l'intervista

Blonde Redhead, malinconia d'autunno

Il trio composto dai gemelli Amedeo e Simone Pace e dalla giapponese Kazu Makino ha presentato il nuovo cd "Penny Sparkle". Li abbiamo intervistati

di Domenico Catagnano
15 Set 2010 - 15:45

Se qualcuno riscoprisse oggi i Blonde Redhead dopo averli ascoltati per la prima volta agli esordi, sedici anni fa, faticherebbe a pensare che si tratti dello stesso gruppo. Da cuginetti dei Sonic Youth, rumorosi e stropicciati, i Blonde si sono via via "addolciti", abbracciando sonorità più sinuose e raffinate portando via via le melodie dalla "corsia d'emergenza" ("Melody Of Certain Damaged Lemons", melodie come macchine in panne in corsia d'emergenza, tradotto dallo slang Usa, era il titolo del loro album del 2000), al centro della carreggiata.
Il trio composto dai gemelli Amedeo e Simone Pace (italiani di nascita e newyorchesi d'adozione) e dalla giapponese Kazu Makino ha presentato il nuovo cd "Penny Sparkle", uscito in questi giorni, a Milano, Roma e Bologna, in tre concerti che hanno dato il via al tour europeo e che, sostanzialmente, non hanno deluso. Del nuovo disco e della tournée abbiamo parlato con Amedeo.

Al primo ascolto "Penny Sparkle" sembra un disco dove manca un singolo che lo rappresenti, sembra più un lavoro "pieno" da ascoltare nella sua integrità. E' solo un'impressione?
In effetti noi abbiamo sempre cercato di dare un'atmosfera ai nostri dischi, per farli assorbire completamente. E' sempre stato un tentativo, secondo me non ci siamo ancora riusciti, ma è vero che i nostri album preferiti sono quelli che non hanno un singolo, ma quelli "costanti" che ti  fanno rilassare senza dover per forza alzare o abbassare il volume.

Questo nuovo lavoro esce a settembre, e sembra fatto apposta, perché si respira una certa malinconia autunnale...
Lo abbiamo scritto a inizio estate, ma c'era tantissima pioggia. Eravamo in campagna, vicino a Woodstock, ci siamo chiusi in casa per quattro-cinque mesi a fare dei demo in una sala molto grande con pochi mobili e un'acustica molto riverberata. Il posto era bellissimo, pieno di animali, cervi in particolare, in mezzo alla natura, con l'orto dove andavamo a cogliere la verdura. La malinconia è venuta da sè, specialmente quando scrivo i pezzi. Quando uno crea è difficile dire "voglio creare una cosa positiva". Per noi comporre non è più uno scarico di emozioni come in passato, è più una cura intensiva per stare meglio. Lo stesso ci succede quando suoniamo nei concerti, dove scarichiamo l'energia negativa.

La critica negli ultimi anni ha parlato dei vostri dischi come "di passaggio". Definizione ambigua, che se da un lato vi fa sembrare dei costanti rinnovatori, dall'altro sembra quasi che non abbiate trovato la giusta dimensione e che siate sempre rimandati al disco successivo...
A me piace che i nostri lavori siano definiti "di passaggio", anche perché per noi in effetti ogni disco è stato un passaggio, specialmente gli ultimi due. Se uno ha sei mesi per fare un disco, non riesce a maturarlo appieno, senti quasi che ti manca il tempo per farlo. E' suonandolo che via via ti rendi conto di come funziona, il disco in sé rimane per forza di passaggio. Forse definirei solo "La mia vita violenta" (il loro vero primo album datato 1995, ndr) un disco non di passaggio, ma come vero punto di partenza.

Facciamo un passo indietro, torniamo ai vostri esordi...
Io cerco di evitare il più possibile di guardarme al passato, però in questi ultimi periodi ho riascoltato dei pezzi vecchi, che mi sono sembrati strani ma in senso bello, sentivo che per noi era più semplice creare cose nuove, c'era più libertà, come dire, nei confronti di noi stessi. E' sempre più difficile andare a scoprire cose nuove, agli inizi eravamo più incoscienti, poi crescendo questo modo di sentire è purtroppo diminuito. Ma penso che sia qualcosa che riguarda diversi aspetti della vita di ognuno, non solo la musica.

In "Penny Sparkle" si sente "profumo di Stoccolma"...
Quando abbiamo conosciuto Van Rivers e Subliminal Kid (svedesi, produttori dei Fever Ray), abbiamo deciso di fare un pezzo loro. Si sono appassionati, è nato un bel rapporto, abbiamo cominciato a mandare loro i nostri pezzi, poi Kazu è andata a Stoccolma a trovarli, è tornata entusiasta. Noi eravamo in una fase in cui stavamo scrivendo dei pezzi, facevamo dei demo che non riuscivamo bene a capire che suoni volevamo, l'aiuto che ci offrivano lo abbiamo preso al volo. Abbiamo sviluppato un linguaggio per scrivere i nostri pezzi, ed è difficile muoversi, distaccarsi. Con loro abbiamo imparato un nuovo modo di fare musica.

Un nuovo modo che ha reso il vostro sound più elettronico. Non è che avete perso in immediatezza e spontaneità, e "Penny Sparkle" rischia di essere percepito come un album "freddo", con poche emozioni?
Personalmente le emozioni nella musica le sento in qualsiasi genere, sia classica, rock o elettronica. Quella che non riesco a comporre è la musica che è emozionante suonare. Mi spiego: le emozioni vanno e vengono, non ti rimangono, dopo che suoni un mese ogni sera non senti più niente, devi basare il tutto su altri aspetti che possono essere più interessanti, come l'energia nel suonare. 

In "Penny Sparkle" fai il tuo esordio come tastierista mentre la tua voce si sente di meno rispetto al passato...
E' una cosa nuova, però mi piace perché ho sempre scritto con le tastiere. Le suono su tre pezzi, ma chiaramente non manca la mia chitarra. E' vero, rispetto agli altri dischi canto meno, ma ci sono due pezzi in cui c'è la mia voce che non siamo riusciti a mettere, magari verranno fuori in futuro.

"Se potessi tornare indietro nel tempo lo farei così", ha detto Kazu parlando del disco. Sei d'accordo con lei?
Io non tornerei indietro, perché non avrei l'energia per farlo, ma ora che vedo come la gente è legata al nostro passato, penso che lo farei lo stesso così anch'io. Ritengo che sia un bene non abituare troppo la gente a delle cose o spegnersi per fare una cosa simile a quella che abbiamo fatto. Anche avere un'idea di quello che si vuole fare penso sia sbagliato, perché ci si limita, si dà poco spazio alla libertà. Questo disco è stato fatto in modo talmente inusuale e strano che sarebbe impossibile rifarlo in futuro, ma, considerato com'è venuto, anch'io penso che lo rifarei così.

Tempo fa storcevi il naso davanti a internet, la multimedialità sembrava non interessarti più di tanto. Però adesso "Here sometimes", la prima canzone del nuovo album, è stata lanciata proprio dal web, e il vostro sito è curatissimo. Ti sei convertito alla rete?
Il web, dal punto di vista della produzione, è molto importante per la casa discografica, che, come dicevi tu, ha pubblicato video o altre cose sul nostro sito per promuoverci. Per noi internet è stata un'opportunità per lavorare con i ragazzi che erano in Svezia mentre noi eravamo in America. Con loro, via e-mail e con youtube, abbiamo scambiato idee e musica. Direi che ci stiamo adeguando. Io non credevo neanche che saremmo riusciti a fare dei dischi in digitale, oggi dico che ci troviamo davanti a cose che dobbiamo accettare, ma non perché non sia niente di meglio, ma semplicemente perché è un'altra maniera valida di fare le cose. Ma per chi, come noi, ha iniziato quando questo modo di comunicare non esisteva, tutto è più difficile da capire.

Domanda finale che ti avranno fatto mille volte, ma ogni volta la risposta può essere diversa. Qual è il tuo rapporto con l'Italia di oggi, sia dal punto di vista personale che musicale?
Musicalmente non la seguo, ma non seguo neanche la scena americana e inglese... ma non seguo niente in verità, se ascolto qualcosa di nuovo è perché mi è stata consigliata da amici. Detto questo ho molta nostalgia dell'Italia, erano due anni che non venivo e già a guardarla dall'aereo mi veniva da dire "che bello!". L'Italia è un Paese che in tante cose è incredibilmente valido. Giorni fa ho visto a New York "I am love" ("Io sono l'amore, di Luca Guadagnino, ndr), l'ho trovato bellissimo, mi sono sentito fiero nel mio piccolo che in Italia si facciano ancora questi film. C'è però da dire che in America ci sono molti giovani italiani che vengono, magari per aprire un ristorante. Penso che qui in Italia ci sia più difficoltà ad esprimersi, di riuscire a fare quello che veramente si sente. L'ho sentito  io quando abitavo qui, la famiglia ti sta addosso, mentre all'estero è tutto un altro modo di rapportarsi, c'è un altro senso di libertà, non c'è nessuno che ti blocca. In Italia, invece, purtroppo, in molte cose si è ancora limitati.