Con “Treminutietrenta”, Cristian Cugini e Riccardo Cipri trasformano la durata di una canzone nella misura di una quotidianità sempre più compressa. Tra colloqui su Zoom, scrolling, precarietà e sogni da rincorrere, il duo racconta con ironia un tempo nel quale tutti devono imparare a catturare immediatamente l’attenzione per non essere scartati.
© Ufficio stampa
Il brano anticipa “Perseverance”, il loro debut album. Tre minuti e trenta possono bastare per una canzone, ma diventano un problema quando scandiscono il tempo entro il quale dobbiamo convincere qualcuno ad assumerci, ascoltarci, sceglierci o amarci.
Perché avete scelto proprio tre minuti e trenta come unità di misura di questa canzone?
I tre minuti e trenta sono stati per decenni la durata “standard” del singolo radiofonico perfetto: il tempo ideale per racchiudere un’emozione, una storia o un ritornello che ti resta in testa. Oggi però quella cifra è diventata quasi un paradosso. In tre minuti e trenta, nell’era dello scrolling e della fruizione rapida, ti viene chiesto di sintetizzare chi sei, cosa vali, la tua carriera o persino la tua vita emotiva. Abbiamo scelto questa misura per prendere una regola strutturale della musica e trasformarla in una lente d'ingrandimento sulla frenesia con cui viviamo ogni giorno.
Nel brano dite che in tre minuti e trenta bisogna “fare bella figura, almeno per un po’”. Quanto pesa oggi l’obbligo di presentare immediatamente una versione convincente di sé?
Pesa tantissimo, perché la velocità attuale non ti concede il tempo di mostrarti con le tue sfumature, i tuoi dubbi o le tue fragilità. Oggi viviamo in una perenne “modalità pitch” o “trailer”: che si tratti di un profilo social, di una bio su Tinder o di un colloquio di lavoro, l'aspettativa è quella di vendere subito la versione migliore di se stessi in un pugno di secondi. Quel “fare bella figura, almeno per un po’” è il compromesso che accettiamo tutti pur di superare la prima selezione, sperando che poi qualcuno abbia la pazienza di andare oltre la superficie e scoprire chi siamo davvero.
Il protagonista affronta un colloquio su Zoom vestito con giacca e due cravatte ma senza pantaloni. Quanto c’è di voi in quell’immagine?
C’è tantissimo di noi e, crediamo, di chiunque abbia vissuto le interazioni a distanza! L'immagine di chi affronta un colloquio su Zoom con giacca e ben due cravatte, ma completamente senza pantaloni sotto, è l'emblema della nostra epoca: l'esagerazione assurda di ciò che viene inquadrato dalla telecamera pur di fare bella figura, a fronte di una precarietà totale a un centimetro fuori dal campo visivo. Volevamo raccontare come ci siamo abituati a mostrare solo la "facciata" costruita delle nostre vite, mentre sotto la superficie galleggiamo tutti in un senso di fragilità e incertezza costante. Poi, conoscendoci, per quanto siamo disordinati e cronici ritardatari, noi viviamo in un perenne caos creativo! La capacità di improvvisare è diventata la nostra eccellenza e la nostra salvezza.
“Treminutietrenta” fa sorridere, ma lascia progressivamente emergere una certa inquietudine. Perché avete scelto l’ironia?
L’ironia è da sempre l’arma migliore per dire la verità senza far scappare l’ascoltatore. Quando affronti temi come la precarietà, l’ansia da prestazione o la sensazione di correre a vuoto, il rischio è quello di diventare troppo cupi o didascalici. L’umorismo, invece, crea una complicità immediata: ti fa sorridere subito, ma ti lascia addosso quel retrogusto amaro quando capisci che stai ridendo di te stesso. Per noi l'ironia è una sorta di cavallo di Troia per far entrare riflessioni più profonde e persino un pizzico di inquietudine senza perdere la leggerezza.
A un certo punto compare un uomo che grida: “Ridatemi il tempo, lo rivoglio indietro!”. Che cosa sta reclamando davvero?
Sta reclamando la sovranità sulla propria vita. Non chiede indietro semplicemente delle ore o dei minuti, ma il diritto a un tempo “non produttivo”, a quella lentezza necessaria per pensare, annoiarsi, vivere le relazioni senza la fretta di dover dimostrare o monetizzare qualcosa. È l’urlo di chi si rende conto di aver barattato pezzi di vita reale per stare dietro a ritmi, notifiche e scadenze che non ha scelto. Quel personaggio dà voce a un bisogno disperato che oggi proviamo un po' tutti: riprendere il fiato e riappropriarci del nostro tempo.
Oggi una guerra, un matrimonio, una pubblicità e un animale buffo possono comparire sullo stesso schermo a pochi secondi di distanza. Questa sovrapposizione ci sta rendendo indifferenti?
Più che indifferenti, forse ci sta rendendo "sovraccarichi". Quando il dramma della storia e la leggerezza di un video virale convivono nello spazio di uno swipe, il nostro cervello fatica ad attribuire il giusto peso emotivo a ciò che vede. Passare dalla tragedia al delitto, dall'interruzione pubblicitaria al gattino in pochi millisecondi anestetizza l'empatia, perché non ci concede il tempo necessario per rielaborare le emozioni. La canzone riflette proprio questo cortocircuito: una realtà in cui tutto ha lo stesso livello di urgenza e di conseguenza nulla riesce più a colpirci fino in fondo.
La canzone, però, non condanna internet. Anzi, è proprio attraverso un tweet che il protagonista incontra l’amore. Qual è, allora, il vero problema?
La tecnologia in sé è solo uno strumento, straordinario e neutrale. Il vero problema non è il mezzo, ma la velocità frenetica e l'uso alienante che ne facciamo. Un tweet o un messaggio possono abbattere le distanze e far nascere una connessione reale, come accade nel brano; il cortocircuito nasce quando usiamo la rete per sostituire la realtà anziché per arricchirla, o quando ci lasciamo travolgere dalla fame di attenzione a tutti i costi. Internet può far entrare l'amore nella tua vita, a patto che poi tu sia disposto a spegnere lo schermo per viverlo.
Anche la musica deve conquistare l’ascoltatore nei primi secondi. Da artisti, quanto avvertite questa pressione?
La avvertiamo eccome, è una sfida quotidiana per chiunque faccia musica oggi. C’è la tendenza a strutturare i brani eliminando le intro, anticipando subito il ritornello per evitare che l’utente passi al brano successivo nei primi 5 o 10 secondi su Spotify. Da una parte questa pressione rischia di limitare la libertà compositiva, ma dall'altra diventa una sfida stimolante: ti costringe ad essere incisivo, a curare ogni singolo dettaglio e a far sì che ogni secondo della traccia abbia un senso. L'importante per noi è non fare mai concessioni sulla qualità dell'idea o sull'identità del pezzo pur di rincorrere l'algoritmo.
Vi capita di domandarvi se una vostra canzone riuscirà a fermare lo scrolling?
Sì, ce lo chiediamo spesso, ed è una delle sfide più grandi. Lo scrolling è un gesto quasi automatico, un flusso continuo in cui l'attenzione scivola via in una frazione di secondo. Fermare quel pollice non significa solo proporre un bel suono o un'immagine d'impatto, ma riuscire a creare una scintilla di empatia immediata: qualcosa che faccia dire a chi ascolta "ehi, questo parla proprio di me". Più che catturare l'attenzione con un artificio, il nostro obiettivo è offrire un gancio emotivo che fermi la fretta e faccia venir voglia di restare.
Nel testo vi definite “come un tardigrado sparato nello spazio”. Come è nata questa immagine?
È nata guardando un video di Barbascura X! Ci ha fatto subito ridere, ma allo stesso tempo ci ha lasciati a riflettere. I tardigradi sono esseri microscopici in grado di resistere a condizioni pazzesche e persino al vuoto cosmico. Ci è sembrata la metafora perfetta per raccontare la condizione di chi oggi cerca di sopravvivere al caos e alla precarietà quotidiana: spesso ci sentiamo proprio così, piccoli e vulnerabili, proiettati in uno spazio enorme e frenetico, ma con una straordinaria e ostinata capacità di adattamento e resistenza.
Essere un duo vi aiuta a sottrarvi alla fretta e a rimettere in discussione un’idea prima di pubblicarla o finisce per accelerare le decisioni?
La bellezza di essere in due sta nel fatto che le due cose si bilanciano a vicenda. Da un lato essere un duo accelera le decisioni operative, perché il confronto è immediato e diretto, senza i tempi lunghi o i compromessi complessi che spesso rallentano le band più numerose. Dall'altro, però, funziona come una cassa di risonanza critico-costruttiva: prima che un pezzo o un testo veda la luce passa attraverso un filtro a quattro mani. Se un’idea convince entrambi significa che ha davvero qualcosa da dire; se uno dei due tentenna, la si smonta e si riparte. Ci aiuta a fare sintesi senza mai accontentarci.
“Gocce di profumo” e “Treminutietrenta” anticipano il vostro primo album, “Perseverance”. Quale identità sta assumendo il disco?
Sta prendendo la forma di un manifesto sonoro ed emotivo che racchiude appieno l'anima dei SOL22. Il titolo stesso, Perseverance, non è casuale: racconta la tenacia di chi continua a credere nella propria musica, nelle proprie idee e nelle proprie relazioni in un tempo che spinge ad accantonare tutto con troppa facilità. Se Gocce di profumo esplora un'atmosfera più intima e Treminutietrenta gioca con l'ironia e la frenesia sociale, l'album completo unirà queste anime in un percorso coerente. Sarà un disco d'impatto e diretto, che non ha paura di raccontare la realtà con leggerezza, ma senza mai rinunciare alla profondità.
