Nello utah

Usa, il Dna non combacia: condannato a morte per omicidio viene rilasciato dopo 30 anni di carcere

Douglas Stewart Carter oggi ha 71 anni: nel 1985 venne accusato di aver ucciso la zia di un capo della polizia, ma non era vero

29 Set 2026 - 15:32
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 © Afp

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Trent'anni di carcere. È quanto già scontato da Douglas Stewart Carter, un uomo di 71 anni condannato a morte per l'omicidio di Eva Olesen, zia di un capo della polizia, avvenuto nel 1985. Da allora, l'uomo è rinchiuso in un penitenziario dello Utah, Stati Uniti, in attesa della sentenza capitale. Che però non verrà mai eseguita. Perché i magistrati, riesaminando il suo caso, hanno stabilito che le prove del Dna non lo collegano al delitto. Da qui la decisione di un giudice statale, che ha ordinato l'immediata scarcerazione dell'uomo.

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L'omicidio del 1985

 Il suo rilascio è avvenuto su cauzione, nonostante le obiezioni della famiglia della vittima. Carter è tenuto a indossare un braccialetto Gps in attesa di un nuovo processo. La donna fu trovata senza vita dal marito nella loro abitazione, parzialmente svestita e con le mani legate dietro la schiena. La Corte suprema dello Stato aveva già ordinato un nuovo processo lo scorso anno, citando comportamenti scorretti da parte degli investigatori. Carter ha sempre sostenuto la propria innocenza e ha più volte affermato che la confessione firmata gli era stata estorta.

Le false testimonianze

 Nonostante non ci fossero prove materiali che lo collegassero alla scena del crimine, la giuria lo condannò sulla base della confessione e del racconto di due testimoni che affermarono che lui, uomo nero, si fosse vantato di aver ucciso Olesen, che era bianca. Quei testimoni ritrattarono successivamente le loro parole. Un'analisi del Dna ricevuta solamente il 22 settembre scorso ha escluso Carter come possibile corrispondenza con il sangue rinvenuto su una maniglia e con il materiale genetico recuperato dal manico di un coltello utilizzato per accoltellare Olesen, che era stata anche colpita da un'arma da fuoco.

L'uscita dal carcere

 Carter è uscito di prigione nella tarda serata di lunedì 28 settembre indossando una camicia bianca e pantaloni della tuta grigi, con gli occhiali appesi al collo. Accanto a lui, suo figlio Tyler Anger spingeva un carrello con cuscini, coperte ed effetti personali. Carter ha sorriso cercando al contempo di nascondere il viso dietro alcuni fogli. Non ha parlato con i pochi giornalisti presenti fuori dal carcere ed è salito su un'auto insieme al figlio e al suo avvocato difensore. Un giudice gli ha ordinato di non avere alcun contatto con la famiglia di Olesen. Per il prossimo anno è previsto un nuovo processo della durata di due mesi. I pubblici ministeri della contea hanno fatto sapere di aver ritirato la notifica in cui dichiaravano l'intenzione di chiedere la pena di morte.

La fuga e l'arresto

 Nell'aprile del 1985, secondo i documenti del tribunale, Carter fuggì dallo Utah credendo di essere indagato in un caso di aggressione separato. Fu arrestato nel giugno dello stesso anno a Nashville, nel Tennessee, dove firmò una confessione mentre veniva interrogato da un detective. Carter affermò in seguito di aver firmato una falsa confessione dopo che la polizia lo aveva ripetutamente minacciato. Fu condannato a morte al termine di un processo in cui la difesa non chiamò alcun testimone. Fu nuovamente condannato dopo un nuovo processo nel 1992 e nei successivi anni i tribunali dello Utah respinsero numerosi ricorsi da lui presentati. Una svolta nel caso si verificò nel 2011, quando i due testimoni del processo di Carter furono rintracciati in Messico e raccontarono che era stato detto loro di mentire in tribunale in cambio di denaro e regali dalla polizia. 

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