Quando, qualche annetto fa, da giovani cronisti, ci azzardammo ad equiparare i telefilm americani alle grandi fiction , a paragonare la saga di Star Trek ai Buddenbrok di Thomas Mann, ad immaginare, biblicamente il giubbotto di Fonzie come la tunica degli angeli caduti, fummo fustigati a sangue dai colleghi. Ed esposti al pubblico ludibrio della critica; e ritenuti dei cerebrolesi dai cinefili over 40.
Dieci anni dopo (due lustri, diavolo, il tempo non è galantuomo ) il pietroso Leo Damerini luomo con sole due espressioni, alla Clint Eastwood: accanto al Gabibbo e senza il Gabibbo- e Fabrizio Margaria pubblicarono il celeberrimo Dizionario dei telefilm, benedetto da Aldo Grasso che sino ad allora li aveva un tantinello trascurati-. E il mondo non fu più lo stesso.
Si istituì, con afflato quasi carbonaro, tra pochi fans intimoriti e una critica diffidente come lo era quella degli anni 70 per la tv a colori, il Festival dei Telefilm. La prima edizione fu carina, sdoganò un genere; la seconda gli diede dignità letteraria; la terza li gonfiò con la dimensione del business e la quarta si permette, ora, lo slancio postmodermo. Ebbè, si cresce.
Tra ospiti pazzeschi (le star di O.C. fra tutti), infatti, la nuova edizione della kermesse unica in Europa fa suo il motto : Quando Freud incontra Warhol . sottotitolo: I telefilm meglio di una seduta di psicanalisi. E via con la spiega ai giornalisti, ossia con un pippone filosofico sul concetto di normalità col mafioso Tony Soprano che sembra Fred Flintstone; con la battaglia fra i sessi di West Wing e Commander in Chief (dove simmagina una donna alla presidenza degli Stati Uniti, che è come dire Rosy Bindi o Livia Turco da noi ) ; col giovane Clark Kent di Smalville fatto passare per un nerd anni 80. Tutto perfetto, per carità.
Tra laltro i colleghi del Corriere della sera di Milano mettono in copertina il faccione nerofumo di Gary Coleman, il grande Arnold di Harlem contro Manhattan (Usa 1978), serie che contrassegnò la nostra adolescenza donando al mondo le guanciotte più tirabaci del mondo, il primo melange tra sit-com e black comedy, più Janet Jackson (nella parte di Charlene, morosa di Willis) . E non capite, per chi ci è cresciuto negli anni sfavillanti delledonismo reaganiano di Platini, del Drive in, dei Duran Duran e del cubo di Rubik, quanta emozione il volto gommoso di Arnold ancora rechi al cronista (anche se ora Coleman è un nano alcolizzato che entra e esce dai tribunali).
Ovviamente come ci scrivono i lettori- questo Telebestiario appare ancora una volta una scusa per spaparanzarsi sul ricordo degli anni 80. Vero. Hai voglia citare Notte prima degli esami; o una generazione- la nostra con tante idee ma poche ideologie; o il movimento della Pantera, il 68 dei poveri; o le insofferenze di un popolo che aveva tutto ma non se ne rendeva conto. Gli anni 80 non hanno bisogno di scuse, tirano sempre. Non è un caso che negli Usa la serie Everbody hates Chris(che sbarca su Sky e Paramount Comedy ha inaugurato il Telefilm Festival), storia romanzata della infanzia della star Chris Rock, unico nero in una scuola di bianchi, sia un successo planetario. Non è un caso che proprio il Festival del telefilm ci faccia su convegno domenica al cinema Apollo di Milano. Mentre scriviamo ci rendiamo conto che negli anni 80 criticavamo la generazione dei Gianni Minà e dei Walter Veltroni che ci propinava in tutte le salse la menata degli anni 60 (Due palle così, basta co sti anni 60 diceva Massimo Troisi -).
Oggi realizziamo che la smeniamo allo stesso modo ai nostri pazienti lettori, con la nostra, di generazione. E i nostri colleghi più giovani ci guardano con laria rassegnata e divertita; come se osservassero un cocker che scava affannosamente alla ricerca dun osso che non ritroverà più. Sono colleghi che conoscono la Playstation, Dragonball e il wrestling, ma non hanno la minima idea di chi fosse Emma Peel. E non sanno cosa si sono persi.
