lo scrittore a milano

Dan Brown racconta la sua "fabbrica dei misteri"

Ha presentato "Il simbolo perduto", uscito in Italia lo scorso ottobre, dove il professor Robert Langdon, il suo "antieroe" nel quale spera che i suoi lettori si identifichino, si muove in un'inattesa Washington enigmatica ed esoterica

di Domenico Catagnano
08 Dic 2009 - 18:30

Qualcosa come 170 milioni di copie vendute al mondo con cinque romanzi, un successo che abbraccia 50 Paesi e una gran voglia di scrivere. Una vera e propria miniera per sè e per il suo editore, Dan Brown, mr. "Codice da Vinci", che si è presentato a Milano per il suo primo incontro con i giornalisti italiani sorridente, ancora elettrizzato dalla prima della Scala che lo ha entusiasmato.

E' un appassionato, lo scrittore americano, di quelli che, raggiunto il successo, non stanno lì a goderselo passivamente ma lavorano, lavorano, lavorano e macinano pagine su pagine. "Mi alzo ancora ogni mattina alle 4 -racconta- scrivo per 6-8 ore al giorno e ho sempre l'incubo della videata bianca del computer. Il successo ha cambiato certamente, e in meglio, la mia vita privata, ma professionalmente sono rimasto quello di prima, racconto con libertà come ho sempre fatto".

Una libertà che, ogni tanto, gli ha attirato qualche critica da parte di studiosi e accademici che lo hanno accusato di aver riscritto a modo suo certe verità storiche. Lui sembra prenderla con filosofia. "Quando uno fa una cosa creativa ha la speranza che piaccia a tutti, ma evidentemente non è così -afferma- anche perché la creatività è legata al gusto. Il gusto a cui io tengo è quello dei miei lettori, sono loro i miei veri critici. Per me è già un successo se stimolo la loro curiosità. Quando succede posso dire di aver raggiunto il mio obiettivo".

Brown presenta "Il simbolo perduto", uscito in Italia nello scorso ottobre, dove il professor Robert Langdon, il suo "antieroe" nel quale spera che i suoi lettori si identifichino, si muove in un'inattesa Washington enigmatica ed esoterica. "E' una città carica di misteri architettonici, una nuova Roma più giovane ma altrettanto interessante -afferma-, anche se l'Italia mi rimane nel cuore e cerco di inserirla sempre nei miei libri". In tal senso Milano lo stimola, e magari in futuro Langdon potrebbe salvare il mondo partendo proprio dal Duomo.

Nel "Simbolo perduto" un ruolo importante ce l'ha la massoneria che, tiene a sottolineare Brown, negli Stati Uniti è diversa da come la si intende in Italia. "Da noi -sostiene- raggruppa persone disparate che condividono valori e tra loro si chiamano fratelli. Mi sembra, vivendo un mondo violento, che sia un buon esempio da seguire". Anche se, ci tiene a precisare, lui non è un massone: "Mi hanno chiesto di affiliarmi, ma ho rifiutato: vogliono un giuramento sulla segretezza, ma io i segreti amo svelarli!".

Sui film tratti dai suoi libri, che proprio capolavori non sono, ("Il Codice da Vinci" e "Angeli e Demoni") va liscio liscio, fin troppo. "Ron Howard è un grande regista di livello mondiale, Tom Hanks un ottimo attore, realizzare un film è difficile ma io devo fare un plauso per tutto quello che è stato fatto, hanno rispettato tempi e ritmi del romanzo", dice. Troppo miele, e quando gli chiediamo se pensa che chi abbia prima visto i film senza aver letto i libri sia corso a comprare altri suoi romanzi, ci guarda e maliziosamente, glissa dicendo "trick question", domanda-trabocchetto, anche se poi afferma che gli piacerebbe  -chiaramente- che il cinema gli faccia vendere qualche copia in più.

E sull'Apocalisse che aleggia nel suo ultimo libro, lancia un messaggio di speranza. "Tutti parlano di Apocalisse come fine del mondo, io la vedo come una rivelazione -afferma-. Nel romanzo si dice che il pregiudizio è figlio dell'erronea concezione". Nel libro si parla anche di noetica, la scienza che studia la capacità della mente umana di influire direttamente sul mondo fisico, che Brown definisce "come la disciplina scientifica del futuro, e forse sarà proprio questa l'Apocalisse". "Quest'ultimo decennio non è stato tra i migliori, ma io spero che anche il mio libro stimoli a fare meglio, che i giovani studino la matematica e la fisica, per una noetica vera. Del resto il mio romanzo si chiude proprio con la parola speranza", conclude convinto e sicuro di sè. E ci piace credere che possa aver ragione.