Addio alle mete più affollate, così quella del 2026 è diventata l'estate dei borghi
I viaggiatori sono sempre più stanchi delle solite mete e cercano sentieri meno battuti, trovando spesso strutture ricettive perfette ed esperienze uniche
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Per anni ci si è chiesti come il turismo potesse aiutare i piccoli borghi. Non ci si è invece probabilmente concentrati troppo sul contrario, ovvero su come le numerose gemme incastonate nel panorama italiano potessero diventare fondamentali per uno dei settori nevralgici del nostro sistema economico. Adesso però il trend è abbastanza chiaro: i viaggiatori sono sempre più stanchi di file infinite e itinerari visti e rivisti sui social. Basta overtourism: è tempo piuttosto di "slow tourism", un'esperienza non omologata, in contesti ancora da scoprire e senza lo stress delle mete turistiche più in tendenza. Il borgo italiano è ormai una scelta di qualità, sia per gli autoctoni sia per gli stranieri, che preferiscono una vacanza più lunga in un piccolo centro rispetto al weekend mordi e fuggi nei luoghi più iconici della Penisola.
I vantaggi del non pensare troppo in grande
Un'analisi condotta su più di 7.300 prenotazioni da Ruralis lascia pochi dubbi: la voglia di vacanza nel Belpaese è sempre grande ma, parafrasando la Norma Desmond di Viale del tramonto, ora è il turismo "che è diventato piccolo", almeno se si guarda alle dimensioni delle destinazioni. Diversificare le mete aiuta a spalmare la ricchezza su un territorio più ampio, garantendo nuova vita anche a quei piccoli centri abitati che rischiavano di scomparire sotto la minaccia dello spopolamento. Certo, scegliere una meta fuori dai radar di travel blogger e ossessionati dalla "fomo" significa accettare consapevolmente di abbassare i ritmi, di muoversi seguendo un battito diverso. Ma in fondo è esattamente quello che molti sognano, dopo mesi di scadenze da adempiere e appuntamenti da rispettare spaccando il minuto.
Un circolo virtuoso
Va detto poi che il mito del paesino dimenticato, incapace di garantire i servizi più basilari, può essere ormai messo definitivamente in soffitta. Si è innescato ormai piuttosto un circolo virtuoso che finisce per auto-alimentarsi: più turisti garantiscono alle strutture ricettive maggiori entrate, che poi vengono in parte investite per il miglioramento di un'offerta capace di attirare altri vacanzieri. Una proposta più completa finisce per motivare inoltre il visitatore a valutare l'opportunità di un soggiorno più lungo. Non è un caso che lo stesso studio citato all'inizio registri un aumento della permanenza nei piccoli borghi pari al 46% rispetto all'anno scorso, da 2,35 a 3,44 giorni. I turisti sono poi propensi a pagare anche di più, pur di vivere un'esperienza meno congestionata e banale. Anche per questo in appena dodici mesi la spesa media per prenotazione è salita da 269 a 469 euro, certificando un aumento addirittura pari al 74%.
Il Molise esiste. E non vede l'ora di essere scoperto
Siamo dunque di fronte al trionfo del "turismo lento", all'apogeo del viaggio ristretto. Un'ottima notizia, soprattutto per quelle zone della Penisola troppo a lungo ingiustamente marginalizzate. La rivincita del Molise si può dire in quest'ottica ormai completa: la regione che per decenni era stata oggetto di ironie oggi si riscopre la più in crescita, rivitalizzata proprio da quella stessa ruralità che fino a ieri appariva come la sua condanna.
Sorte simile tocca per motivazioni simili anche al vicino Abruzzo o all'altrettanto bistrattata Basilicata, che diventano mete perfette per riscoperte "a passo d'uomo". A confermarlo è anche il recente report curato dal Centro di Ricerca Divulgativo della Rome Business School, dal titolo "Italia oltre l'overtourism", che indica tra le aree che crescono sopra la media nazionale proprio Abruzzo, Molise e Basilicata. Affrettatevi insomma: il segreto è prenotare prima che qualcuno scopra per primo gemme come Castel di Sangro, Pietransieri, Villetta Barrea, Riccia, Pescocostanzo o Vastogirardi.
