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Più tecnologia, meno invasività

Le nuove tecnologie permettono sempre più di individuare le specificità dei pazienti, per cure sempre più ad hoc

Joey Guidone

I percorsi terapeutici non possono essere interamente standardizzanti.

Pazienti diversi, e le specificità della loro malattia, possono portare a optare per cure differenti. Se l’ascolto del paziente rappresenta da sempre una delle variabili, oggi, grazie a tecnologie sempre più evolute, è possibile individuare percorsi ancora più personalizzati e volti a una minore invasività.

La storia di Sergio, bibliotecario 50enne, ne è la dimostrazione. Nel 2017 scopre di avere un tumore alla prostata, definito di basso rischio e viene inserito nel protocollo di vigilanza attiva. Data la natura del carcinoma si decide quindi di non operare e di non intervenire con radioterapia, ma di monitorare con controlli ogni 3 mesi, per valutare possibili variazioni nella stadiazione della malattia.

 

Tutto è andato bene per quattro anni - spiega il Dottor Stefano De Luca, urologo dell’Ospedale San Luigi di Orbassano in provincia di Torino, che segue Sergio -, poi in una risonanza magnetica multiparametrica si è registrato un incremento dimensionale della lesione tumorale. A questo punto come da protocollo di sorveglianza, il paziente esce dalla sorveglianza perché c’è stata una progressione di malattia”.

 

Si decide quindi di intervenire. Ma il caso specifico di Sergio apre alla possibilità di intraprendere la strada della terapia focale, un trattamento mininvasivo in grado di eliminare il tumore in crescita prima che possa diventare ulteriormente pericoloso.

La terapia focale è una frontiera estremamente innovativa nel trattamento di neoplasie in generale - spiega De Luca -. Nel carcinoma prostatico noi possiamo andare a trattare esclusivamente la lesione tumorale qualora naturalmente questa sia visibile alla risonanza, quindi risparmiando il tessuto prostatico circostante. Questo porta a degli indubbi vantaggi sia per quanto riguarda la preservazione della continenza urinaria sia per quanto riguarda la preservazione della potenza sessuale”.
 

La terapia HIFU, ossia ultrasuoni focalizzati ad alta intensità, infatti, consentono una precisione assoluta nel trattamento di questi tumori, prima che debbano essere rimossi chirurgicamente.

Grazie a tecnologie sempre più all’avanguardia, oggi è possibile “identificare perfettamente il nostro bersaglio - prosegue De Luca -, per concentrare il nostro trattamento solo ed esclusivamente su questo risparmiando il tessuto sano circostante”. Ciò è possibile grazie all’utilizzo e sovrapposizione, nel corso del trattamento, in tempo reale delle immagini della risonanza multiparametrica all'interno del campo operatorio da trattare e “attraverso il posizionamento dei foci di trattamento, noi possiamo far arrivare i fasci di ultrasuoni esclusivamente nella zona bersaglio”.

 

L’intervento risulta quindi di breve durata, con una degenza in day hospital, oltre alla possibilità di essere utilizzato anche su pazienti trattati in precedenza con radioterapia e colpiti da recidive.

Oggi - conclude De Luca - sapere distinguere un tumore di prostata a basso rischio da uno ad alto rischio fa sì che i pazienti rientrino in categorie totalmente diverse tra di loro” permettendo una personalizzazione della diagnosi che permette “di personalizzare le terapie”, trovando la via “più idonea per quel paziente con la sua determinata storia con le sue richieste ed esigenze”.

 

Ascolta il podcast su Spotify: Sorvegliato speciale