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Agricoltura: dal 1° aprile addio al sistema delle quote latte

Le possibili conseguenze per il settore lattiero caseario italiano che rappresenta l'11% dell'industria alimentare e impiega 180 mila lavoratori

- Il 31 marzo terminerà il regime delle quote latte, introdotto nel 1983 per impedire un'offerta troppo abbondante sul mercato europeo. Uno sviluppo che gli allevatori italiani attendono con preoccupazione. Abolire le quote latte, sostengono, comporterà infatti un aumento dei costi di produzione nel nostro Paese, gravando ulteriormente su un comparto che dall'inizio della crisi economica ha perso 32 mila posti di lavoro.

Agricoltura: dal 1° aprile addio al sistema delle quote latte

Da oltre trent'anni ogni Paese dell'Unione europea deve rispettare un limite nazionale di produzione del latte, negoziato dai singoli governi in sede comunitaria e poi ripartito a sua volta tra i propri allevatori. Le quote latte si dividono in “quote consegne”, che comprendono i quantitativi conferiti ai caseifici o alle latterie, e in “quote vendite dirette”, che comprendono i quantitativi di latte venduti direttamente dai produttori o trasformati direttamente dagli stessi in prodotti caseari, e vengono conteggiate separatamente.

Produrre una quantità di latte superiore a quella assegnata comporta una sanzione pari a 27,83 euro per ogni 100 chili in eccesso. A ben vedere, il nostro non è stato un Paese particolarmente virtuoso sotto questo punto di vista: forse anche complice l'assegnazione di un’aliquota molto inferiore al consumo interno, nel corso degli anni l'Italia ha accumulato 4 miliardi di euro in sanzioni.

Nel passato recente gli allevatori italiani si sono dimostrati comunque rispettosi delle regole e delle quote assegnategli: durante gli ultimi quattro anni, infatti, non hanno subìto multe. Tuttavia la situazione potrebbe cambiare nel corso del 2015. I dati registrati tra aprile e novembre dall'AGEA (l'Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) evidenziano il rischio di superare la somma assegnata per la campagna 2014-2015, mostrando un trend del 3,37% in aumento rispetto all'anno precedente.

Una volta cessato il regime delle quote latte e quindi liberalizzato il mercato, gli allevatori italiani non dovranno più fare i conti con eventuali multe. Eppure la Coldiretti si dice comunque preoccupata. L'associazione degli imprenditori agricoli prevede infatti un aumento del 5% nel costo della produzione lattiera italiana e comunitaria, con il rischio concreto di ripercussioni negative sui prezzi del latte alla stalla e notevoli difficoltà per i 36 mila produttori sparsi sul nostro territorio (nel 1988 erano 181.771) e che ad oggi producono circa 11 milioni di tonnellate di latte per un valore di 4,8 miliardi di euro.

L'abolizione dei limiti fin qui imposti dall'Unione europea permetterà ad alcuni Paesi di produrre più latte rispetto al passato. Le conseguenze sui prezzi (peraltro già insufficienti per coprire gli attuali costi di produzione, come denunciato dalla Coldiretti) sarebbero inevitabili. Quest'ultimi, in virtù di una maggiore offerta, si abbasseranno ulteriormente.

Timori che a Bruxelles non sembrano condividere. Secondo la Commissione europea, la domanda di latte da parte del mercato mondiale resterà forte mentre la produzione nell'Unione europea si stabilizzerà, con una crescita annua limitata al 7% fino al 2023 (l'aumento della produzione si concentrerà principalmente in Irlanda, Danimarca, Germania, Polonia e Olanda). Nonostante lievi riduzioni, sostiene la Commissione UE, i prezzi dovrebbero così tenere.

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