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Addio a Francesco Rosi, un gigante del dopoguerra

Il regista aveva 92 anni: tra i suoi film più celebri "Le mani sulla città", con cui vinse il Leone d'oro, e "Il caso Mattei", che gli valse la Palma d'oro al Festival di Cannes. Lunedì 12 gennaio sarà celebrato in una cerimonia civile alla Casa del cinema di Roma

- E' morto a Roma il regista Francesco Rosi. Nato a Napoli il 15 novembre del 1922, è stato uno dei grandi protagonisti del cinema italiano. Tra i suoi film più celebri "Le mani sulla città", con cui vinse il Leone d'oro, e "Il caso Mattei", che gli valse la Palma d'oro al Festival di Cannes. Nel 2012 fu insignito del Leone d'oro alla carriera. Lunedì 12 gennaio sarà celebrato in una cerimonia civile alla Casa del cinema di Roma.

    Rosi era rimasto solo con la figlia Carolina dopo la scomparsa della moglie Giancarla due anni fa. Se n'è andato in silenzio, è morto nel sonno nella sua bella casa-studio a Via Gregoriana, circondato dall'affetto degli amici. Figlio di borghesi napoletani (il padre gestiva una compagnia marittima), laureato in legge, attratto da una carriera di illustratore per bambini che gli rimarra' in fondo all'anima, il giovane Francesco ha per amici intellettuali e politici come Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi, Giorgio Napolitano (di cui era stato compagno di liceo), Luchino Visconti.

    E' il grande regista, incontrato a Roma subito dopo la guerra, a scovare la sua piena vocazione al cinema. Rosi sarà assistente di Visconti per La terra trema (1948), sceneggiatore di Bellissima (1951), collaboratore in Senso (1953). Tre anni dopo dirige il suo primo film, "La sfida". Con "Salvatore Giuliano" (1962) nasce uno stile che è originale e molto imitato: quello di film-inchiesta. Nasce con lui una nuova nozione di realismo che si confronta anche con lo stile del miglior cinema americano: una scuola che Rosi non ha mai negato, tanto da non farsi scrupolo di averne i grandi interpreti come Rod Steiger.

    Dopo "Il momento della verità" (1965), Rosi si concede una migrazione in un film favolistico "C’era una volta..." (1967), con Sophia Loren e Omar Sharif. Negli anni Settanta torna ai temi di sempre rappresentando l’assurdità della guerra con "Uomini contro" (1970), parla della scottante morte di Enrico Mattei in "Il caso Mattei" (1972) e "Lucky Luciano" (1973), tutti con grandi prove dell'attore-feticcio Gian Maria Volontè. Riscuote un notevole successo il capolavoro "Cadaveri eccellenti" e realizza la versione cinematografica di "Cristo si è fermato a Eboli" (1979), tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Levi e sempre con Volonté protagonista.

    Al "discepolo" Giuseppe Tornatore che ancora nel libro a quattro mani "Io lo chiamo Cinematografo" lo incitava a tornare sul set non rispondeva "sono stanco" ma "il mestiere del regista richiede grande energia fisica e non so se l'avrei più. So invece che in quest'Italia è difficile fare cinema e che la realtà si degrada così in fretta che il suo passo è troppo più frettoloso di quello del cinema. Rischierei di raccontare un paese che già non c'è più". Nel 2012 Rosi ha ricevuto sul palcoscenico della Mostra di Venezia il Leone d'oro alla carriera. Un premio in più in una carriera che già gli aveva regalato il Leone d'oro per "Le mani sulla città", la Palma di Cannes per "Il caso Mattei", la Legion d'onore, i tributi alla carriera di Locarno e Berlino, per non parlare di Grolle, David, Nastri, caduti a pioggia su ogni titolo della sua filmografia.

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