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Appello a Tgcom24: "Il mio compagno rischia la vita in cella a Dubai: aiutatemi a riportarlo in Italia"

Monia racconta la storia del 53enne Massimo, in cella dal 5 marzo per spaccio. "Era sbronzo, gli hanno messo coca in mano. Eʼ malato e in prigione rischia la vita oltre a una condanna a 15 anni"

Appello a Tgcom24: "Il mio compagno rischia la vita in cella a Dubai: aiutatemi a riportarlo in Italia"

C’è un italiano in carcere a Dubai dal marzo 2018 in attesa di giudizio per un reato che probabilmente non ha commesso. C’è la sua donna che, dopo aver speso tutto in avvocati e farmaci, ha dovuto far rientro in Italia e teme di non rivederlo vivo. Lui si chiama Massimo Sacco, lei Monia. In uno Stato sovrano come gli Emirati Arabi Uniti dove non si va molto per il sottile con chi usa o vende droga, lui è accusato di spaccio di sostanze stupefacenti ma soprattutto dietro le sbarre si è aggravata la sua splenomegalia da leucostasi, ossia l'ingrossamento della milza per stasi leucocitaria. Roba brutta: per gli addetti ai lavori è una diagnosi che fa a cazzotti con la detenzione in un carcere.

 

Lei sta muovendo mari, monti e Farnesina affinché Massimo possa rimpatriare. Monia è così disperata che a Tgcom24 si spinge addirittura oltre: “Siamo pronti anche a scontare una condanna per un reato che Massimo non ha commesso - dice - purché ai domiciliari o in prigione in Italia”.

Quanta ansia e paura dietro una simile disponibilità? Tanta, tantissima quasi come la rabbia per come sia svoltata in peggio la vita del suo uomo. Massimo, 53enne di origini romane, nel 2013 saluta il Belpaese con destinazione Dubai. Negli Emirati Arabi Massimo apre un’agenzia di consulting ristrutturazioni. Gli affari girano, la vita con Monia pure. L’idillio si spezza la sera del 5 marzo 2018 quando, in compagnia di un altro italiano, partecipa a una festa al Barasti di Dubai.

Una sbronza e poi la cocaina in camera - I due alzano un po’ troppo il gomito e si ritrovano ubriachi in spiaggia. “Massimo e l’altro italiano vengono avvicinati da uno sconosciuto  - racconta la donna - che, approfittando dello stato d’ebbrezza, gli molla una busta contenente cocaina. Il mio compagno ha avuto problemi con la droga dodici anni fa ma poi ha chiuso. Nessun guaio con la giustizia, se non per un’assicurazione auto scaduta”.

Una volta rientrati in casa, per i due italiani finisce la sbronza e inizia l’incubo. Di notte la polizia bussa e trova (a botta sicura) la busta con la droga. Quindi interroga prima l’amico di Massimo poi lui. Sotto la pressione degli inquirenti “l’amico ha dovuto confessare il falso, ossia che il mio compagno era il suo spacciatore. Ha firmato un verbale in arabo che addossava a Massimo tutta la responsabilità. A Massimo è toccato lo stesso trattamento durante l’interrogatorio. Lui, vessato, malato e spaventato, ha ceduto e confessato il falso”. Così l’amico il 6 luglio è tornato in Italia. Massimo si è fatto sette mesi di detenzione alla stazione di polizia di Al Barsha e poi è stato trasferito nella prigione federale “Al Sadal 4” ad Al Wathba.

A Dubai si rischiano 15 anni o la pena capitale - Definire “tolleranza zero” il regime anti-droga degli Emirati Arabi è un eufemismo. Lo apprende in giro per la Rete ma basta transitare dall’apposita pagina del sito della Farnesina per leggere che “le pene per il possesso e il consumo sono applicate con grande rigore”. La condanna minima è di quattro anni ma, se recidivi, se ne rischiano anche quindici. E non è esclusa la pena capitale in caso di traffico di stupefacenti. "L’appello al senso civico è incoraggiato con 200.000 dirhams (40.000 euro)” si legge sempre sulla pagina del ministero.

Il purgatorio di Monia - Anche per Monia da quel 5 marzo la vita è svoltata in peggio. “Stare in prigione è un incubo dovunque ma ho subito capito che sarebbe stata durissima a Dubai soprattutto per noi stranieri. A loro non interessano come stiano fisicamente i detenuti sia prima del processo che una volta condannati. Le condizioni di Massimo sono immediatamente peggiorate: stress e pressione cardiaca sono schizzati alle stelle, i linfonodi si ingrossano periodicamente con il rischio di mettere a repentaglio organi vitali. Mi creda, le sue condizioni di salute non sono compatibili con quel carcere. Anche la dottoressa del nostro Consolato l’ha trovato in uno stato pessimo. Ho speso tutto quello che avevamo messo da parte a Dubai per aiutarlo. Poi sono rientrata a casa, senza soldi e senza lavoro. Senza un aiuto. Con i suoi familiari abbiamo fatto una colletta per un buon avvocato a Dubai ma è dura. E’ sempre più dura”. La donna è un fiume in piena: “Siamo preoccupatissimi, deve prendere integratori e farmaci ma non sappiamo se e quando gli vengono somministrati. Le medicine del mattino gli vengono date nel pomeriggio, se tutto va bene. In carcere mangia sempre e solo riso e pollo”. I ricordi tristi si sprecano nella memoria della donna. Si parla di farmaci non arrivati a Massimo perché consegnati agli agenti fuori dall’ora stabilita del giorno stabilito o di medicine bloccate in guardiola perché con istruzioni in inglese invece che in arabo. “Una volta mi sono presentata con pasticche comprate a 3 euro in Italia e respinte appunto perché italiane. La stessa identica pasticca ad Abu Dhabi costa 20 euro”.

Fonti Farnesina: seguiamo il caso di Massimo - Una situazione così delicata non passa sotto silenzio. Monia e la famiglia del 53enne hanno allertato le istituzioni. Fonti della Farnesina confermano il contatto e fanno sapere che il “caso è seguito dalla prima ora dall’Ambasciata Italiana ad Abu Dhabi e dal ministero degli Esteri”.  Le stesse fonti raccontano che il 24 ottobre “il nostro connazionale è stato oggetto di visita consolare presso il carcere per verificare le condizioni di salute e detentive”.

La speranza per una giustizia esiste ancora -  Anzi resiste: il processo si aprirà il 14 novembre 2018. Prima di quella data dovrebbe arrivare sulla scrivania del magistrato un verbale redatto dall’amico di Massimo. Colui che lo ha inguaiato ora potrebbe salvarlo: davanti ad avvocati e notai italiani, l’uomo ha firmato una dichiarazione dove racconta esattamente come andarono le cose la sera di quel 5 marzo e, soprattutto cosa accadde durante gli interrogatori nella stazione di polizia. Ora è una questione di tempo. Quello, per il plico, di arrivare negli Emirati Arabi e quello per Massimo di non aggravarsi ulteriormente.

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