un ritorno dopo dieci anni

Roma e Bologna applaudono i Pavement, gli anarchici dell'indie-pop

Grande entusiasmo per le due date italiane del gruppo guidato da Stephen Malkmus

di Domenico Catagnano
26 Mag 2010 - 13:07

Din-don, din-don, din-don. La musica dei Pavement a volte sembra un pendolo dal ritmo cadenzato, con cantilene che ricordano filastrocche, ipnotiche e magnetiche. Ma quando il pendolo accelera il suo battito, la regolarità salta, chitarre, basso, batteria e percussioni si velocizzano e incalzano. E a quel punto c'è davvero da divertirsi.

Tornati on stage dopo un silenzio durato poco più di dieci anni, i cinque ragazzotti da marciapiede si sono risvegliati con la vitalità e la forza dei loro tempi migliori. Roma e Bologna hanno ospitato le due date del loro breve tour italiano, e chi se li goduti ha potuto tirare un bel sospiro di sollievo: non è una reunion di maniera, questi hanno ancora qualcosa da dire.

Due ore di musica, belle, dritte, filate, con le loro solite melodie impure, grattuggiate, sporche, di un'immediatezza che non ha perso lo smalto dei tempi andati. Fenomenali -passateci il termine non proprio elegante- cazzari dell'indie-pop erano, e tali sono rimasti, con quell'aria spensierata da festa di fine anno al college che denota un reale modo di approccio alla vita, al di là del fatto che secondo l'anagrafe i Pavement non siano più dei teen-agers. Lo stile è rimasto quello, canzoncine pop arrangiate grezzamente, melodiosamente distorte ma con una carica emotiva travolgente. C'è sempre  l'impressione che suonino sotto il segno del "buona la prima", impressione che via via si trasforma in una mezza certezza, e che, se la prima è veramente buona (e lo è), diventa genialità.

Indie-pop, dicevamo, con belle schitarrate potenti e percussioni scanzonate, con vocalismi spesso sull'orlo di una stonatura calibrata, in bilico tra le note e i cambi di ritmo. Il repertorio presentato, e non poteva essere altrimenti, ha preso il meglio dai cinque dischi del gruppo, e hanno brillato le perle di "Crooked Rain, Crooked Rain", forse il loro capolavoro, uscito nel 1994, mentre nei bis hanno tirato fuori il meglio di "Brighten The Corners" (1996), che a suo tempo fece storcere il nasino alla critica ma che, risentito ad anni di distanza, regge davvero bene.

I Pavement fanno divertire perché, e glielo leggi in faccia, si divertono. Su un palco semplice e scarno, con quelle lampadine intermittenti un po' natalizie, si muovono, corrono, ballano, si stravaccano sugli amplificatori, saltano. Insomma, è gioiosa anarchia. E che spettacolo Stephen Malkmus, cantante del gruppo, che fa volteggiare su e giù la sua chitarra neanche fosse un portachiavi col serio rischio di stamparsela in faccia. Riesce a non farsi male, ma alla fine del concerto bolognese, in un impeto di entusiasmo, cercando forse di scavalcare con un salto la batteria, sbaglia le distanze e cade rovinosamente proprio sul batterista dando vita a un'inaspettata gag.

Questa vitalità così straripante fa ben sperare per il nuovo disco. Disco che però al momento è solo annunciato e nulla più. Chissà se e quando lo faranno uscire. Guardateli in faccia: c'è da fidarsi?