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Tommy Kuti contro il razzismo e la "trap demenziale": "Il rap è una cosa seria"

Il rapper di origini nigeriane ha pubblicato lʼalbum "Italiano vero". Tgcom24 ne ha parlato con lui

Tommy Kuti contro il razzismo e la "trap demenziale": "Il rap è una cosa seria"

Il suo album si intitola "Italiano vero" ed è una precisa dichiarazione di intenti per lui che per la legge italiana, italiano non lo è ancora. E' Tommy Kuti, rapper di origini nigeriane, che si fa portavoce dei italiani di seconda generazione. E se la prende con alcuni colleghi... "Il rap è una cosa seria che deve trattare cose importanti - dice a Tgcom24 -. La moda purtroppo impone la trap demenziale, vuota di valori".

"Italiano vero" è un album che attraverso il rap racconta il nostro Paese in uno degli argomenti più caldi degli ultimi anni. "Sono italiano anche senza lo Ius Soli" dice il rapper nel brano "Forza Italia", che lo ha portato persino a un dibattito sui social con Salvini. Il brano "Afroitaliano" rappresenta invece il punto centrale della narrazione musicale di Tommy Kuti, nei versi di questa canzone esprime un concetto molto semplice, nonostante la pelle scura, il suo cognome straniero e il suo luogo di nascita, si sente di appartenere pienamente a questa nazione. "La mia storia è simile a quella di moltissimi ragazzi di seconda generazione - spiega -. Il concetto base è la frattura tra il sentirsi italiani e il vedere questa cosa non riconosciuta dallo Stato".

Nella tua vita hai avuto modo di confrontarti direttamente con il razzismo?
Più di una volta. Da una parte puoi sentire quello che io chiamo "il razzismo istituzionale", che deriva dall'essere considerato uno straniero nonostante sia nato qui. E poi c'è quello della vita di tutti i giorni: se sei nato in Lombardia ma sei nero prima o poi troverai sicuramente qualcuno che te lo fa notare.

Colpa dei pregiudizi?
Gran parte dei problemi non sono dovuti a cattiveria ma a ignoranza. Molti credono davvero che se sei nero sei appena sceso da un barcone.

E come ti difendi da queste situazioni?
Cerco di prenderla con ironia, anche se spesso non è facile.

Quando hai inizato a usare il rap come forma di comunicazione?
Ancora prima di pensare di considerarla una strada artistica: ai tempi del liceo linguistico facevo le interrogazioni su Dante in rima e i professori rimanevano allibiti.

Nell'album non te la prendi solo con il razzismo ma ne "Il disco di Tommy" attacchi pesantemente altri rapper  
Devo ammettere che di questa situazione sono contento dei risultati, fa piacere vedere il rap diffondersi tanto. Ma è la mancanza di contenuti o di poetica che sottolineo. Io sono della generazione cresciuta con i rapper che erano bravi con la parola. La mia paranoia quando ho iniziato era quella di essere all'altezza di ciò che faceva gente come Fabri Fibra o Marracash.

E invece oggi...
Questa è un'epoca narcisistica, molti sono più bravi a mettere felpe su Instagram che a mettere in fila delle rime a tempo. Tutto è cambiato dal 2006, quando è uscito "Tradimento" di Fabri Fibra. Il rap è stato sdoganato ed è diventato un genere sempre più famoso.

Come ti spieghi il nuovo trend?
Nel nostro Paese la moda condiziona tutto e la trap demenziale è moda adesso, quindi è stata abbracciata da tutto. Sembra che non aspettassero altro. E' il risultato di 20 anni di vuoto, della crisi di valori in cui viviamo.

A proposito di Fabri Fibra nell'album fa un featuring in "Clichè". Come è stato collaborare con quello che era il tuo modello?
La collaborazione con Fabri è per me molto importante. Mi ha sempre insegnato come essere un artista prima ancora di parlargli di persona. Conoscendolo ho realizzato che siamo in sintonia su molte cose.

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