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"Linus" nasceva 50 anni fa,
un libro gli rende omaggio

Il volume di Paolo Interdonato celebra il giornale che ha intercettato le trasformazioni sociali e ha guardato al fumetto in un modo del tutto nuovo

- Il miracolo italiano ha ormai esaurito la sua corsa quando Giovanni Gandini raduna un gruppo di amici nei locali della libreria gestita dalla moglie Anna Maria e dalle sue socie Laura Lepetit e Vanna Vettori. Il negozio diventa così il punto di incontro di personalità del calibro di Oreste del Buono, Vittorio Spinazzola, Umberto Eco, Elio Vittorini: i primi, in Italia, a riservare uno sguardo al contempo colto e affettuoso al fumetto, a promulgare un’idea autoriale di un mezzo capace di raccogliere, registrare e spesso anticipare i prodotti più interessanti, le sperimentazioni e le avanguardie. Insieme a questa squadra di avidi e curiosi lettori, Gandini inventa “Linus”, un giornale come non se ne erano mai visti prima, capace di intercettare le trasformazioni sociali e di guardare al fumetto e all’illustrazione in un modo del tutto nuovo.

    Linus. Storia di una rivoluzione nata per gioco
    Prefazione di Umberto Eco
    Rizzoli Lizard
    Pagine 256
    Prezzo 20 euro

    Leggi un estratto del libro:

    CAPITOLO 2
    La copertina di Linus


    Cosa succede in città
    Nei due anni precedenti l'uscita del primo numero di «Linus», datato aprile 1965, l’Italia subisce una straordinaria trasformazione. Il miracolo economico, che aveva scosso radicalmente il Paese e che sembrava destinato a rendere uniformemente più ricchi gli italiani si infrange, nell’estate del 1963, contro lo spettro della «sfavorevole congiuntura internazionale». Quando la «congiuntura» si abbatte su Milano, l’assetto architettonico della città è mutato in modo esemplare. I lavori di costruzione della Torre Velasca vengono terminati nel 1958, ma la forma brutale di quell’edificio non insidia ancora in altezza la supremazia delle guglie del Duomo. Lo sviluppo verticale della metropoli, infatti, è ancora contenuto, ma il dominio della Madonnina dorata, che ha gettato a lungo il suo sguardo benevolo sulla città, ha ormai i giorni contati. Tre anni dopo, nel 1961, viene inaugurato il grattacielo Pirelli che, con i suoi trentuno piani, è il più alto in Europa. La struttura supera di quasi venti metri la cattedrale, ma i milanesi – per non scontentare nessuno – decidono di collocare una replica della Madonnina sul tetto della nuova costruzione. La Fiera campionaria ha ormai conquistato aree permanenti della città che continuano a svilupparsi verso nord. Nel 1962 si contano 14.000 espositori e 4,3 milioni di visitatori. Milano è la città più ricca d’Italia: nel 1965 il reddito medio annuo per abitante è di 925.000 lire contro le 236.000 lire di Avellino, città all’ultimo posto della classifica. Il sogno di una vita più agiata produce un esodo quasi incontrollato. Se, tra il 1951 e il 1961, 300.000 persone avevano deciso di trasferirsi a Milano, nel solo 1962 gli immigrati erano stati 105.448. I quartieri più popolari della città sono la spia luminosa che meglio rappresenta il rapporto dell’intero Paese con la televisione. Nel 1962, il 90 per cento delle famiglie del quartiere Comasina possiede un televisore, che costa mediamente 150.000 lire. L’elettrodomestico dell’intrattenimento, quello che qualche anno dopo lo scrittore statunitense Harlan Ellison avrebbe definito, con locuzione centratissima, «la tetta di vetro», è lo strumento elettronico d’uso quotidiano più diffuso subito dopo il frigorifero. Le famiglie milanesi (e, più in generale, italiane) lo acquistano, spesso a rate, ben prima di altri apparecchi, apparentemente più utili e sicuramente meno costosi, come la lavatrice, l’aspirapolvere e lo scaldabagno. Il primo novembre 1964 vengono inaugurati dodici chilometri di tratta sotterranea della prima linea della metropolitana milanese, quelli che congiungono piazzale Lotto a Sesto Marelli. Una dorsale che taglia la città in due, da ovest a est, consentendo spostamenti molto più rapidi di quelli permessi da qualsiasi altro mezzo di superficie. I cittadini mostrano di apprezzare la novità e si presentano in massa al viaggio inaugurale gratuito. Il biglietto per i viaggi successivi, e per tutti i mezzi milanesi, costa 50 lire. La nascita di un servizio potenzialmente tanto comodo non produce però che un minimo impatto sulla densità del traffico urbano. Il numero di macchine in coda sulle strade milanesi continua ad aumentare allo stesso straordinario ritmo con cui cresce la cifra annuale di auto immatricolate in Italia (da 595.923 nel 1960 a 1.103.952 nel 1965). Nel 1965 una Fiat 600 costa 690.000 lire e viene alimentata da benzina venduta a 120 lire al litro. Nello stesso anno, lo stipendio mensile di un operaio è di 86.000 lire. Quei denari devono essere gestiti oculatamente per comprare il pane (170 lire al chilo), la pasta (260 lire), lo zucchero (245 lire) e il latte (130 lire al litro). Il manzo costa 1900 lire al chilo e gli italiani, dopo quarant’anni di ristrettezze, stanno riportando i loro consumi di carne a livelli paragonabili a quelli europei: il consumo medio nazionale è di circa venti chili annui pro capite. Il tasso di analfabetismo nazionale è disarmante: un italiano su cinque non sa né leggere né scrivere e, mentre si istituisce la scuola media unica, solo uno studente su due riesce a concludere la scuola elementare. A Milano e provincia il numero degli analfabeti è di circa un milione e mezzo. In questo clima apparentemente sconsolante, il numero degli iscritti all’università raddoppia dal 1962 al 1968, mentre il numero di atenei cresce a ritmo lento: sono trentadue nel 1964 contro i ventinove del 1962 e i ventisette del 1933. Il Paese e la città cambiano a una velocità tale da rendere necessarie nuove produzioni culturali, per soddisfare un pubblico che tocca, in rapporto alla popolazione, il massimo storico nazionale della lettura.

    Piangere un torrente di vocali
    I libri si comprano in libreria e ci sono alcuni termometri che, negli anni Sessanta, sono ancora importanti per registrare i gusti dei lettori italiani. Il Nobel per la letteratura, per esempio, racconta ciò che interessa i letterati e i critici nel mondo. Nel 1962 esso viene attribuito a John Steinbeck, tradotto e continuamente ristampato in Italia fin dal 1938. Nel 1964 Jean-Paul Sartre rifiuta il premio perché «nessun uomo merita di essere consacrato in vita». Ma non serve andare fino in Svezia per scoprire in anticipo quali saranno i titoli caldi nelle classifiche italiane. I principali premi letterari nostrani – Campiello, Strega e Viareggio – orientano con molta più efficacia gli acquisti dei lettori. La rosa dei premiati della prima metà degli anni Sessanta è ricca di titoli che finiscono puntualmente nella lista dei libri più venduti: La noia di Alberto Moravia (Viareggio, 1961), Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani (Viareggio, 1962), La tregua di Primo Levi (Campiello, 1963), Lessico famigliare di Natalia Ginzburg (Strega, 1963), Racconti di Antonio Delfini (Viareggio, 1963), Il male oscuro di Giuseppe Berto (Viareggio e Campiello, 1964). Al di fuori della classifica, in ambienti meno inclini al successo di vendite, ma non per questo meno influenti nel circolo letterario italiano, si sviluppano tendenze curiose, veri e propri anticorpi alla narrativa da best seller. Sono gli anni in cui nasce il Gruppo 63, cui partecipano, tra gli altri, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani, il sommo Giorgio Manganelli, Umberto Eco e Angelo Guglielmi. È una realtà poco frequentata dai lettori, ma molto seguita dalla critica, pungolata dal caustico sarcasmo con cui il gruppo è capace di liquidare Giorgio Bassani, Carlo Cassola e Vasco Pratolini come le «moderne Liale» degli anni Sessanta. Nello stesso periodo alcuni titoli di saggistica conquistano una discreta fetta di pubblico e, pur non insidiando il primato commerciale della narrativa, si ritagliano uno spazio nelle librerie degli italiani. La nuova visibilità dei saggi è ricollegabile alla pubblicazione, nel corso della prima metà del decennio, di testi fondamentali di Theodor Adorno (Minima moralia), Ernesto De Martino (La terra del rimorso e Magia e civiltà), Michel Foucault (Storia della follia), Erich Fromm (Psicanalisi della società contemporanea e Il linguaggio dimenticato), Claude Levi Strauss (Il pensiero selvaggio e Tristi tropici), Herbert Marcuse (Eros e civiltà), Marcel Mauss (Teoria generale della magia) e Wilhelm Reich (La teoria dell’orgasmo e La rivoluzione sessuale). La novità più interessante nel mercato delle idee, però, è quella che interessa il canale distributivo. Librerie e biblioteche, infatti, non sono più le sole fonti di materiali per i lettori: le edicole hanno una distribuzione molto più capillare e riforniscono gli acquirenti di periodici e riviste. All’inizio degli anni Sessanta, nelle edicole italiane, vengono venduti cinque milioni di quotidiani: 104 copie ogni mille abitanti. Il «Corriere della Sera» è l’unico giornale ad avere una tiratura superiore alle 400.000 copie e sopra le 200.000 ci sono solo «l’Unità», «La Gazzetta dello Sport» e «La Stampa». A Milano, dal 21 aprile 1956, i più svegli leggono «Il Giorno» che, per tutti gli anni Sessanta, gode della direzione illuminata di Italo Pietra e definisce un modo nuovo di fare giornalismo nell’intero Paese. Nello stesso aprile 1965 che vede l’apparizione del primo numero di «Linus», un’altra pubblicazione da edicola rivoluziona i consumi dei lettori italiani: gli Oscar Mondadori. Il fatto che i lanci di queste due iniziative avvengano nello stesso momento è chiaramente una coincidenza, ma non è certo un caso che l’editoria si senta pronta a offrire al pubblico delle edicole prodotti così diversi da quanto si era visto fino ad allora. Il primo titolo degli Oscar è Addio alle armi di Ernest Hemingway: la tiratura iniziale di 60.000 copie viene esaurita in un solo giorno e il libro sarà ristampato fino a giungere a 280.000 esemplari. I volumi successivi indicano una tendenza di formidabile interesse per gli Oscar: I Malavoglia di Giovanni Verga arriva al milione di copie, Fontamara di Ignazio Silone a 800.000 e La ragazza di Bube di Carlo Cassola a 600.000. Le edicole sono, in quegli anni, posti interessanti: in alcuni luoghi selezionati si possono addirittura trovare pubblicazioni estere. I fratelli Bruno e Franco Cavallone, per esempio, affinano il formidabile inglese che permetterà loro di tradurre Peanuts e Pogo leggendo il Paperino di Carl Barks, comprato in edizione statunitense nell’edicola che si trova alla fine della galleria Vittorio Emanuele II, in piazza della Scala. Ma non è necessario sapere l’inglese per leggere fumetti. Nelle edicole ci sono pubblicazioni capaci di soddisfare esigenze diversissime. Ci sono le serie dei supereroi («Batman» e «Nembo Kid»), gli albi in formato striscia, varie pubblicazioni umoristiche e testate che avrebbero segnato profondamente il mercato italiano nei decenni successivi. La Mondadori edita «Topolino» in formato tascabile, ospitando notevoli fumettisti americani (come, oltre al già citato Carl Barks, Paul Murry, Tony Strobl, Jack Bradbury) affiancati alla rilettura di quegli stilemi di racconto fatta da autori italiani come Carlo Chendi, Luciano Bottaro, Romano Scarpa e Giovan Battista Carpi. A partire dal 1959, l’editore Bonelli trova nell’albo il formato definitivo per «Tex», abbandonando la striscia che ne aveva caratterizzato la pubblicazione fino ad allora. Al nuovo albo, l’editore affianca le prime altre serie di avventure di lungo respiro di un paniere di offerta che presto diventerà molto ricco: «Piccolo Ranger» e, soprattutto, «Zagor». Nel novembre 1962 le sorelle Angela e Luciana Giussani portano in edicola il primo numero di «Diabolik», un tascabile straordinario sulle cui origini è importante soffermarsi.

    Crimini per tutte le tasche
    Piazzale Cadorna al mattino è un porto. Migliaia di lavoratori provenienti dall’hinterland milanese vi approdano. Sbarcano dai treni delle Ferrovie Nord e si rovesciano nella produttiva città. Proprio osservando questo fenomeno, la quarantenne Angela Giussani ha un’idea rivoluzionaria. È affacciata alla finestra del suo ufficio, che dà proprio su quella piazza, e pensa a quale possa essere il modo migliore per mettere a frutto i quindici anni di esperienza editoriale maturati al fianco del marito Gino Sansoni, convogliandoli in un’impresa che le consenta di emanciparsi. Guardando i pendolari frettolosi che scendono dai treni nella Stazione Cadorna, Angela si accorge che non esiste un prodotto editoriale specificamente pensato per loro. Inventa allora un agile albo tascabile a fumetti, composto di un centinaio di pagine con due vignette ciascuna. Una lettura veloce, adatta a riempire il noioso viaggio del pendolare, che può essere infilata in tasca senza troppi problemi. Anticipando il sentore della «congiuntura», Angela mette al centro di quell’albo un personaggio negativo, Diabolik. Una nera creatura del male ispirata direttamente a Fantomas, protagonista di una serie di romanzi francesi firmata da Marcel Allain e Pierre Souvestre. Storie cruente raccontate con disegno, inquadrature e messa in pagina semplicissimi, spesso scontati. Diabolik è il re del crimine, ma ha un suo senso etico. Non è netto e immutabile come quello che caratterizza il fumetto italiano tradizionale e non rientra nella ferrea contrapposizione tra eroe inossidabile e antagonista malvagio. Diabolik è sfumato, sfuggente, adattabile, ed è proprio questa sua imprevedibilità ad accompagnare i lettori italiani nel loro viaggio verso un’auspicata maturità, lo stesso viaggio che compiono ogni giorno migliaia di pendolari, traghettati dall’ingenuità provinciale di un’Italia pre-miracolo alla tentacolare realtà della metropoli. Anche «Diabolik» fa parte dell’offerta ricca e articolata con cui le edicole cercano di accontentare tutti i potenziali lettori. Ma tutte queste testate non sono sufficienti a soddisfare pienamente le esigenze del pubblico colto e sensibile al fascino dei fumetti che, per quanto sommerso e invisibile, inizia a dare segni di vitalità. Un pubblico che guarda con un certo snobismo a molte produzioni seriali, ama alcuni grandi fumetti del passato, ma, al tempo stesso, non tollera che la nostalgia delle letture d’infanzia sia l’unica molla capace di indurre a immergersi nelle storie a fumetti. Un pubblico critico ma affezionato, che guarda con una certa autoindulgenza al presunto infantilismo delle proprie letture. Un pubblico contemporaneo di se stesso, capace di seguire le tendenze del pensiero coevo, le narrazioni cinematografiche e teatrali, e la musica, tanto quella colta quanto quella più esplicitamente di consumo. Un pubblico che spesso è innamorato anche della narrativa poliziesca e del fantastico e che soddisfa la propria ansia di lettura sulle pagine del Giallo Mondadori e delle pubblicazioni di fantascienza, come la collana Urania e le riviste «Galassia» e «Gamma». Un pubblico cui manca ancora qualcosa.

    Rivoluzionari in piazza
    Torniamo in piazzale Cadorna. Davanti ai binari della stazione c’è un’edicola ed è la stessa in cui i pendolari comprano Diabolik. Là Ferruccio Alessandri ha una sconvolgente rivelazione. La mattina del primo aprile 1965, mentre sta andando alla redazione della rivista «Gamma», presso cui lavora, devia verso il chiosco dei giornali e porta la mano al portafogli. Un gesto meccanico: deve comprare il quotidiano. Lo fa tutte le mattine, probabilmente legge «Il Giorno». Sono le sei e i furgoncini della distribuzione stanno ancora lasciando pacchi di riviste vicino ai chioschi. Alessandri guarda sempre con curiosità le pubblicazioni esposte. Lo fa per deformazione professionale e per personale ossessione. Assiste così alla nascita (e alla morte) di tante testate, diversissime tra loro. Il più delle volte il risultato di quell’indagine di mercato ante litteram non promette niente di buono: qualche testata che scompare, immediatamente sostituita da un’altra, spesso peggiore. Quella mattina, però, le cose vanno diversamente. Appoggiato per terra, accanto al chiosco, c’è un pacco contenente una rivista nuova, dal titolo facile da ricordare, con una strana copertina. Alessandri se ne fa dare una copia dall’edicolante, che, infastidito, esegue: non ha mai sopportato i clienti frettolosi e quello è un mensile che resterà in esposizione per un sacco di tempo; non ha senso affrettarsi ad aprire un pacco, quando c’è la ressa dei pendolari che arrivano in stazione. Alessandri paga la rivista – è costosa – e inizia a leggerla; subito, esprime un giudizio poco lungimirante: «Una bella rivista, ma commercialmente non durerà che pochi mesi…». Sei mesi dopo lo troveremo a fare il grafico e il redattore per quel giornale. La rivista è, ovviamente, «Linus» ed è, fin dalla prima copertina, un corpo alieno che si innesta tra le carte esposte nelle edicole patrie. C’è un bambino seduto, che i lettori di Peanuts riconoscono come uno dei protagonisti della striscia di Schulz, quello che dà il nome alla rivista. Il bimbo veste un paio di brache corte e una maglia a strisce orizzontali, è accucciato per terra, si ciuccia il pollice e stringe forte contro la guancia una coperta da cui cerca sicurezza. Il disegno di Schulz, tanto bello quanto semplice, galleggia in una tinta unita che si sviluppa sul fronte e sul retro della rivista, avvolgendola tutta in un verde caldo con delle dominanti di giallo che, se fosse tessuto e non carta, sarebbe virato nell’oro. In quarta di copertina, Linus è in piedi e cammina verso sinistra agitando un cartello con il quale annuncia il prossimo arrivo del Grande Cocomero; dietro di lui, Charlie Brown guarda ammutolito. La rivista è stampata in un ottimo bianco e nero su una carta robusta e porosa che restituisce belle sensazioni tattili. È sottile: si compone di sole 64 pagine spillate e della copertina che è la sola parte del giornale su cui sono impressi colori. «Linus» ha un prezzo che non possiamo certo definire popolare, neanche per un mensile: 300 lire. In edicola, i fumetti costano tutti meno: gli albi a striscia costano 30 lire; i mensili di Cucciolo e Tiramolla 50 lire; Topolino, Batman e Nembo Kid 120 lire; gli Albi Salgari, i fotoromanzi, Diabolik e tutti i suoi emuli 150 lire; Tex e Zagor, che sono i più costosi, 200 lire. Anche il prezzo dei Gialli Mondadori è di 200 lire, mentre le pubblicazioni di fantascienza possono avere in copertina valori più alti. Dalle 200 lire di «Urania», alle 300 lire di «Galassia», fino alle 500 lire di «Gamma». Il primo numero degli Oscar Mondadori, uscito come già detto nello stesso mese del primo «Linus», costa 350 lire. Su quel verde caldo si staglia in bianco, senza contorno, la testata della rivista. Quel nome, bellissimo e semplice, è scritto usando la più lineare delle font, Akzidenz Grotesk, che si concede, quale unico vezzo, l’uso del grassetto. Si tratta di un carattere sviluppato alla fine del diciannovesimo secolo ed esteso e riprogettato all’inizio degli anni Cinquanta del secolo successivo. Il responsabile della scelta di quella font è Salvatore Gregorietti, il fratello di Anna Maria, e i caratteri bastoni, privi di grazie e semplicissimi, diventeranno presto uno dei marchi di fabbrica del suo lavoro successivo, fin dall’ingresso in Unimark. La testata, caratterizzata da una grafica unica nel mercato editoriale italiano, ha una font diversa da quella usata per il resto del giornale: là, anche per gli altri lanci in copertina, si usa Helvetica. Oggi è diventato uno tra i caratteri più diffusi e invisibili, ma nei suoi quasi sessant’anni di vita è stato capace di influenzare il lavoro di innumerevoli grafici. Nel 1965, Helvetica, con quel suo aspetto classico ed elegante, è nato da soli otto anni e il suo uso editoriale è ancora estremamente contenuto. In pochi anni ha però già scosso la toponomastica delle città europee, sostituendo le altre font, spesso graziate, nelle targhe delle vie. Sopra alla testata, accanto al prezzo, alla data di edizione e al numero dell’uscita, una dicitura puntuale dichiara ai lettori potenziali le intenzioni e gli orientamenti del giornale: «Rivista dei fumetti e dell’illustrazione». Sotto la testata, in maiuscolo e grassetto, l’unico strillo di questa prima copertina riporta sobriamente l’elenco dei personaggi più importanti pubblicati: «Le storie di Charlie Brown e Li’l Abner e un episodio completo di Braccio di Ferro». Per ritrovarsi seduto accanto al gruppo di intellettuali che ha progettato la rivista, il lettore deve abbandonare quella copertina bellissima e iniziare a leggere il giornale.

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