QUANDO IL PIACERE CAMBIA

Dipendenze: come nasce il legame tra cervello, dopamina e psicologia

Da un gesto occasionale alla perdita di controllo: sostanze e alcuni comportamenti possono modificare progressivamente il rapporto tra ricompensa, desiderio e autocontrollo 

di Silvia Trevaini
04 Set 2026 - 12:00
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© Istockphoto

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Un bicchiere per rilassarsi. Una sigaretta nei momenti di tensione. Una scommessa per divertirsi. Una partita online che si prolunga ancora un po'. All'inizio il comportamento può essere occasionale e perfettamente controllabile. Ma cosa accade quando cominciamo a cercarlo sempre più spesso, facciamo fatica a fermarci e continuiamo nonostante le conseguenze? Il confine tra abitudine e dipendenza non coincide semplicemente con il numero di volte in cui ripetiamo qualcosa. Una persona può utilizzare quotidianamente lo smartphone senza avere una dipendenza e un'altra può avere un rapporto problematico con un comportamento meno frequente. Ciò che conta è soprattutto la progressiva perdita di controllo, l'importanza che quel comportamento assume rispetto al resto della vita e la sua prosecuzione nonostante i danni. Le dipendenze non compaiono da un giorno all'altro. Sono condizioni complesse nelle quali si intrecciano cervello, apprendimento, genetica, ambiente, disponibilità della sostanza o del comportamento, esperienze personali e vulnerabilità psicologica. E soprattutto non possono essere spiegate semplicemente con una scarsa forza di volontà. Capire come nascono significa comprendere perché, a un certo punto, volere qualcosa e riuscire a farne a meno possono diventare due cose molto diverse.

Il cervello della ricompensa: perché desideriamo ripetere ciò che ci gratifica

 Al centro dei meccanismi della dipendenza troviamo i circuiti cerebrali della ricompensa, nei quali la dopamina svolge un ruolo importante. Ma qui bisogna sfatare subito un luogo comune: la dopamina non è semplicemente "l'ormone della felicità" né una sostanza che produce automaticamente piacere. Partecipa, tra le altre funzioni, ai processi di motivazione, apprendimento e attribuzione di importanza agli stimoli. Quando un'esperienza viene percepita come rilevante, il cervello impara a riconoscere anche i segnali che la precedono. Il luogo in cui fumiamo, il suono di una notifica, la vista di un bicchiere, un particolare stato emotivo possono progressivamente diventare indizi capaci di accendere il desiderio prima ancora che arrivi la ricompensa. Le sostanze psicoattive possono interferire con questi circuiti attraverso meccanismi differenti e produrre adattamenti nel sistema nervoso. Con l'esposizione ripetuta, per alcune sostanze può svilupparsi tolleranza, cioè la necessità di quantità maggiori per ottenere determinati effetti. Ma non tutte le dipendenze seguono esattamente lo stesso percorso e la tolleranza, da sola, non basta per definire un disturbo. È forse questo uno degli aspetti più affascinanti: il cervello non impara soltanto che qualcosa ci piace. Può imparare che quella cosa è diventata estremamente importante e deve essere cercata. È così che uno stimolo inizialmente occasionale può acquistare progressivamente un peso sproporzionato rispetto alle altre gratificazioni della vita.

Quando non cerchiamo più soltanto il piacere, ma sollievo dal disagio

 Nelle prime fasi il consumo o il comportamento può essere associato soprattutto alla ricerca di gratificazione. Con il tempo, però, la motivazione può cambiare. Non si beve più soltanto per sentirsi euforici, per esempio, ma per attenuare ansia, tensione o altri stati spiacevoli. Non si cerca più una determinata esperienza soltanto perché piace: la si cerca perché non averla fa stare peggio. In alcune dipendenze da sostanze può comparire una vera sindrome d'astinenza, con manifestazioni che variano considerevolmente in base alla sostanza e che in alcuni casi possono essere anche clinicamente importanti. Sul piano psicologico possono emergere irritabilità, agitazione, ansia e forte desiderio di tornare a consumare. Parallelamente, l'esposizione ripetuta coinvolge circuiti cerebrali legati all'apprendimento, alle abitudini, alla motivazione e al controllo del comportamento. La corteccia prefrontale, fondamentale per valutare conseguenze e controllare gli impulsi, fa parte di questa complessa rete. Questo aiuta a capire perché dire semplicemente a una persona con una dipendenza "basta smettere" non descriva adeguatamente il problema. Sapere razionalmente che qualcosa ci sta danneggiando e riuscire a interromperlo non sono necessariamente la stessa cosa. Ed è uno degli aspetti apparentemente contraddittori della dipendenza: una persona può essere pienamente consapevole delle conseguenze, desiderare sinceramente di cambiare e contemporaneamente sperimentare una spinta molto forte a ripetere il comportamento.

Dal gioco ai social: quando un comportamento diventa difficile da controllare

 Le dipendenze non riguardano esclusivamente alcol, nicotina o altre sostanze. Esistono anche disturbi dovuti a comportamenti di dipendenza, ma è importante usare le parole con precisione. L'ICD-11 dell'Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce formalmente il disturbo da gioco d'azzardo e il gaming disorder. Quest'ultimo viene definito attraverso perdita di controllo sul gaming, crescente priorità assegnata al gioco rispetto ad altre attività e prosecuzione o escalation nonostante conseguenze negative, con una compromissione significativa della vita personale, familiare, sociale, scolastica o lavorativa. L'OMS sottolinea anche che soltanto una piccola parte di chi gioca sviluppa il disturbo. Per social media, smartphone e altre forme di utilizzo della tecnologia la situazione è più complessa. L'American Psychiatric Association precisa che le cosiddette "technology addictions" non sono attualmente diagnosi comprese nel DSM-5-TR; anche l'Internet Gaming Disorder rimane nel manuale tra le condizioni che richiedono ulteriori studi. Questo non significa che passare ore a controllare compulsivamente notifiche e social non possa creare problemi. Significa che uso intenso, uso problematico e dipendenza clinica non sono automaticamente sinonimi. Molte piattaforme digitali, inoltre, offrono ricompense variabili e imprevedibili: non sappiamo quando arriverà un messaggio interessante, un like o un contenuto capace di catturare completamente la nostra attenzione. L'incertezza stessa può favorire la ripetizione del comportamento. Ed è facile riconoscere il meccanismo nella quotidianità: quante volte prendiamo in mano il telefono senza avere deciso consapevolmente che cosa vogliamo guardare?

Perché alcune persone diventano dipendenti e altre no

 Se una sostanza o un comportamento fossero sufficienti a provocare una dipendenza, chiunque vi fosse esposto svilupperebbe lo stesso problema. Non accade. La vulnerabilità deriva dall'interazione di numerosi fattori. La genetica può contribuire al rischio, ma non determina inevitabilmente il destino di una persona. Contano l'età della prima esposizione, le caratteristiche individuali, la salute mentale, il contesto familiare e sociale, le esperienze avverse, lo stress e la facilità con cui una sostanza o un comportamento sono disponibili. Anche l'ambiente può avere un peso enorme. Se bere molto viene considerato normale nel proprio gruppo, se il gioco d'azzardo è costantemente pubblicizzato o se un comportamento viene utilizzato abitualmente per affrontare noia, ansia, solitudine o frustrazione, aumentano le occasioni nelle quali il cervello può imparare quell'associazione: sto male, faccio questo, provo sollievo. L'OMS, per esempio, segnala tra i fattori di rischio per i problemi legati al gioco anche eventi di vita importanti e stressori sociali, oltre alla forte promozione del gambling. Con la ripetizione entra poi in gioco l'abitudine. Un determinato stato emotivo può trasformarsi in un trigger: arriva la tensione e si accende una sigaretta; compare la noia e si apre automaticamente un'app; ci si sente soli e si cerca quel comportamento che in passato ha dato sollievo. A quel punto il problema non riguarda più soltanto il piacere. Riguarda ciò che abbiamo imparato a fare automaticamente quando proviamo determinate emozioni.

Quando chiedere aiuto: il vero segnale è la perdita di libertà

 Non basta amare molto qualcosa per esserne dipendenti. Non basta nemmeno ripetere spesso un comportamento. Uno dei segnali più importanti è la perdita di controllo: provare ripetutamente a ridurre o interrompere senza riuscirci, dare a quella sostanza o attività una priorità crescente e continuare nonostante conseguenze evidenti sulla salute, sul lavoro, sulle relazioni o sulla situazione economica. È proprio la compromissione della vita quotidiana a distinguere un comportamento intenso da un disturbo clinicamente significativo. Nel gaming disorder, per esempio, l'OMS richiede che il comportamento determini una compromissione significativa del funzionamento e, normalmente, sia evidente per almeno 12 mesi. Il trattamento dipende dal tipo di dipendenza e dalla persona. Può comprendere interventi psicologici, farmacologici quando indicati e supporti sociali e sanitari. Non esiste quindi una singola strategia valida per ogni dipendenza, così come non è corretto ridurre tutto alla necessità di "avere più autocontrollo". Riconoscere precocemente che qualcosa sta occupando uno spazio sempre maggiore permette di intervenire prima che le conseguenze diventino più pesanti. E forse una delle domande più utili non è semplicemente "Quanto lo faccio?", ma "Quanto sono ancora libero di non farlo?"

Quando il desiderio comincia a scegliere al posto nostro

 Le dipendenze raccontano qualcosa di molto profondo sul funzionamento del cervello umano: siamo costruiti per imparare dalle ricompense, ricordare ciò che ci procura sollievo e ripetere i comportamenti che consideriamo importanti. È un sistema indispensabile alla vita. Ma sostanze e determinati comportamenti possono sfruttare proprio questa capacità di apprendimento fino a modificare progressivamente priorità e controllo. Per questo la dipendenza non dovrebbe essere raccontata come una debolezza morale. Allo stesso tempo, comprenderne le basi biologiche non significa togliere alla persona qualsiasi possibilità di cambiamento: significa riconoscere che per recuperare il controllo possono essere necessari tempo, strategie appropriate e, quando il problema è clinicamente significativo, un aiuto professionale. Il passaggio più importante potrebbe avvenire molto prima della dipendenza conclamata, quando iniziamo ad accorgerci che qualcosa che facevamo per stare bene è diventato qualcosa di cui abbiamo bisogno per non stare male.