televisione

L'arte inconfessabile dei telefilm

Telebestiario di Francesco Specchia

08 Mag 2005 - 17:37
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C’è una persona che – come in un poema omerico - invidiamo più d’ogni altri nel luccicante mondo della tv. Non è un divo, tutt’altro. E’un ragazzotto di 35 anni dal ventre e dai pensieri gonfi; che pronuncia discorsi a mozziconi come un personaggio di Dostojieski, che quando ha la barba sembra un narcotrafficante uscito da Starsky & Hutch e quando è senza pare il comprimario di un episodio di Melrose Place. Uno - per intenderci - di quegli ex sfigati cresciuti a pane e tv dei ragazzi negli anni 70, e che vent’anni dopo si sono trovati tra le dita, all’improvviso, le fila del proprio destino.

Leo Damerini lo invidiamo parecchio. Perché la mattina, sei giorni su sette, lavora nell’ufficio stampa Mediaset nel ruolo di trait d’union tra Antonio Ricci e il resto del mondo; e la sera, sempre sei giorni su sette, è riuscito a realizzare i propri sogni adolescenziali, quelli che Elemire Zolla chiamava il coagulo dello“stupore infantile”. Damerini, infatti non è solo l’autore del “Dizionario dei telefilm”( con Fabrizio Margaria) prefato da Aldo Grasso, ma è riuscito nell’intento di creare un Accademia e un Festival Internazionale dei Telefilm di cui è l’indiscusso presidente. Ora – proprio al Festival - Carlo Freccero dice :“Alla Rai non capiscono: fu Dallas a fondare Canale5, e I Sopranos e O.C. aggirano il politicamente corretto e Six Feet Under e Disperate Housewife sembrano film di Bergman”. E Aldo Grasso aggiunge: “I telefilm sono salvezza della televisione”. E tutti i colleghi, dopo anni che li avevano schifati, ora tutti lì pronti a versare liturgici fiumi d’inchiostro sul loro ineludibile ruolo sociale. Davvero i cronisti hanno la memoria corta.

E l’aspersione postuma, spesso, avviene dall’acquasantiera dell’ipocrisia. Li ricordiamo, i colleghi, a discutere del necessario sostegno a qualsiasi fiction pseudointellettuale e purché italiana e militante. A massacrarti ogni volta che accennavi alla piacevolezza della serialità americana. A dirti che se ventilavi che Emma Peel & John Steed descrivevano gli anni 60 meglio di Antonioni e della Nouvelle Vague eri un ignorante; e che se dicevi che era meglio una puntata sull’interrazzialità di Star Trek che un intero ciclo di conferenza di Amnesty International eri un pirla. I telefilm sono un sussulto d’intelligenza, credeteci. Sex and The City, Dawson’s Creek, CSI, Lost ma anche Happy Days, Ufo , Attenti a quei due; e la fantascienza, il “teen drama”, la black comedy: sono tutti gli eredi del feuilletton ottocentesco. Sono Conrad, Melville, Kafka, certe volte perfino Joyce. L’anno scorso, tanto per dire, l’autorevole Publishers Weekly fece riferimento a Buffy l’ammazzavampiri come “testimonianza cristiana in funzione antiislamica”. L’altra sera, in un pubblico consesso, il sempiterno Grasso a Freccero che decantava “La meglio gioventù” sulla Rai ha sentenziato: “Preferisco una puntata di Smalville a tutta la produzione di tutto il tuo Marco Tullio Giordana. Magari non era vera né l’una né l’altra cosa. Ma, in quel mentre, è partito un fragoroso applauso dal fondo della sala. Il pietroso Damerini. Tutti gli altri, come in una galoppata di Bonanza o in una puntata di Friends, gli sono curiosamente venuti dietro.