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Vitalizi e pensioni, ecco le differenze

Molti italiani reclamano da tempo una stretta sui compensi dei parlamentari percepiti dopo lʼespletamento della funzione. Ma ci sono molti miti da sfatare

Vitalizi e pensioni, ecco le differenze

Tra pensioni e vitalizi si fa spesso confusione. I due istituti, talvolta considerati sinonimi, non sono però sovrapponibili. Inoltre, dal gennaio 2012 il vitalizio non esiste più, ma solo per i deputati e i senatori eletti dopo quella data. Il Movimento 5 stelle vorrebbe estendere la disposizione anche agli ex-parlamentari che ricevono un assegno vitalizio da prima del 2012. Il provvedimento, però, rischia di essere incostituzionale.

Cosa sono le pensioniLa pensione di vecchiaia è corrisposta dallo Stato, attraverso l’Inps, a chi ha versato contributi per almeno 35 anni e ha compiuto 62 anni d’età. Fino al 1995 in Italia vigeva il sistema retributivo, per cui l’ammontare della pensione era calcolato sulla media del reddito degli ultimi 10 anni lavorativi (15 per gli autonomi). Dalla legge Dini, in vigore dall’anno successivo, la pensione si calcola con il sistema contributivo: l’importo della prestazione pensionistica si basa sui contributi effettivamente versati durante tutta la vita lavorativa.

Cosa sono i vitaliziI vitalizi non seguono il sistema retributivo né quello contributivo: sono erogati agli ex-parlamentari e agli ex-consiglieri regionali che abbiano alle spalle almeno cinque anni di mandato effettivo e abbiano compiuto 65 anni (per ogni anno di mandato in più, l’età si abbassa di un anno, fino al minimo di 60 anni). La spesa per i vitalizi non grava sul bilancio dell’Inps, ma su quello degli organi istituzionali di cui il beneficiario faceva parte. Secondo un calcolo effettuato dall’Istituto Bruno Leoni nel 2011, gli ex-parlamentari da una sola legislatura arrivavano a percepire in media cinque volte i contributi versati nel quinquennio.

Le originiLa Costituzione italiana non prevede il vitalizio per i parlamentari, ma consente alle due Camere di auto-organizzarsi (secondo il principio dell’autodichia). Nel 1954, gli uffici di presidenza della Camera e del Senato decisero di introdurre l’erogazione di una somma mensile al termine dell’attività parlamentare per supportare chi era costretto a lasciare il proprio lavoro per accettare l’incarico elettivo. Il vitalizio scattava al compimento dei 60 anni per chiunque avesse varcato per almeno un giorno le porte del Parlamento in qualità di deputato o senatore, con la possibilità, per chi non avesse completato la legislatura, di versare i restanti contributi del quinquennio. In caso di elezione per tre mandati il limite d’età si azzerava e l’assegno veniva erogato non appena terminava l’attività parlamentare.

Le modificheNel 1997 arrivano i primi cambiamenti. L’importo scende dall’85,5% dello stipendio all’80%, l’età minima sale a 65 anni (a scendere di dodici mesi per ogni anno di mandato oltre al quinto fino ai 60 anni – eliminato anche il bonus delle tre legislature) ed entra in vigore un periodo minimo di attività parlamentare da portare a termine prima di conquistare il vitalizio: due anni e sei mesi. Dieci anni dopo, nel 2007, l’importo diventa variabile in base all’anzianità di mandato (dal 20% per una legislatura al 60% in caso di 15 anni di attività) e la soglia minima sale a quattro anni, sei mesi e un giorno. Il 2012, infine, è l’anno che trasforma la rendita dei parlamentari in una erogazione di tipo pensionistico, adeguandola al sistema contributivo vigente in Italia.

Pensione dei parlamentariDunque, oggi i vitalizi non esistono più. O meglio, non esistono più per i parlamentari eletti a partire dal primo gennaio 2012. Da allora, esiste la pensione dei parlamentari, che si mantiene vicina all’istituto dei vitalizi per quanto riguarda i requisiti (65 anni di età per chi ha portato a termine un mandato, 60 per chi ne ha fatto più di uno), ma non l’importo: l’ammontare viene infatti calcolato in base ai contributi versati durante il mandato parlamentare. Per chi aveva già maturato un assegno vitalizio ed è rimasto in carica dopo il 2012, il sistema viene ricalcolato pro rata, cioè solo per le indennità successive all’entrata in vigore della disposizione, in modo da salvaguardare i diritti acquisiti. Perciò, la loro pensione risulterà dalla somma tra la quota di vitalizio maturata fino al 31 dicembre 2011 e i contributi versati nel periodo seguente.

Diritti acquisitiIl problema sorge quando si pensa di rivalutare l’assegno degli ex-parlamentari andati in pensione durante il regime di vitalizio. L’applicazione retroattiva di una legge che elimina un diritto acquisito è incostituzionale. Nel luglio scorso, il presidente della Camera, Roberto Fico, ha annunciato l’approvazione di una delibera che ricalcolerà il vitalizio degli ex-parlamentari che già lo percepiscono, per uniformare l’assegno alle prestazioni previdenziali. L’Associazione a cui questi ultimi fanno riferimento ha sostenuto che la delibera vada bloccata per il principio di irretroattività della legge (cioè che non si può applicare a situazioni pre-esistenti) e ha minacciato di denunciare l’ufficio di presidenza della Camera. Nel documento che hanno redatto sono ipotizzate denunce per abuso d’ufficio e la delibera è definita “incostituzionale, illegittima e illegale”. Nel caso in cui effettivamente entrerà in vigore nel gennaio 2019, come affermato da Di Maio, è probabile dunque che gli ex parlamentari formeranno una class action. Intanto, già un anno fa, l’ex presidente della Consulta, Valeiro Onida, aveva detto che “potrebbero risultare incostituzionali le norme che riducono fortemente l'importo dei vitalizi già in essere”. La stessa Corte di Cassazione, in una sentenza dell’aprile scorso, ha ribadito che vitalizio e pensione non sono istituti assimilabili, ma hanno nature e finalità diverse.

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