pop rock misto a french touch

Charlotte Gainsbourg, la sostenibile leggerezza dell'essere su un palco

A Torino qualche migliaio di persone per il suo concerto che ha aperto il "Traffic"

di Domenico Catagnano
16 Lug 2010 - 12:46

E' stato un po' come agli esami di maturità, quando sei sicuro di aver studiato ma c'è sempre l'emozione che può giocare brutti scherzi. La candidata Charlotte Lucy Gainsbourg si è presentata davanti a una commissione di qualche migliaio di persone in piazza Castello a Torino per l'apertura del Traffic lo scorso 14 luglio timidina e spaurita. Artista nel dna, (vorrà dire qualcosa essere la figlia di Serge Gainsbourg e di Jane Birkin), una carriera ormai quasi trentennale tra sale di registrazione e set cinematografici, Charlotte ha vinto solo di recente la "sindrome da palco" che, a quanto pare, ha ereditato dalla madre. Al suo secondo tour e per la prima volta in Italia a suonare dal vivo, doveva dimostrare molto, anche perché il suo pubblico di riferimento è di palato fine.

E lo accontenta, mescolando il "french touch" al pop-rock di classe di stampo anglo-americano. Si è circondata di belle persone per i suoi due ultimi dischi. Se quattro anni fa in "5:55" c'erano le manine sante degli Air (e la produzione di uno che la sa lunga come Nigel Godrich, nume tutelare dei primi Radiohead), nell'ultimo "Irm" si è affidata al genio visionario di Beck.

Due gran bei dischi che dal vivo suonano benissimo. Circondata da un quintetto di musicisti eclettici, chitarre, basso, batterie, sintetizzatori, percussioni e archi hanno accompagnato un concerto vario, musicalmente sfuggente a un genere ben definito. La vigorosa "Le Chat Du Café des Artistes", forse il pezzo migliore di "Irm", presentato in una versione più elettronica, è stato uno dei momenti migliori del concerto. Pezzo che risente molto dell'amore per gli archi di Beck, anche se poi si scopre che è una cover di un pezzo francese di quarant'anni fa. Coinvolgente "The Songs That We Sing", una delle tracce più "airiane" di "5:55", del quale però (ahi) non è stato suonato il bellissimo pezzo che dà il titolo al cd.

E poi, classiche ciliegine, due omaggi a papà Serge e una cover di Bob Dylan. Tutto bene, quindi. O quasi. Perché un limite Charlotte ce l'ha, ed è la sua voce, che come estensione non è certo il massimo e quando si lancia in pezzi più rock qualche limite è lampante. Se poi aggiungiamo l'evidente e sincera emozione, la stecca è stata sempre in agguato. E un paio le abbiamo contate.
Ma davanti a così tanta deliziosa grazia, come si fa a non essere indulgenti?