Era, indubbiamente, uno sbruffone. Sorriso da sberle, pettinatura sbagliata, giacca e pensieri catarifrangenti. Troppo. Lupin III° - come Tintin, Speedy Gonzales o Lapo Elkann a cui somiglia in modo impressionante - non è mai stato un mostro di simpatia: era allergico al polpo e all’umiltà; rivelava frequenti slanci di sessuomania; e voleva guidare soltanto la Mercedes-Benz SSK del ’28 modificata col motore d’una Ferrari (terribilmente kitsch) o, al limite, la sua variante sportiva, una SSKL probabilmente appartenuta ad Adolf Hitler.
Noi, dell’ “inafferrabile Lupin III°” creato nel ’67 dall’ex radiologo giapponese Monkey Punch, preferivamo il monocolo, il cilindro, i mantelli odorosi di gardenia del nonno. Ossia di quell’Arsene Lupin che il giornalista Maurice Leblanc rese una leggenda letteraria nel furto con destrezza. Per non parlare della sua versione televisiva anni ’ 70 con Georges Descrières incorniciata nella sigla di Jacques Dutronc. Altra classe e altro glamour, il nonno. Eppure c’è un motivo se, televisivamente ispirato, il direttore di Italiauno Luca Tiraboschi ha deciso, dal prossimo settembre di rilanciare il più classico dei manga amati dai ragazzi, peraltro accompagnato da cinquanta episodi assolutamente inediti di Mila & Shiro (“Il sogno continua” con riferimenti alle Olimpiadi di Pechino del 2008), il manga sulla pallavolo più amato dalle ragazze.
Strani antieroi
Certo, Lupin era forse umanamente irritante e -come dice Wikipedia- “ trasmette un’impressione di stupidità, soprattutto in presenza di belle ragazze”. Ma le sue storie, ad alta densità avventuroso/ormonale, sfrecciavano avvincenti e incontrastate attraverso i palinsesti. I suoi comprimari, poi, le farcivano di humour e adrenalina. Erano straordinari anteroi di seconda fascia. Jigen, il pistolero infallibile col cappellaccio perennemente calcato in testa e ispirato al James Coburn dei “Magnifici sette” brillava di misoginia. Goemon, strappato al set dei “Sette samurai” di Kurosawa passava il tempo ad estrarre la Zantetsu-ken ereditata dai padri, la katana generata da un meteorite -a metà tra l’Excalibur di Artù e gli artigli di Wolverine- in grado tagliare qualsiasi cosa, e nei cui riflessi si potevano cogliere i cattivi presagi. L’Ispettore Zanigata, “Za-Za”, si era specializzato nel lanciare le manette con la stessa inquietante perizia con la quale il popolo di Tangentopoli lanciava le monetine a Craxi davanti all’Hotel Rapahel. Eppoi c’erano le tette di Fujico. Stendevano un sottile fine erotico tra le trame. Quei seni poderosi, sempre in qualche modo scoperti al sol dell’avvenire, rendevano a noi adolescenti la stessa prurigine delle docce sexy di Edwige Fenech al cinema. Perchè era quello il segreto di Lupin III°. Le ricorrenti allusioni sessuali e l’esplicita simpatia per il ribellismo adolescenziale e le rapine romantiche ne avevano fatto una saga adatta non ai ragazzini ma agli universitari, anche se poi ne andavano pazzi i liceali. Fu per questo che la prima serie cartacea di Lupin, sulle pagine di Weekly Manga Action, proseguì con successo sino all’aprile 1972, mentre la sua produzione animata da quell’anno divenne un evergreen. Addirittura il cartoon venne omaggiato nel 2008 dal cortometraggio “Basette”, realizzato dal regista Gabriele Mainetti in una Roma dalle periferia tristanzuola attraversata di notte da un Lupin che aveva il volto di Valerio Mastandrea. Per dire dove poteva arrivare la perversione dei fan.
In realtà Lupin è solo lo zenith di un’accorta strategia recupera-ascolti che Tiraboschi sta attuando attraverso l’uso indiscriminato del cartoon, materia di cui è il miglior conoscitore tra i confezionatori di palinsesti tv. Non è un caso che la parte più coerente della neonata Italia 2 -sempre diretta da Tiraboschi- sia proprio la Cartoon Zone dedicata agli adulti e riempita di gioiellini come American Dad o I Griffin. Non è un caso che una carrellata di vecchi episodi dei Simpson sta in questi giorni allietando i nostri pomeriggi estivi, prima dello spassosissimo “How I meet your mother”. Tiraboschi, intervistato da Repubblica ebbe a dire: «La tv di qualità è una palla. Non esiste: è come gli ufo. La qualità è il buon senso, il senso del limite e del gusto. È un fatto astratto, è come un sentimento. Come fai a dire cosa è l’amore?». E, in effetti, lontani i tempi dell’ultima grande “scoperta” del Dr. House, per certi versi l’andamento di Italiauno quest’anno ha seguito percorsi qualitativi accidentati. A parecchie boiate inenarrabili come Tamarreide, Plastik o agli esperimenti con Mamucari o Iacchetti -che ci hanno spinto spesso a pensare che i palinsesti li facesse un sosia di Tiraboschi, mentre quello autentico era in palestra- si sono alternati format di tutto rispetto come Gli invincibili. Ma, in realtà, ultimamente, dal punto di vista qualitativo sono sempre stati i cartoons l’ancora di salvezza della rete.
Effetto Simpson
E Tiraboschi, orobico manager e egli stesso arcigno creatore di comics, sul tema dà punti a tutti. Conosce la funzione maieutica ed eversiva del disegno animato, da Walt Disney ai supereroi, dagli omarini di South Park alle saghe sui siti jihadista in lingua araba per convincere i ragazzini ad unirsi a Al Quaeda. E avrà la nostra eterna gratitudine. Non foss’altro perchè fu il primo a mettere i Simpson in prima serata; ad anticipare gli arabeschi da curva d’ascolto dei telefilm in fasce inosabili; a mescolare - come Roy Lichtenstein e Mel Ramos - proprio i fumetti con gli spot (alle presentazioni dei palinsesti, la sua performance è sempre la migliore...); e a colorare di pop demenziale il reality, con “La pupa e il secchione”. Se dovessimo fare un paragone col mondo dei comics che tanto gli piacciono, bè, Tiraboschi, era Mandrake o - meglio - Mr. Mxyzptlk, il folletto magico di Superman col potere di trasformare anche le più terrificanti minchiate in tensione emotiva. Certo, si tratta poi di non esagerare...
