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Nuvole Sacre scuotono Palazzo Reale

Roberto Coda Zabetta e la Bomba Atomica

26 Lug 2010 - 19:24
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La prima volta non si scorda mai
di Claudio Composti


“Finchè ci sarà l’uomo, ci sarà la guerra”  Albert Einstein

“Sono diventato Morte, il distruttore dei mondi” Julius Robert Oppenheimer


La prima volta non si scorda mai.  La prima volta che ho visto le grandi tele di Roberto Coda Zabetta della serie “Nuvole Sacre” è stato nel suo studio, nelle Marche. Proprio lì, hanno preso vita queste macchie di colore che ricordano enormi funghi atomici. L’ispirazione l’ha avuta dopo un viaggio in Giappone. Tornato nelle Marche, la suggestione delle nuvole che solcano i cieli marchigiani prendendo forme strane, a volte di funghi atomici che si levano dalle colline, gli hanno ricordato uno degli avvenimenti che hanno segnato non solo la Storia del Giappone ma di tutto il XX sec.: l’esplosione della prima Bomba Atomica, sganciata su Hiroshima.
La prima volta non si scorda mai. Era il 6 agosto 1945. Ore 8.15. L’ aereo era un B-29, “battezzato” per l’occasione “Enola Gay”, nome della mamma del pilota P. W. Tibbets jr. La prima bomba atomica, all’Uranio, nome in codice  “Little Boy” (piccolo ragazzo). Il 9 agosto 1945, tre giorni dopo, la città di Nagasaki sperimentò per la prima volta  la seconda Bomba Atomica (battezzata Fat Boy – ragazzo grasso), questa volta al Plutonio.Nagasaki non era l’obiettivo vero: fu un ripiego dettato dalle condizioni meteo di quel 9 Agosto, mattina in cui le nuvole oscuravano il cielo proteggendo la città di Kokura, il vero obiettivo. Fu un attimo e il lampo accecante segnò il futuro dell’umanità ed il destino del Giappone: la resa incondizionata a questo punto fu inevitabile. La prima volta non si scorda mai. Su Hiroshima si sprigionò,per la prima volta, un’esplosione di inaudita ed inimmaginabile potenza: una enorme colonna di polvere a forma di fungo si alzò verso il cielo ed un’onda di radiazioni investì la città radendola al suolo ed incenerendo qualunque cosa o persona che fosse nel raggio di kilometri. Fu un esperimento totale: per la prima volta si sperimentò una sconosciuta potenza devastante. Per la prima volta si videro le conseguenze delle radiazioni sugli umani. A Hiroshima, gli “hibakusha” sopravvissuti (letteralmente "persona esposta alla bomba") vittime dirette della Bomba divennero come cavie per scienziati, ricercatori, medici. Le radiazioni provocarono a chi era stato esposto alle radiazioni o alla “pioggia sporca” caduta dopo l’esplosione, contaminata, reazioni anche sui feti. Per anni svilupparono cancri, leucemie, malformazioni al volto e al corpo.
Anni fa, Roberto Coda Zabetta aveva lavorato proprio sul tema dei cancri al volto, nella serie delle ceramiche: una serie di teste dal volto deturpato, che sembrava sciolto dove il cancro aveva smembrato le carni... Da anni dipinge volti urlanti con frammentate pennellate in bianco e nero che ricordano, in qualche modo, un’esplosione che questa volta prende forma di fungo atomico, all’interno del quale si nascondono, forse, gli stessi volti urlanti…Quei volti ignari che hanno guardato il cielo quella mattina di Agosto restando accecati dal lampo incandescente e abbagliante che li ha cancellati per sempre, lasciando, in alcuni casi, solamente l’ombra delle persone impressa lì dov’erano al momento dell’esplosione: in piedi davanti un muro o sedute su un autobus o sui gradini di un palazzo. Volti ignari di chi, in un attimo, è stato spazzato via dalla follia umana che ha preso nome di BOMBA ATOMICA.
Ho visto per la prima volta, dalla vetrata dello studio di Roberto Coda Zabetta nelle Marche all’ora del tramonto, una nuvola bianca alzarsi dalla collina, a forma di fungo atomico…In quel momento, ho visto e ho capito, per la prima volta.
E la prima volta…non si scorda mai.

La prima volta non si scorda mai, da Nuvole Sacre, catalogo della mostra, 24 ORE Cultura, Milano 2010.


 


A 65 anni dal lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, Milano presenta a Palazzo Reale, la mostra “NUVOLE SACRE” dell’artista contemporaneo Roberto Coda Zabetta, promossa dall’ Assessorato alla Cultura del Comune di Milano, prodotta e organizzata da Palazzo Reale in collaborazione con mc2gallery e curata da Claudio Composti.

Dal profondo legame dell’artista con l’oriente e dalla sua pittura caratterizzata da schegge di colore bianco e nero, nascono 15 nuove grandi tele con cui Roberto Coda Zabetta denuncia la follia umana e restituisce la sua visione della tragedia che segnò il Giappone nell’agosto del 1945.

“Le nuvole sono elemento poetico, evanescente e misterioso che può assumere anche le forme tragiche della distruzione e della deflagrazione. – spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory - Sullo sfondo della memoria di Hiroshima e Nagasaki un’indagine pittorica che torna a più riprese sullo stesso motivo, su quel “fungo atomico” portatore di morte e sconfitta.  Dai volti sfigurati o deformati, nell’espressione di un grido ancestrale, l’artista compie ora una svolta verso queste gigantesche nuvole che irrompono sulla tela”.

“NUVOLE SACRE” è infatti il titolo che l’artista ha scelto per questo nuovo e inedito ciclo di opere. Da anni Coda Zabetta dipinge suggestivi volti urlanti realizzati con gesti di colore piuttosto che delineati da contorni definiti. In questa deflagrazione del segno pittorico si può forse rintracciare l’anticipazione del nuovo lavoro in cui i frammenti di colore prendono la forma di inquietanti funghi atomici.

 “L’ispirazione l’ha avuta dopo un viaggio in Giappone. - racconta il curatore della mostra Claudio Composti – Tornato nelle Marche, la suggestione delle nuvole che solcano i cieli marchigiani prendendo forme strane, a volte di funghi atomici che si levano dalle colline, gli ha ricordato uno degli avvenimenti che hanno segnato non solo la storia del Giappone ma di tutto il XX secolo. Ho visto per la prima volta, dalla vetrata dello studio di Roberto Coda Zabetta all’ora del tramonto, una nuvola bianca alzarsi dalla collina, a forma di fungo atomico… In quel momento, ho visto e ho capito, per la prima volta."

Arricchisce il percorso espositivo il rarissimo video “Navel and A-Bomb", 1960, diretto dal grande fotografo Eikoh Hosoe e interpretato dal ballerino e performer Tatsumi Hijikata, fondatore della danza Butoh, nata come ribellione della generazione che ha vissuto la Bomba sulla propria pelle.

 

Una breve storia su Navel and A-Bomb
di Eikoh Hosoe

C'erano una volta, Adamo ed Eva che toccarono il frutto proibito, senza tener conto dell'ordine del Dio.
Quel momento il Sole impazzì e una nube a forma di fungo nero coprì tutto il mondo.
Il Paradiso sulla Terra, dove vivevano tutte le creature, fu inquinato e ogni cosa scomparve.
Dopo migliaia di tentativi, la terra fu liberata dall'inquinamento. Sulla Terra tornarono l'aria fresca e i campi verdi e vita nuova tornò dal mare, la vera origine della vita. E centinaia di migliaia di anni dopo, ci ha restituito la vita del genere umano. Nella lunga storia degli Esseri umani si sono ripetute la guerra e la pace, la tragedia e la commedia, l'ordine e l’assurdità, ora un momento di pace sembra tornare.
Anche ora non dovremmo mai toccare il frutto proibito. Non dobbiamo toccare l'ombelico dei bambini senza ragione. I bambini sono nati dalle loro madri, uniti ad esse dal cordone ombelicale, che è un simbolo della Vita. Dal paradiso del mare, nel nuovo giardino dell'Eden nacquero nuovi bambini, uno dopo l'altro. Dappertutto, la terra era piena di bambini senza peccato.Tornò a rifiorire tutto e il canto degli uccelli!
Però, un uomo apparso dal mare toccò l'ombelico di un bambino, che nessuno deve toccare per nessun motivo invano. Questo gesto provocò una tremenda esplosione dall'ombelico del bambino. Una nuvola a forma di fungo, una vera e propria bomba atomica. Oggi i frutti proibiti sono le bombe atomiche, le bombe all'idrogeno, le bombe a neutroni, tutti i tipi di armi nucleari e l’innocenza (l’ombelico) dei bambini.
Quel che rimase dopo il bombardamento atomico fu la Terra senza nessuna creatura, compresi gli esseri umani,gli animali e le piante. Nella spiaggia dove i bambini giocavano là è rimasto un frutto - un frutto proibito - che gioca con le onde del mare. The End

Dedicato a RCZ
di Marina Mojana

Conosco Roberto Coda Zabetta da dieci anni.
L’ho visto dipingere per la prima volta a New York. Un giorno di marzo, in taxi da Harlem alla 34^ strada dove esponeva i suoi lavori, Coda Zabetta mi disse: «Per me dipingere è un piacere e una necessità, mi fa stare bene. È strano da spiegare, ma quando ti trovi davanti a una tela bianca è difficile mentire, anzi è impossibile. Non si scappa, lei ti fa capire che cosa hai dentro». Nel suo studio ad Harlem usava tutto il corpo, ma soprattutto gli occhi. Ancora oggi è il suo sguardo a trovare l’immagine. Le mani, le braccia, le gambe vengono dopo per incanalare lo smalto nero e bianco in una forma precisa. Nei primi anni del Duemila dipingeva sempre volti che urlavano, dilatati su tutta la superficie della tela.
Una sorta di ossessione; un motivo ricorrente come un’inconfondibile cifra stilistica. Forse per il semplice fatto che quella notte d’estate del 1998 volle vedere a tutti i costi il volto di suo fratello Stefano, morto e sfracellato su un palo della luce. O forse perché il volto è per Roberto l'unica cosa che ci identifica, ma che non ci appartiene. Negli anni ho visto placarsi la sua rabbia e a poco a poco anche i suoi volti sono diventati più composti sulla tela. Meno sguaiati. Immobili, quasi impassibili. Ma c’era sempre lo stesso volto dietro quei visi giganteschi e c’era un’unica domanda nei loro sguardi penetranti: «Tu che dici di vivere, che fai della tua vita?».Col tempo Roberto Coda Zabetta è uscito dal suo dolore per entrare in quello di ogni uomo. Dapprima ha sentito la bellezza di un mondo che inizia e verso il 2005 ha creato gli “embrio”, lavori su carta che sembrano nuclei, cosmi in evoluzione, cuori primordiali che battono carichi di promesse. Ci ricordano che esiste una meta, non una fine e che il tempo ci è dato per giungere alla pienezza, al compimento, alla scoperta del nostro bene.
Poi si è diretto a est: Bali, Jakarta, Cina, Thailandia, Giappone e si è trovato a suo agio. Ogni hanno passa qualche mese in Oriente e affina il suo spirito contemplativo.
È diventato papà e ha sentito tutta la fragilità e i limiti dell’umana esistenza; consapevole che l’uomo ha nelle sue mani il potere di trasformare questo mondo in un giardino meraviglioso, oppure in un inferno. Il suo gesto pittorico si è fatto più sicuro e il motivo sgocciolato sempre più informale e astratto; gli embrioni sono diventati nuvole, la vita nascente un fungo sacro.
La sua pittura sboccia come un fiore sopra un fatto brutto; è una bomba che scoppia sulla terra per salire al cielo; è un’offerta o un olocausto, erutta cenere e polvere di stelle.
Roberto Coda Zabetta dipinge per non dimenticare e per dire che c’è. Sessanta cinque anni dopo Hiroshima e Nagasaki le sue tele sono esplosioni atomiche, mondi che finiscono, ma anche astronavi di fuoco e di fumo che arrivano da mondi inesplorati.
Quest’ultimo ciclo pittorico di Roberto Coda Zabetta mi ricorda che un’opera d’arte non è un dispositivo con un funzionamento interno, tipo una bomba, senza anima. A ben guardare dentro le sue “nuvole sacre” si coglie la nostalgia di qualcosa di bello e di buono per cui valga la pena vivere ed essere artisti.


 

 

La mostra è in programma dal 28 luglio al 29 agosto ad ingresso gratuito.

Il catalogo è edito da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 Ore.

Milano, 19 luglio 2010


NUVOLE SACRE
ROBERTO CODA ZABETTA

A cura di Claudio Composti

28 luglio – 29 agosto 2010

Orari
Lunedì 14.30 – 19.30
Martedì – domenica 9.30- 19.30
Giovedì 9.30 – 22.30

Palazzo Reale
Piazza Duomo 12
Milano
www.comune.milano.it/palazzoreale