Il racconto dei due italiani bloccati in Nepal: "La strada è sparita davanti a noi. Stiamo cercando un volo per tornare a casa"
Il racconto di Giovanni Fassini, 42 anni, commercialista di Brescia, al "Corriere della Sera" dopo la tragedia che ha colpito il Paese himalayano nelle scorse ore. Sono 90 i connazionali presenti nell'area
Giovanni Fassini © Afp/Facebook
Bloccati da una montagna di fango. Inermi di fronte alle devastanti alluvioni che hanno colpito Nepal e Tibet nella giornata del 26 agosto, causate dallo scioglimento e collasso di un ghiacciaio himalayano, favorito dalle temperature elevate. Il fango e i detriti continuano a impedire il passaggio di chi è sopravvissuto alla tragedia e vuole trovare una via di fuga. È il caso di due turisti italiani, Giovanni Fassini, 42 anni, commercialista di Brescia, e Marco Lombardi, 26 anni, pasticcere, anche lui bresciano.
"Non riusciamo a partire"
Raggiunti dal Corriere della Sera, i due italiani hanno raccontato di essere arrivati in Nepal il 14 agosto. Avrebbero dovuto prendere l'aereo da Kathmandu per tornare in Italia proprio quando il Paese himalayano è stato travolto dalla frana. Ma la strada per arrivare nella capitale nepalese è ostruita. "Siamo bloccati su un lembo di strada, a poca distanza da Anbu Khaireni, nella provincia di Gandaki. Non riusciamo né a raggiungere la città da cui avremmo dovuto prendere il volo per l'Italia, né a tornare indietro", racconta Fassini al Corriere.
© Withub
Per via della frana, la Prithvi Rajmarg, una delle principali arterie stradali del Paese che segue per lunghi tratti il corso del fiume Trishuli, è ora sommersa da detriti e fango. "A circa metà strada, la carreggiata è diventata una sorta di ramo laterale del fiume, gli argini sono stati completamente spazzati via e la strada è stata sommersa dal fango in più punti".
L'immagine che si presenta davanti agli occhi dei due turisti è "disastrosa". Poi aggiunge: "I villaggi sono isolati, i ponti crollati, le strade inagibili". Nei diversi filmati che circolano sul social media si vede un'enorme parete di fango e detriti schiantarsi contro gli edifici e i ponti, sommergendoli, mentre decine di persone tentano di mettersi in salvo.
La corrente ha trascinato autobus, camion e automobili. Sono almeno 165 morti e oltre 1.300 dispersi. Ma il bilancio è destinato a salire già nelle prossime ore. Le squadre di soccorso sono impegnate nella ricerca dei sopravvissuti, ma le operazioni sono ostacolate da enormi quantità di fango e detriti, dal rischio di nuovi smottamenti e dall'interruzione dei collegamenti.
Gli attimi della tragedia
Quando si è verificata la tragedia, i due turisti italiani - scrive il Corriere - si trovavano, in linea d'aria, a circa 140 chilometri di distanza dal valico di Gyirong. Nonostante ciò, "a ingrossarsi è stato anche il fiume Trishuli. Una volta in piena, ha interrotto il percorso", ha spiegato il 42enne. L'autobus a bordo del quale si trovavano è rimasto fermo per circa otto ore, mentre gli escavatori cercavano di liberare la strada dal fango.
"Le ruspe hanno lavorato ininterrottamente per spostare quell'ammasso", ha racconta Fassini al quotidiano milanese. Di fronte all'impossibilità di proseguire, i due italiani sono tornati a Pokhara per raggiungere Kathmandu in aereo, evitando così il percorso via terra. La Farnesina è al corrente della situazione dei connazionali e sta cercando di gestire al meglio la situazione. "Speriamo di poter finalmente rientrare a casa", è l'auspicio dei due italiani. Sul sito 'Dove siamo nel mondo' dell'Unità di crisi della Farnesina ci sono 90 gli italiani registrati tra Tibet e Nepal, ma "i due che risultano coinvolti sono in buone condizioni", ha assicurato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Le cause del disastro
Le devastanti inondazioni che hanno colpito il Nepal potrebbero essere state innescate, almeno in parte, dal distacco di un enorme blocco di ghiaccio da un ghiacciaio himalayano, precipitato per oltre un chilometro verso il fondovalle. È la prima valutazione formulata da un gruppo di geologi e glaciologi sulla base delle immagini satellitari e dei segnali sismici registrati nell'area.
"Pare che un ghiacciaio della zona si sia sostanzialmente spezzato di netto, permettendo a una parte di esso di precipitare per poco più di un chilometro verticale fino al fondovalle", ha spiegato Daniel Shugar, geologo dell'Università di Calgary, in Canada, al New York Times. Ma le cause restano incerte. Secondo Shugar, tuttavia, è ancora troppo presto per escludere altri fattori che possano aver contribuito all'inondazione improvvisa, che ha lasciato centinaia di dispersi tra Nepal e Tibet.
Gli scienziati ritengono che l'aumento delle temperature legato ai cambiamenti climatici possa aver accelerato il collasso del ghiacciaio, ma sottolineano che non è ancora possibile indicare con certezza una causa precisa. In base all'analisi preliminare, il 26 agosto un blocco di ghiaccio largo circa 600 metri si sarebbe staccato nettamente dal ghiacciaio, precipitando da un'altitudine di circa 5.200 metri e compiendo un salto di quasi 1.200 metri. Un terremoto di magnitudo 4,4 avvenuto poco prima in Tibet potrebbe aver contribuito al crollo.
