Venerdì 15 marzo la città bianca sarà invasa da una marea colorata di runner, che caleranno festosi da tutto il mondo per scoprire di corsa le meraviglie di Tel Aviv lungo un tracciato che esalta le peculiarità architettoniche del centro storico e l'atmosfera friendly, oltre alla gioiosità della sua popolazione.
«E’ un po’ New York, ma dentro una bottiglia di vetro. Tel Aviv, la città che non dorme mai, questa metropoli senza spigoli, la dama bianca di Israele coi suoi oltre quattro mila edifici bianchi tondeggianti eretti dai discepoli ebrei della Bau Haus tedesca (la scuola fondata a Weimar nel 1919 da Walter Gropius – ndr) fuggiti dal nazismo, con la piccola Manhattan fatta di grattacieli in vetro che sfiorano le nuvole e il lungomare è l’emblema dell’Israele moderna. Vi aleggia uno spirito nuovo, rilassato. Un’ansia di vivere contagiosa. L’integrazione qui non è una parola ma una realtà in divenire, un work in progress». La prova che Etgar Keret non sta mentendo, la si può avere accompagnando lo scrittore e regista, in una delle sue passeggiate d’ispirazione – come le chiama l’autore di “All'improvviso bussano alla porta” (Feltrinelli, pg 187, € 15), raccolte di short stories un po’ surreali, edite in Italia per i tipi E/O – nel quartiere di Rehov Shenkin, l’anima alternativo-chic della più grande città israeliana. Soldatesse bambine entrano col fucile a tracolla e il rossetto carminio negli atelier di moda vintage. Studenti ortodossi con i peiòt, le treccine penzolanti gettano lo sguardo per qualche attimo dentro le gallerie degli artisti contemporanei, non riuscendo a ritirarlo in tempo prima che si intrufoli nelle vetrine di biancheria intima aperte proprio a ridosso dei negozi di pratica religiosa che espongono le menoròt, i candelieri a sette braccia e i libri della torah.
Nelle librerie di seconda mano, che sono i moderni salotti letterari israeliani si incontrano e conversano, accoccolati su divani dalla pelle sdrucita, ragazzi rasta, bellezze etiopi ed ebrei israeliani. Insieme a Keret andiamo a scoprire anche Nachlat Binyamin, il quartiere degli artisti per antonomasia, risalente al primo Novecento, dove sino a pochi anni fa abitavano i mercanti di stoffe. Passeggiamo tra palazzi un po’ fané in stile funzionale che sfoggiano elementi di architettura pre-bau haus, turca, gotico moderno. Sulle facciate delle case compaiono quindi prue di navi, gigantesche anfore, palmeti, caprette. Un’arca di Noé scolpita nella pietra, a perenne memoria della provenienza del popolo israeliano. Gli artigiani espongono nel mercatino del martedì e del venerdì le loro creazioni sui tavoli all’aperto, i giovani entrano nelle boutique dalle vetrine più sfrontate come Schwartz Furs per indossare le pellicce sintetiche, gli abiti dai colori psichedelici, o soltanto per curiosare e sedersi sui divanetti tigrati. «Tel Aviv – continua Keret - ribolle di un magma di sentimenti e sensazioni, che è facile infondere nei romanzi e nei film. Io amo la spiaggia, che si stende per oltre 8 chilometri, e rappresenta un una livella sociale, religiosa e politica. Questo è l’unico luogo di Israele in cui, una volta spogliatisi degli indumenti, non c’è differenza tra un ragazzo arabo e un soldato che reca sulla divisa militare la stella di Davide. Sul lungo mare si fa jogging di notte, si balla la break dance e l’hip hop nei party del pomeriggio e al chiaro di luna. Surfisti e scrittori, taxisti e ballerine si godono la luce di questa città bagnata dal sole praticamente tutti i giorni dell’anno».
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Due giovani ortodossi nelle strade di Tel Aviv (photo Bergamin).
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