Il lutto della persona amata e il Buddismo come strada per accettare di non ritrovarsi mai più: Giuseppe D'Alonzo e "Arahant", quando amare significa lasciare andare
La perdita prematura della donna amata porta il protagonista a seguire le passioni che appartenevano a lei, fino a trovare rifugio nel Buddismo e nei suoi luoghi sacri.
Il videoclip del nuovo singolo di Giuseppe D’Alonzo, “Arahant”, racconta questo percorso attraverso una serie di simboli. L’ascensore diventa elemento di passaggio e transizione, mentre il testo richiama le tre grandi fasi che conducono allo stato di Arahant, termine con cui nel Buddismo si indica chi ha raggiunto la piena liberazione spirituale, superando le contaminazioni mentali e il ciclo delle rinascite: l’estinzione delle passioni, la fine del Karma e la Saggezza.
Tra le immagini centrali compare anche un Samurai, che porta sulle spalle il peso delle esistenze attraversate e combatte per interrompere quel percorso e raggiungere il Nirvana.
Seguendo i luoghi e il credo della compagna scomparsa, l’uomo prova così a comprendere fino in fondo ciò in cui lei credeva. Fino ad arrivare a un pensiero difficile da accettare per chi è cresciuto nell’idea occidentale dell’immortalità dell’anima e di un possibile ricongiungimento dopo la morte: augurarle di aver concluso il proprio cammino spirituale significa anche accettare di non ritrovarla.
Lasciarla andare non diventa una forma di distacco, ma l’atto più puro d’amore: desiderare per lei la liberazione, anche quando questo significa rinunciare all’idea di rivederla. E proprio in quella rinuncia, senza cercarlo, anche il protagonista compie un passaggio personale, liberandosi dal bisogno di trattenere per sé la possibilità di un futuro insieme.
