Charlotte Gainsbourg, la sostenibile leggerezza dell'essere su un palco
A Torino qualche migliaio di persone per il suo concerto che ha aperto il "Traffic"
E' stato un po' come agli esami di maturità, quando sei sicuro di aver studiato ma c'è sempre l'emozione che può giocare brutti scherzi. La candidata Charlotte Lucy Gainsbourg si è presentata davanti a una commissione di qualche migliaio di persone in piazza Castello a Torino per l'apertura del Traffic lo scorso 14 luglio timidina e spaurita. Artista nel dna, (vorrà dire qualcosa essere la figlia di Serge Gainsbourg e di Jane Birkin), una carriera ormai quasi trentennale tra sale di registrazione e set cinematografici, Charlotte ha vinto solo di recente la "sindrome da palco" che, a quanto pare, ha ereditato dalla madre. Al suo secondo tour e per la prima volta in Italia a suonare dal vivo, doveva dimostrare molto, anche perché il suo pubblico di riferimento è di palato fine.
E lo accontenta, mescolando il "french touch" al pop-rock di classe di stampo anglo-americano. Si è circondata di belle persone per i suoi due ultimi dischi. Se quattro anni fa in "5:55" c'erano le manine sante degli Air (e la produzione di uno che la sa lunga come Nigel Godrich, nume tutelare dei primi Radiohead), nell'ultimo "Irm" si è affidata al genio visionario di Beck.
Due gran bei dischi che dal vivo suonano benissimo. Circondata da un quintetto di musicisti eclettici, chitarre, basso, batterie, sintetizzatori, percussioni e archi hanno accompagnato un concerto vario, musicalmente sfuggente a un genere ben definito. La vigorosa "Le Chat Du Café des Artistes", forse il pezzo migliore di "Irm", presentato in una versione più elettronica, è stato uno dei momenti migliori del concerto. Pezzo che risente molto dell'amore per gli archi di Beck, anche se poi si scopre che è una cover di un pezzo francese di quarant'anni fa. Coinvolgente "The Songs That We Sing", una delle tracce più "airiane" di "5:55", del quale però (ahi) non è stato suonato il bellissimo pezzo che dà il titolo al cd.
E poi, classiche ciliegine, due omaggi a papà Serge e una cover di Bob Dylan. Tutto bene, quindi. O quasi. Perché un limite Charlotte ce l'ha, ed è la sua voce, che come estensione non è certo il massimo e quando si lancia in pezzi più rock qualche limite è lampante. Se poi aggiungiamo l'evidente e sincera emozione, la stecca è stata sempre in agguato. E un paio le abbiamo contate.
Ma davanti a così tanta deliziosa grazia, come si fa a non essere indulgenti?
