Sguardi inediti

Tel Aviv in festa per la sua maratona

Un modo inconsueto per scoprire la Città Bianca

14 Mar 2013 - 09:41
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 © Dal Web

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Venerdì 15 marzo la città bianca sarà invasa da una marea colorata di runner, che caleranno festosi da tutto il mondo per scoprire di corsa le meraviglie di Tel Aviv lungo un tracciato che esalta le peculiarità architettoniche del centro storico e l'atmosfera friendly, oltre alla gioiosità della sua popolazione. 

«E’ un po’ New York, ma dentro una bottiglia di vetro. Tel Aviv, la città che non dorme mai, questa metropoli senza spigoli, la dama bianca di Israele coi suoi oltre quattro mila edifici bianchi tondeggianti eretti dai discepoli ebrei della Bau Haus tedesca (la scuola fondata a Weimar nel 1919 da Walter Gropius – ndr) fuggiti dal nazismo, con la piccola Manhattan fatta di grattacieli in vetro che sfiorano le nuvole e il lungomare è l’emblema dell’Israele moderna. Vi aleggia uno spirito nuovo, rilassato. Un’ansia di vivere contagiosa. L’integrazione qui non è una parola ma una realtà in divenire, un work in progress». La prova che Etgar Keret non sta mentendo, la si può avere accompagnando lo scrittore e regista, in una delle sue passeggiate d’ispirazione – come le chiama l’autore di “All'improvviso bussano alla porta” (Feltrinelli, pg 187, € 15), raccolte di short stories un po’ surreali, edite in Italia per i tipi E/O – nel quartiere di Rehov Shenkin, l’anima alternativo-chic della più grande città israeliana. Soldatesse bambine entrano col fucile a tracolla e il rossetto carminio negli atelier di moda vintage. Studenti ortodossi con i peiòt, le treccine penzolanti gettano lo sguardo per qualche attimo dentro le gallerie degli artisti contemporanei, non riuscendo a ritirarlo in tempo prima che si intrufoli nelle vetrine di biancheria intima aperte proprio a ridosso dei negozi di pratica religiosa che espongono le menoròt, i candelieri a sette braccia e i libri della torah.

Nelle librerie di seconda mano, che sono i moderni salotti letterari israeliani si incontrano e conversano, accoccolati su divani dalla pelle sdrucita, ragazzi rasta, bellezze etiopi ed ebrei israeliani. Insieme a Keret andiamo a scoprire anche  Nachlat Binyamin, il quartiere degli artisti per antonomasia, risalente al primo Novecento, dove sino a pochi anni fa abitavano i mercanti di stoffe. Passeggiamo tra palazzi un po’ fané in stile funzionale che sfoggiano elementi di architettura pre-bau haus, turca, gotico moderno. Sulle facciate delle case compaiono quindi  prue di navi, gigantesche anfore, palmeti, caprette. Un’arca di Noé scolpita nella pietra, a perenne memoria della provenienza del popolo israeliano. Gli artigiani  espongono  nel mercatino del martedì e del venerdì le loro creazioni sui tavoli all’aperto, i giovani entrano nelle boutique dalle vetrine più sfrontate come Schwartz Furs per indossare le pellicce sintetiche, gli abiti dai colori psichedelici, o soltanto per curiosare e sedersi sui divanetti tigrati.  «Tel Aviv – continua Keret - ribolle di un magma di sentimenti e sensazioni, che è facile infondere nei romanzi e nei film. Io amo la spiaggia, che si stende per oltre 8 chilometri,  e rappresenta un  una livella sociale, religiosa e politica. Questo è l’unico luogo di Israele in cui, una volta spogliatisi degli indumenti, non c’è differenza tra un ragazzo arabo e un soldato che reca sulla divisa militare la stella di Davide. Sul lungo mare si fa jogging di notte, si balla la break dance e l’hip hop nei party del pomeriggio e al chiaro di luna. Surfisti e scrittori, taxisti e ballerine si godono la luce di questa città bagnata dal sole praticamente tutti i giorni dell’anno».  

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Due giovani ortodossi nelle strade di Tel Aviv (photo Bergamin).

Il lungomare culmina nel cuore di Jaffa, l’antico porto dove ormeggiano pescherecci arrugginiti dal tempo e dal trasporto delle arance, rifugio segreto delle coppie “miste”, che si baciano furtive nei vicoli e sotto gli usci dai battenti in ferro della collina di Jaffa, tra Gan Hapisga e Rehov Pasteur. Qui tanti artisti, registi, intellettuali hanno trasformato cadenti dimore di arenaria in case atelier che “sbocciano” in bovindi fioriti dai quali ammirare le luci tremolanti dei grattacieli di Tel Aviv e persino la  torre cilindrica alta 49 piani del centro commerciale Azrieli, da dove – scherzano gli israeliani –si vedono non soltanto le alture del Golan, ma persino re Abdullah di Giordania che fa colazione con la bellissima moglie Rania.  
Non è un caso, dunque, che a Jaffa viva Ilana Goor, l’artista contemporanea più conosciuta, bizzarra e… spettinata di Israele. «Questi capelli sono sempre stati indomabili – ci accoglie passando la mano sulla montagna di riccioli bianchi, e allontanando con una carezza il suo pingue cane bassotto appisolato sullo zerbino –, la mia casa-factory è stata originariamente il primo ostello destinato ad accogliere i primi ebrei giunti qui nella terra promessa». Adesso è la tana dei suoi preziosi insetti in bronzo e rame, che fanno capolino da tutti gli angoli della casa. Anche Bill Clinton ne è rimasto stregato, tanto da avere acquistato uno scarabeo gigante, forse come portafortuna per la corsa presidenziale della moglie Hillary. 
«Vivo in questa parte di Tel Aviv perché mi piace sentire il contatto diretto con gli arabi. Una mescolanza che è fonte di perenne ispirazione. Per respirare questo melting pot, basta scendere da questa collina, e penetrare nei vicoli del Flea Market, il mercato delle pulci che comincia in Oley Zion Street, e poi lasciarsi  trasportare da uno sciame di persone sino al Suq Ha Carmel dove i dolci caramellati arabi si mescolano ai prodotti di derivazione russa. E dove soprattutto il mix razziale e culturale scioglie quel clima di tensione instaurato dalla politica. Queste strade, l’attiguo quartiere yemenita di Kerem Hatemanim coi ristoranti in cui assaggiare le zuppe pizzicate di spezie, sono il vero simbolo dell’armonia che regna in questa città».
© Getty

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Insieme ai palazzi di Sderot Rotschild, il palcoscenico della città su cui affacciano quei candidi palazzi eclettici, art nouveau, dai balconi procaci e tondeggianti innalzati tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso secondo i crismi della Bau Haus, tanto amati anche da le Corbusier, che son valsi a Tel Aviv l’inserimento tra i patrimoni dell’umanità dell’Unesco. Questa via è il cuore della città, tagliata in due da un drappello di alberi di sicomoro, alla cui ombra i ragazzi corrono veloci sui rollerblade, e gli anziani giocano a bocce insieme agli impiegati delle multinazionali durante la pausa del pranzo consumata al Doda, un antico palazzo signorile dove si mangia rigorosamente kosher o al Boya, nel vecchio porto di Tel Aviv, dove  si vede il mare dai giganteschi oblò e autentiche vele spuntano dal soffitto. 
Sderot Rotschild culmina nella Indipendence Hall, un palazzo storico perché tra le sue mura Ben Gurion il 14 maggio del 194 proclamò la nascita dello stato di Israele. Poco distante, si innalza il monumento in ricordo del premier Izhak Rabin, assassinato da un giovane di estrema destra. Accanto a blocchi di pietra basaltica accatastati l’uno sopra l’altro come dopo una scossa di terremoto, sono state affisse tante poesie, a dimostrazione che questo omicidio non ha fermato, anzi accelerato la voglia di andare avanti di questa città-laboratorio di stili,e tendenze. Soprattutto architettoniche. E così sono nati nuovi luogo di incontro, come l’Hotel Cinema, ex teatro e sala cinematografica trasformato in albergo dal design raffinato e minimalista, un gioiello in stile Bauhaus risalente agli anni ‘30  del secolo scorso che sorge proprio nel mezzo di Dizengoff Square, la piazza ottagonale su due piani, dove al centro troneggia la fontana di Y. Agam. Un design  che “scalda” come quello dell’Ariela House, la nuova biblioteca cittadina, e del Tel Aviv Performing Centre, l’avveniristico edificio a forma  ovoidale disegnato da Rechter Yaacov, praticamente tre  spirali incapsulate in un guscio di vetro lungo Shaul Hamelekh boulevard, sede dell’opera israeliana. 
Proprio di fronte sorge il Musuem of Modern Art che ospita nel cortile irriverenti sculture di Henry Mooree, mentre al suo interno al Meyerhoff Pavillion, si ammira una collezione di arte ebraica del XX secolo, oltre a capolavori di Munch, Pollock, Chagall, e Kokoschka. E’ qui che ci ha dato appuntamento Amìr Gutfreund. «Mi riconoscerà dalle orecchie a sventola e la divisa militare». Il primo indizio si rivela assai più decisivo del  secondo, perché alle sei della sera una moltitudine di militari graduati sciama dall’antistante  Palazzo dell’aeronautica dalla possente forma pentagonale. Gutfreund, è però l’unico tenente colonnello dell’aviazione israeliana a essere anche un romanziere umoristico di successo. Il suo “Nostro Olocausto”, in cui racconta con humour la storia  di bizzarri personaggi sopravvissuti ai lager, ha conquistato decine di migliaia di lettori. «Negli stranieri desta sempre un effetto strano pensare a  un militare scrittore, ma a Tel Aviv è normale che anche chi coltiva passioni artistiche e letterarie possa intraprendere la carriera militare – racconta davanti a una tazza di te tra i tronchi di cedro naturale ai quali gli avventori appiccicano messaggi  e vignette dell’antico Caffè Tamar, ritrovo bohemien della città, nel quartiere di Neve-Tzedek, - questa è una città strana, contraddittoria, che sotto la sua patina di fulcro dell’economia israeliana nasconde un ironia, voglia di godere appieno la vita molto latina. Lo dicono i suoi palazzi, che oserei definire  sensuali, carnali. Lo si legge nei suoi romanzi e nella sua gente. Dicono che tel Aviv non dorma mai, e io aggiungerei che sogna sempre».