OLTRE LE ETICHETTE

Sadismo: cosa significa davvero e perché non basta essere crudeli per parlare di un disturbo

“Sadico” è diventato sinonimo di crudele, manipolatore o prepotente. In psicologia, però, il piacere ricavato dalla sofferenza altrui è un fenomeno più complesso: può essere studiato come tratto di personalità, mentre le diagnosi cliniche riguardano condizioni specifiche

di Silvia Trevaini
30 Ott 2026 - 07:30
© Istockphoto

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“È un sadico”. Basta un capo che umilia, un partner che ferisce deliberatamente o qualcuno che sembra divertirsi nel mettere in difficoltà gli altri perché questa parola venga pronunciata. Sui social accade ancora più facilmente. “Sadico”, come “narcisista”, “psicopatico” o “sociopatico”, è entrato nel vocabolario quotidiano della psicologia pop e spesso viene utilizzato per descrivere qualsiasi persona percepita come crudele, manipolatoria o priva di empatia. Ma un comportamento crudele non equivale automaticamente a una diagnosi psicologica. Il concetto di sadismo riguarda, in senso ampio, la gratificazione o il piacere associati alla sofferenza inflitta agli altri. La ricerca contemporanea studia anche il cosiddetto “sadismo quotidiano”, una dimensione della personalità che può manifestarsi attraverso comportamenti molto meno estremi della violenza fisica. Sul piano diagnostico, però, bisogna fare una distinzione fondamentale: non esiste oggi una diagnosi generale di “disturbo sadico di personalità” nei principali sistemi diagnostici contemporanei. Esistono invece condizioni specifiche nell'ambito dei disturbi parafilici, dove consenso, coercizione e caratteristiche della gratificazione sessuale assumono un significato clinico preciso. Capire queste differenze serve non soltanto a utilizzare correttamente le parole della psicologia. Serve anche a evitare un errore molto diffuso: cercare di diagnosticare le persone difficili della nostra vita attraverso un'etichetta trovata online.

Che cos'è davvero il sadismo

 La parola deriva dal nome del marchese Donatien-Alphonse-François de Sade, scrittore francese del Settecento le cui opere associavano sessualità, dominio, violenza e sofferenza. Da allora il termine ha assunto significati differenti. Nella ricerca psicologica contemporanea, uno degli elementi centrali del sadismo è il piacere o la gratificazione derivati dal provocare o osservare la sofferenza altrui. Questa caratteristica lo distingue dalla semplice aggressività. Una persona può reagire aggressivamente perché è arrabbiata, minacciata, frustrata o impulsiva senza ricavare piacere dalla sofferenza che provoca. Nel sadismo, invece, proprio la componente gratificante del danno assume particolare rilevanza. In una serie di otto studi che ha coinvolto complessivamente più di 2.200 persone, livelli più elevati di sadismo erano associati a una maggiore aggressività anche dopo aver considerato aggressività generale, impulsività e altri tratti cosiddetti “dark”. Questo non significa, naturalmente, che un questionario possa prevedere automaticamente ciò che una persona farà. Significa che sadismo e aggressività sono concetti collegati, ma non sovrapponibili.

Il “sadismo quotidiano” esiste, ma non è una diagnosi

 Una delle aree più interessanti della ricerca riguarda il cosiddetto everyday sadism, il sadismo quotidiano. L'espressione descrive un tratto studiato nella popolazione generale: la tendenza a ricavare gratificazione da forme di crudeltà o dalla sofferenza altrui anche al di fuori di contesti sessuali. Il concetto ha ricevuto particolare attenzione dagli studi sulla cosiddetta Dark Tetrad, modello che affianca il sadismo a narcisismo, machiavellismo e psicopatia. Ma qui è essenziale non confondere ricerca sulla personalità e diagnosi clinica. Avere un punteggio elevato in una scala utilizzata per studiare un tratto psicologico non significa avere un disturbo mentale. Inoltre, la stessa letteratura scientifica invita alla prudenza. Una revisione sul rapporto tra sadismo e disturbi di personalità ha evidenziato che molta della ricerca disponibile deriva da questionari self-report e campioni di convenienza e che il rapporto tra sadismo e disturbi di personalità è ancora poco studiato direttamente. Il sadismo quotidiano è quindi un costrutto utile alla ricerca, non una diagnosi da applicare al collega antipatico o all'ex partner.

Dal trolling alle umiliazioni: il sadismo può comparire anche online?

 Internet ha offerto ai ricercatori un nuovo laboratorio per studiare i comportamenti antisociali. Provocare intenzionalmente, umiliare, insultare o cercare una reazione emotiva può assumere online forme che vengono comunemente riunite sotto il termine trolling. Già alcuni studi avevano osservato un'associazione tra trolling e tratti sadici. Una meta-analisi pubblicata nel 2025 ha esaminato 24 studi provenienti da 11 Paesi, per un totale di oltre 14.000 partecipanti, trovando associazioni positive tra la tendenza al trolling e i quattro tratti della Dark Tetrad. Il risultato è interessante, ma va interpretato correttamente. Non significa che ogni troll sia un sadico. Un comportamento online può avere motivazioni differenti e un'associazione statistica tra un tratto di personalità e un comportamento non permette di diagnosticare la singola persona. La ricerca suggerisce piuttosto che, per alcune persone, provocare e osservare il disagio generato negli altri può rappresentare una componente gratificante dell'interazione digitale. Ed è forse questo uno degli aspetti più contemporanei del fenomeno: la crudeltà non richiede necessariamente una vicinanza fisica.

Essere poco empatici non significa essere sadici

 C'è poi un'altra distinzione importante. Una persona può apparire fredda, scarsamente empatica, egoista o insensibile senza necessariamente provare piacere per la sofferenza altrui. Allo stesso modo, narcisismo, psicopatia e sadismo non sono sinonimi. Una revisione sistematica pubblicata nel 2026 ha trovato associazioni tra psicopatia e sadismo, ma anche un'elevata eterogeneità degli studi e risultati non sempre concordanti. Gli stessi autori discutono quanto i diversi costrutti possano in parte sovrapporsi e quanto resti ancora da chiarire. È quindi sbagliato costruire una catena automatica del tipo: “non prova empatia, quindi è psicopatico, quindi è sadico”. La personalità umana è molto più complessa. E soprattutto una diagnosi non può essere ricavata da un singolo comportamento raccontato in un video di trenta secondi.

Quando il sadismo entra davvero nella diagnosi clinica

 È qui che il linguaggio deve diventare particolarmente preciso. Il disturbo sadico di personalità non è una diagnosi autonoma nei principali sistemi diagnostici attualmente utilizzati. Il sadismo compare invece in specifiche condizioni nell'ambito dei disturbi parafilici. L'ICD-11 dell'Organizzazione Mondiale della Sanità include il disturbo da sadismo sessuale coercitivo, distinguendolo dalle attività sessuali consensuali. Il consenso è infatti un confine fondamentale. Provare interesse per pratiche sessuali consensuali che includono dinamiche di dominazione, sottomissione, dolore o umiliazione tra adulti consenzienti non equivale automaticamente a una patologia. La letteratura scientifica distingue esplicitamente il sadismo sessuale coercitivo dalle pratiche BDSM consensuali e dal sadismo quotidiano. Il punto non è quindi giudicare una preferenza sessuale sulla base di quanto appare convenzionale, ma distinguere tra consenso e coercizione, tra interesse e disturbo clinicamente definito.

Il vero campanello d'allarme non è l'etichetta, ma il comportamento

 Quando osserviamo una relazione dall'esterno, la tentazione è chiedersi: “Quella persona è sadica?”. Ma per chi subisce determinati comportamenti potrebbe essere una domanda meno utile di quanto sembri. Se un partner umilia sistematicamente, controlla, minaccia, intimidisce o esercita violenza, non è necessario conoscere la sua diagnosi per riconoscere che quel comportamento può essere dannoso. Lo stesso vale in famiglia, sul lavoro o in altri contesti. Cercare l'etichetta psicologica dell'altra persona può persino spostare l'attenzione dalla questione più importante: ciò che sta accadendo concretamente nella relazione. Questo è particolarmente rilevante quando si parla di violenza psicologica. Non serve dimostrare che qualcuno “provi piacere” nell'umiliare per riconoscere l'umiliazione ripetuta come un problema. In presenza di controllo, paura o violenza, la priorità non è diagnosticare chi mette in atto quei comportamenti, ma proteggere chi li subisce e, quando necessario, rivolgersi a professionisti e servizi competenti.

Si può curare il sadismo?

 Anche questa domanda richiede cautela, perché non esiste un unico “sadismo” e quindi non esiste un'unica terapia valida per qualsiasi situazione. Un tratto di personalità, un comportamento aggressivo, una difficoltà relazionale e un disturbo parafilico non sono la stessa condizione. L'intervento deve dipendere dalla valutazione clinica, dai comportamenti presenti, dalla motivazione della persona, dalle eventuali altre condizioni psicologiche o psichiatriche e dal rischio per sé o per gli altri. Per alcune manifestazioni possono essere utilizzati interventi psicoterapeutici; in specifiche condizioni cliniche possono entrare in gioco anche altri approcci specialistici. Ma sarebbe scorretto promettere che esista una terapia standard per “curare una persona sadica”. Anche la ricerca sul trattamento del sadismo sessuale coercitivo presenta ancora importanti limiti. La prima fase rimane quindi una valutazione professionale, non un'autodiagnosi o una diagnosi formulata da familiari e partner.

Meno diagnosi social, più attenzione ai comportamenti

 “Sadico” è una parola potente. Ed è proprio per questo che dovremmo utilizzarla con maggiore cautela. La psicologia studia il sadismo anche come tratto della personalità e la ricerca sul sadismo quotidiano suggerisce associazioni con aggressività e alcuni comportamenti antisociali. Questo, però, non trasforma automaticamente il tratto in un disturbo mentale. Sul piano clinico esistono categorie molto più specifiche e il consenso rappresenta una distinzione essenziale quando si entra nell'ambito sessuale. Ma forse la lezione più utile riguarda la nostra vita quotidiana. Non abbiamo bisogno di diagnosticare qualcuno per riconoscere un comportamento che ci fa male. Una persona che umilia ripetutamente, intimidisce o cerca deliberatamente di provocare sofferenza può creare una relazione profondamente dannosa indipendentemente dall'etichetta psicologica che potremmo attribuirle. La salute mentale non dovrebbe diventare un dizionario di parole con cui classificare gli altri. Dovrebbe aiutarci, piuttosto, a comprendere meglio comportamenti, relazioni e confini. Perché tra dire “è un sadico” e descrivere esattamente ciò che una persona fa esiste una differenza enorme.