritratto dello stesso Mantegna e in quello di una delle tre figure strette in lacrime attorno al sepolcro l’immagine di uno dei figli del pittore, scomparso in giovane età, da lui il più amato e che avrebbe dovuto seguire la carriera paterna.
    Il compianto diventa una sublimazione che solo l'arte può realizzare. Il volto sereno del Cristo sembra indicare la comprensione della vita dopo la morte. Per questo si potrebbe definire il "Christo in scurto" il testamento spirituale del Mantegna e del perchè non si sia mai separato da questa tavola. Infatti l’opera fu inventariata fra quelle presenti nello studio di Mantegna poco dopo la sua morte, nel 1506. Andrea Mantegna, Francesco e Ludovico si trovarono a dividere in parte uguali l'eredità. Fra carte, libri antichi, manoscritti e sculture a Ludovico, il più giovane, toccò la tela segreta: il "Cristo Morto".

    Ora questo legame emotivo tra le due opere trova nella proposizione di Olmi una ricerca che accomuna i due cognati, Bellini e Mantegna, nel compianto. 
     
    Una collocazione pensata per "sorprendere lo stesso visitatore".
    "Mi sono messo di fronte al Cristo del Mantegna senza alcun progetto preciso. Semplicemente, ho provato e ascoltato delle suggestioni intense e quelle mi hanno guidato. Mi sono fatto sorprendere, come quando ci s’innamora. Ci sono opere che esigono lo sguardo dei puri di cuore perché esse rivelino la loro poesia, così che la contemplazione non venga mortificata dall’intelletto. Il male del nostro tempo sono le bugie e la poesia non mente. Questo quadro non è stato dipinto per essere esposto alla vista del mondo. Ma destinato a rimanere nascosto a ogni sguardo estraneo e, per volontà testamentaria del suo stesso autore, deposto nel medesimo sepolcro dove già erano tumulati due sue figli. Mi sono limitato a collocare il quadro nella prospettiva giusta come espresso del resto dal Mantegna nella volontà testamentaria "all'altezza in cui il corpo si trovava, come doveva essere guardato".
    Questo dipinto è come il fotogramma di un film, ma eterno, fuori dal tempo
    ".
     
    Un allestimento di grande impatto emotivo che abbisogna forse anche di un tempo di riflessione. Può non esser condiviso, ma sicuramente la poetica di un maestro come Olmi, commuove nel profondo e va difesa.