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Obiettivi del Green Deal, il punto su energia, ambiente e ciclo idrico

Nello studio realizzato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con A2A, si evidenziano i gap dell'Italia rispetto agli altri Paesi UE e il ruolo delle multiutility nella transizione energetica

Nella ripresa economica post-Covid le istituzioni europee giocano un ruolo strategico, prima di tutto grazie ai finanziamenti approvati tramite il piano Next Generation EU, con una dotazione complessiva pari a 750 miliardi di euro. Per ottenere questi fondi però l’Italia deve dimostrare di essere pronta a mettere in atto una transizione sostenibile. Per capire a che punto siamo in questo percorso, è stato presentato lo studio “Il ruolo chiave delle multiutility per il rilancio sostenibile dei territori italiani”, realizzato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con A2A, multiutility italiana che opera nei settori di ambiente, energia, calore, reti e tecnologie. "Visto che andiamo a indebitare il nostro Paese e l’Europa è necessario che i fondi del Recovery fund siano investiti in infrastrutture che rendono i nostri paesi più competitivi e più sostenibili su scala globale", spiega a Tgcom24 Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A. "Ormai è chiaro a tutti che competitività e sostenibilità vanno di pari passo. Transizione energetica ed economia circolare sono quindi temi centrali e tipici delle multiutility".

Il ruolo delle multiutility nella transizione energetica - La ricerca propone una gap analysis con i benchmark europei nell’ambito di tre settori strategici: energia, ambiente e ciclo idrico, e mette in luce i divari esistenti tra l’Italia (e i suoi territori) e i best performer, analizzando il contributo chiave che le multiutility possono assicurare per colmarli, favorendo una transizione sostenibile. Le società che si occupano dell’erogazione di più di un servizio pubblico, alla luce del loro ruolo per lo sviluppo sostenibile dei territori, potranno agire da catalizzatori degli investimenti europei.

 

“Le multiutility sono una leva chiave per dispiegare il Green Deal e attivare investimenti in infrastrutture virtuose utili per il Paese”, afferma Marco Patuano, Presidente di A2A. “Le imprese devono però avere un ruolo proattivo nello sviluppo di progettualità concrete per attrarre i finanziamenti europei. Ci sarà una grande mobilitazione di risorse. Per poter sfruttare a pieno questo potenziale è quanto mai necessario prevedere un framework regolatorio e operativo chiaro che consenta alle multiutility di investire efficacemente nelle direzioni indicate da Next Generation EU e in coerenza con gli obiettivi del Paese. Abbiamo aderito alla realizzazione di questo studio insieme ad Ambrosetti perché crediamo fortemente di poter fornire un contributo concreto al raggiungimento di questi obiettivi”.

 

Energia: Italia in ritardo a causa degli iter troppo lunghi - Partendo dal pilastro energia, l’analisi evidenzia che, con il trend degli ultimi cinque anni, l’Italia non raggiungerà i propri obiettivi di rinnovabili nei consumi finali fissati nel Piano Energia e Clima al 2030, con un gap di oltre sette punti percentuali. Aumentare la potenza installata rinnovabile nella generazione elettrica è fondamentale per raggiungere il target, ma esiste ancora un rilevante gap impiantistico: ai ritmi attuali, il gap di potenza installata sarà di circa 2.200 MW al 2025 e di circa 2.400 MW al 2030 per l’eolico e addirittura di 3.700 MW al 2025 e di oltre 23.000 MW al 2030 per il fotovoltaico. Tale ritardo è associabile a iter autorizzativi lunghi e complessi (in alcuni casi gli impianti di grandi dimensioni hanno richiesto fino a otto anni).

 

"Per quanto riguarda la produzione energetica, gli obiettivi che si sta dando la Comunità europea di arrivare al 2030 con un riduzione del 60% di emissioni Co2, vuol dire spingere sulle energie rinnovabili in maniera importante - continua Mazzoncini - "Non solo sullo storico idroelettrico, ma anche fotovoltaico ed eolico. Quindi dobbiamo concentrare la nostra energia su questo settore, nel quale abbiamo bisogno anche dell'aiuto delle amministrazioni". 

 

Ambiente: ancora indietro sulla raccolta differenziata – Per quanto riguarda l’ambiente, lo studio mette in evidenza che l’Italia è ancora lontana dalle migliori esperienze europee per la gestione dei rifiuti. Molti territori italiani non si avvicinano agli obiettivi vincolanti del 10% dei rifiuti urbani conferiti in discarica al 2035 (con un tasso di conferimento medio nazionale del 21,5%) e del 70% dei rifiuti urbani oggetto di raccolta differenziata al 2030 (con un valore medio nazione pari a 58,2%), fissati dal Circular Economy Package della Commissione Europea. Con un tasso di riciclo dei rifiuti urbani pari al 49,8%, il nostro Paese è in linea con la media dell’Area Euro pari a 50,3% anche se un ulteriore sforzo è necessario per raggiungere i best perfomer europei (Germania 67,3%, Slovenia 58,9% e Austria 57,7%).

 

La raccolta differenziata e la massimizzazione del riciclo devono essere la priorità a cui tendere, tutto ciò che non è recupero di materia deve essere quantomeno riutilizzato come energia per minimizzare il conferimento in discarica. L’Italia ha un tasso di recupero energetico pari al 19,1% e rimane indietro rispetto ai benchmark europei (Finlandia, Svezia e Danimarca) che registrano un valore medio del 53,1%.

 

Ciclo idrico: la metà dell’acqua distribuita viene dispersa - L’analisi mette in evidenza ambiti di miglioramento anche per il ciclo idrico. L’Italia ha una rete infrastrutturale obsoleta (60% delle infrastrutture ha più di 30 anni e il 25% più di 50 anni) e la metà dell’acqua distribuita viene dispersa. Il gap impiantistico riguarda anche la capacità di depurare e trattare le acque reflue: l’Italia è soggetta a quattro procedimenti di infrazione, con due sentenze confermate, che si stima costeranno non meno di 500 milioni di euro fino al 2024.

 

Tali deficit scontano una carenza di investimenti nel settore idrico. Con 40 euro per abitante all’anno (rispetto a una media europea annua di 100 euro per abitante), l’Italia si posiziona al terzultimo posto nella classifica europea per investimenti nel settore, davanti solo a Malta e Romania. Inoltre, il livello attuale della tariffa (1,87 euro/m3, la metà rispetto a quella francese e il 40% in meno rispetto a quella tedesca) non permette di coprire il gap infrastrutturale e deresponsabilizza il consumo, in un Paese già fortemente idrovoro (quarto Paese in Europa per consumi di acqua pro-capite, con 220 litri al giorno per abitante). "Dobbiamo creare un rete idrica nazionale per garantire l’acqua a tutti e dobbiamo lavorare sulle enormi perdite della distribuzione e sulla depurazione", conferma Mazzoncini. 

 

Gli impianti? Meglio se lontani da casa: il fenomeno NIMBY - “Dobbiamo colmare con urgenza i gap dei territori italiani. Diciotto Regioni su venti satureranno la propria capacità di smaltimento in discarica entro il 2025 e, di queste, tredici Regioni la satureranno già entro il 2020” spiega Valerio De Molli, Managing Partner & CEO di The European House – Ambrosetti. “Anche il ciclo idrico ha ampi spazi di ottimizzazione, con una rete infrastrutturale obsoleta. Con il 47,9% dell’acqua prelevata dispersa lungo la rete, più del doppio rispetto alla media europea, siamo all’ultimo posto nella classifica europea”. 

 

La possibilità di potenziare e realizzare nuovi impianti è influenzata anche dal fenomeno NIMBY (“Not In My Backyard”) che indica la preferenza a localizzare impianti in luoghi distanti dalla propria quotidianità, negandone la realizzazione o frenandone lo sviluppo. A oggi, sono 317 le contestazioni aperte con una marcata incidenza per il comparto energetico e quello dei rifiuti. In questo senso, lo studio ribadisce l’importanza di estendere i meccanismi partecipativi esistenti a livello territoriale, al fine di co-progettare l’opera per renderla aderente alle esigenze e accettata dai territori.

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