PGIM: "Tensioni USA-Iran, mercati senza scenari positivi"
Secondo PGIM, escalation o tregua fragile portano comunque inflazione elevata e crescita debole
mercati azioni
Non esistono scenari realmente favorevoli per l’economia globale nel contesto delle tensioni tra Stati Uniti e Iran. Anche nell’ipotesi meno critica, le conseguenze del conflitto sono destinate a lasciare cicatrici profonde e durature su crescita, inflazione e mercati finanziari. È quanto emerge dall’analisi di Daleep Singh, Vice Chair e Chief Global Economist, e Guillermo Felices, Global Investment Strategist Fixed Income di PGIM, che evidenziano come il rischio geopolitico sia ormai un elemento strutturale dello scenario macro.
SCENARI SENZA VINCITORI
Secondo l’analisi sia nello scenario avverso sia in quello meno avverso il sistema economico globale esce indebolito. Per scenario avverso si intende una fase di escalation del conflitto, con un aumento della pressione statunitense sull’Iran anche attraverso azioni mirate su infrastrutture strategiche. Questo porterebbe a un ciclo prolungato di tensioni, con impatti diretti sui prezzi dell’energia e sulle aspettative di inflazione, spingendo i mercati verso un approccio difensivo. Nello scenario meno avverso, ritenuto più probabile, prevarrebbe invece un equilibrio fragile: il cessate il fuoco reggerebbe soprattutto sul piano formale e il conflitto resterebbe congelato. Le questioni più sensibili verrebbero rinviate, lo Stretto di Hormuz tornerebbe progressivamente operativo e i prezzi del petrolio si stabilizzerebbero solo in parte, consentendo un temporaneo sollievo dei mercati ma senza eliminare l’incertezza.
MERCATI, IL PESO DI UN EQUILIBRIO FRAGILE
Sempre secondo PGIM, lo scenario più probabile è quello meno avverso. Stati Uniti e Iran condividono infatti interessi convergenti nel contenere il conflitto, legati a esigenze politiche interne e alla necessità di preservare credibilità strategica. Ne deriverebbe un cessate il fuoco di facciata e un conflitto congelato, con la progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz. I prezzi del petrolio tenderebbero così a ridursi parzialmente, mentre i mercati potrebbero beneficiare di un iniziale rimbalzo, destinato però a stabilizzarsi nel tempo.
STATI UNITI TRA SURRISCALDAMENTO E INFLAZIONE
Nel quadro delineato da PGIM, gli Stati Uniti restano il principale motore della crescita globale. Lo scenario centrale è quello di un’economia in surriscaldamento, con una probabilità stimata al 40%. A sostenere l’espansione sono gli investimenti nell’intelligenza artificiale, la solidità dei consumi e politiche fiscali espansive. Lo shock energetico mantiene però l’inflazione su livelli elevati nel breve periodo. La Federal Reserve potrebbe comunque ridurre i tassi, grazie a segnali di raffreddamento del mercato del lavoro e a un possibile aumento della produttività. Gli asset rischiosi restano sostenuti dalla crescita nominale, ma esposti a volatilità.
EUROPA E CINA TRA TENUTA E RALLENTAMENTO
L’Europa mostra una crescita contenuta ma resiliente, sostenuta dalle misure fiscali adottate nei principali Paesi. L’inflazione dovrebbe salire temporaneamente per poi rientrare, permettendo una gestione graduale della politica monetaria. La Cina, invece, prosegue su un percorso di crescita moderata. Le politiche industriali e il sostegno alla domanda interna contribuiscono alla stabilità, mentre l’eccesso di capacità produttiva continua a esercitare pressioni deflazionistiche a livello globale. Nel complesso, secondo PGIM, lo scenario globale resta caratterizzato da un equilibrio precario. Anche nell’ipotesi meno avversa, le tensioni geopolitiche e lo shock energetico continueranno a incidere su inflazione, tassi e mercati, imponendo a investitori e policymaker una gestione sempre più attenta dei rischi.
