© Ufficio stampa | Route 66
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Si celebra il centenario dei 4000 chilometri più famosi degli Usa, celebrati da musica, film e letteratura
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Nel 1926 una linea sottile cominciò a farsi strada sulle mappe degli Stati Uniti: la Route 66. Univa Chicago a Santa Monica attraversando otto Stati, migliaia di chilometri di polvere, campi, deserti e promesse. Nessuno allora poteva immaginare che quella lingua di terra sarebbe diventata molto più di un’infrastruttura: un mito fondativo dell’America moderna. Quest'anno, quella che è poi diventata “The Mother Road” compie un secolo. Si celebrano i cento anni di viaggi, fughe, sogni e disillusioni. È la strada che ha insegnato agli americani a muoversi, ma anche a raccontarsi.
Perché viene chiamata la "Mother road"? - La Route 66 è entrata presto nell’immaginario collettivo grazie alla letteratura, al cinema e alla musica, che ne hanno fissato il mito. È John Steinbeck a consacrarla come “Mother Road” nel romanzo Furore (The Grapes of Wrath, 1939). Nel libro, la strada è la via madre, quella che genera e sostiene tutte le altre: il percorso principale lungo cui scorrono le vite dei migranti dell’Oklahoma e degli Stati delle Grandi Pianure in fuga dalla miseria e dalla Dust Bowl verso la California. Steinbeck la descrive come una sorta di cordone ombelicale dell’America, capace di nutrire la speranza di chi parte con nulla e di collegare comunità lontane. Il termine “mother” non indica solo l’importanza logistica, ma un valore simbolico e quasi affettivo: la Route 66 accoglie, guida, protegge. È la strada che “dà vita” a storie, sogni e destini, diventando un punto di riferimento comune per milioni di persone. Da allora, “Mother Road” è rimasto il soprannome più potente della Route 66, perché riassume perfettamente il suo ruolo: non una semplice arteria, ma la madre di tutte le strade americane, quella da cui nasce il mito del viaggio come identità.
Non solo letteratura - In musica la Route 66 diventa leggenda con Get Your Kicks on Route 66 di Bobby Troup (1946), interpretata poi da Nat King Cole, Chuck Berry e dai Rolling Stones, trasformandola in un inno alla libertà su quattro ruote. In televisione la serie Route 66 (1960-1964) racconta l’America on the road, mentre il cinema la attraversa in film come Easy Rider (1969), Paris, Texas di Wim Wenders (1984) e Thelma & Louise (1991), dove l’asfalto diventa spazio di fuga e identità. Più recentemente, la Route 66 viene riletta in chiave simbolica anche dall’animazione con Cars della Pixar (2006), che rende omaggio alle città dimenticate dal progresso. Un secolo dopo, ogni citazione continua ad alimentare il mito di una strada che è ormai letteratura in movimento.
La storia - Nata per collegare il Midwest industriale alla California in piena espansione, la 66 fu subito una via di sopravvivenza. Negli anni Trenta divenne la “strada della speranza” per migliaia di famiglie in fuga dalla Dust Bowl. Con John Steinbeck fu trasformata in un simbolo letterario della dignità dei perdenti, di chi partiva con poco più di un’auto carica e la fede nel futuro. Dopo la guerra arrivò l’età dell’oro. Motel al neon, diner aperti tutta la notte, stazioni di servizio con insegne sgargianti: la Route 66 divenne il palcoscenico del sogno americano su quattro ruote. Era la strada delle vacanze, delle Cadillac cromate, del rock’n’roll. Nel 1946 Bobby Troup le dedicò una canzone — Get Your Kicks on Route 66 — e Hollywood fece il resto, immortalando l’asfalto come promessa di libertà assoluta. Poi venne il declino. Negli anni Cinquanta e Sessanta le nuove "interstate" la resero lenta, superata, marginale. Nel 1985 fu ufficialmente rimossa dal sistema autostradale federale. Ma come ogni leggenda, la Route 66 rifiutò di morire. Oggi sopravvive a tratti, come una cicatrice gloriosa nel paesaggio americano. Attraversa cittadine quasi fantasma e altre rinascite inattese, popolate da viaggiatori in cerca di autenticità. È una strada percorsa più per scelta che per necessità, più per nostalgia che per destinazione. A cento anni dalla sua nascita, la Route 66 resta una metafora potente: del movimento come identità, del viaggio come rito di passaggio, della strada come spazio di incontro tra storie individuali e storia collettiva. Non è più la via più veloce per arrivare, ma forse è ancora la migliore per capire da dove veniamo.