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Il lavoro arriva dalla terra

La storia di un allevatore pistoiese che ha rilanciato l'azienda familiare così come tanti giovani italiani attratti dalle potenzialità dell'agricoltura

- Conciliare modernità e tradizione, terra e tecnologia è possibile e può rivelarsi una scelta di successo. Lo sa bene Paolo Giorgi, un allevatore pistoiese di 29 anni che insieme al fratello conduce un'azienda con 500 bovini di razza Limousine, alimentati con mangimi prodotti in azienda. Nella sua attività zootecnica alleva i capi di bestiame e con essi rifornisce macellerie, agriturismi e ristoranti della sua Toscana.

    “Ho preso in mano l’azienda di mio padre e l’ho completamente rinnovata - racconta Paolo a Tgcom24. - All’inizio avevamo una sola stalla con un centinaio di animali e 30 ettari di terreno, oggi gestiamo 5 stalle all’avanguardia e 100 ettari. L’intenzione è di arrivare a 800 capi nei prossimi cinque anni”.

    Perché un giovane decide di dedicare la propria vita alla terra e agli animali? “All’inizio è stata dura - confessa l’allevatore pistoiese - abbiamo fatto grossi investimenti e quindi grossi sacrifici. In questo mestiere serve passione e spirito di sacrificio, ma le soddisfazioni sono davvero tante. Negli ultimi anni l’agricoltura è l'unico ambito che sta dando segnali positivi, così come il settore agroalimentare. Dà buone offerte di lavoro visto che c’è un ritorno ai prodotti. Quando andiamo a fare la spesa siamo sempre più attenti a scegliere un prodotto italiano e così facendo aiutiamo i giovani imprenditori come me”.

    Mai come in questo momento l'agricoltura è percepita come un valore da difendere e da rimettere al centro dello sviluppo, tanto che l'86% degli italiani consiglierebbe a un figlio di farsi agricoltore e gli stessi giovani vedono nei campi una prospettiva di lavoro. Non a caso sono 17 mila gli "under 30" che hanno avviato un'impresa agricola a partire dal 2010. Lo ha rilevato lo studio del Censis in collaborazione con Cia-Confederazione italiana agricoltori presentato ad Expo nell'evento "Giovani: il vivaio da coltivare per far crescere il Paese" che ha radunato migliaia di agricoltori Under 30 aderenti all'Agia-Cia.

    Dal 2010 sono nate quasi 117 mila nuove attività, di cui 106 mila in ambito agricolo e quasi 11 mila in quello agroalimentare. I due settori insieme hanno rappresentato l'area di attività prescelta dal 10,1% degli imprenditori che hanno avviato un'azienda negli ultimi tre anni.

    In più, se tra gli imprenditori con più di 40 anni, la maggioranza (38%) ha al massimo la licenza elementare, e il 31,2% quella media, tra i giovani imprenditori agricoli il livello medio di istruzione cresce sensibilmente. Tra i 25-39enni, il 45,3% è in possesso di un diploma di scuola superiore e l'11,2% ha una laurea.

    Come spiega Andrea Ragona - presidente di Legambiente Padova e autore con Gabriele Gamberini del volume "Ecoland - Male che vada faccio il contadino" (Beccogiallo) - “una volta i contadini volevano far studiare i propri figli e speravano per loro una vita diversa. Da cui la frase "male che vada faccio il contadino" era detto come rito scaramantico, perché si sperava di fare altro. Oggi non è più così e molti giovani lo dicono perché vogliono davvero tornare alla terra”.
    L'agricoltura in Italia conta all’incirca 1,2 milioni di occupati e, in particolare nel secondo trimestre del 2014, le assunzioni sono cresciute del 5,6% (un assunto su quattro, inoltre, ha meno di 40 anni).

    Secondo un'analisi della Coldiretti relativa al quarto trimestre del 2014, il numero degli occupati nel settore agricolo è cresciuto del 7,1%. L'incremento maggiore si è registrato nelle regioni settentrionali (+17,5%) contro il 2,8% di quelle centrali e dell’1,1% di quelle meridionali. Ad aumentare sono sia i lavoratori indipendenti (+8,7%) che quelli dipendenti (+5,5%).

    Ragona mette in guardia dai facili entusiasmi: “Se pensiamo che si possa fare successo con l'agricoltura convenzionale non andremo lontano. E' importante trovare nuovi modi di vivere l'agricoltura: non solo cercando di ridurre al minimo l'intervento della chimica per produrre cibo sano, ma anche cercando di riscoprire vecchie tradizione e andare a riscoprire vecchi ortaggi abbandonati magari perché per la grande industria erano scomodi da coltivare o garantivano una bassa resa economica. Altro punto fondamentale è quello della vendita: bisogna inventarsi nuovi modi, come i gruppi di acquisto, i mercatini rionali, la vendita porta a porta”.

    Secondo alcuni analisti, un aiuto in tal senso potrebbe arrivare infatti dalle agevolazioni contributive introdotte con la legge di Stabilità 2015, che dal 1° gennaio permettono alle imprese che assumono un nuovo dipendente con un contratto a tempo indeterminato di non versare alcun contributo, e dalla riforma del mercato del lavoro appena varata dal governo: il cosiddetto Jobs Act, che stando alle previsioni dell'esecutivo dovrebbe garantire anche una crescita aggiuntiva al Prodotto interno lordo italiano (+0,9% nel 2020).

    “Il ritorno alla terra può essere una scelta vincente - conclude Ragona - perché in molti si sono resi conto che la ricchezza che vediamo tutti i giorni è fittizia. Non tanto per ideologia, ma per un fattore materiale: consumiamo più di quanto il pianeta sia capace di produrre. Tornare alla terra è un modo per affrontare questo problema e dare una soluzione dal basso, producendosi cibo salutare e riappropriandoci della nostra vita, che troppo spesso stressiamo in interminabile code in città”.

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