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Dig Awards, il giornalismo video investigativo si sfida tra inchieste e reportage da tutto il mondo

Annunciati i 15 finalisti. I premi saranno assegnati dal 23 al 25 giugno al Dig Festival di Riccione

Dig Awards, il giornalismo video investigativo si sfida tra inchieste e reportage da tutto il mondo

Il giornalismo internazionale si sfida ai DIG Awards. Migrazioni, guerre, Isis ma anche inchieste su mafie, narcotraffico, reati ambientali e casi di corruzione internazionale al centro dell’attenzione. Tra i 15 finalisti, inchieste e reportage da tutto il pianeta. I vincitori saranno proclamati al DIG Festival, in programma a Riccione dal 23 al 25 giugno.

Gli oltre 220 lavori iscritti sono prodotti in 22 paesi e provengono da tutti i continenti: Europa, Australia, Stati Uniti, Canada, Brasile, Tunisia, Egitto e Iraq. L’estrema varietà del concorso è rispecchiata anche dai finalisti: 15 opere tra inchieste e reportage, suddivise in cinque categorie.

Nella sezione Investigative Long, riservata a video-inchieste di lunga durata (massimo 90 minuti), si sfidano tre produzioni internazionali, tre ritratti di personaggi finiti per ragioni diverse nell’occhio del ciclone. Benoît Bringer, reporter di France 2, concorre con Being a Whistleblower, inchiesta sulla drammatica storia di Raphaël Halet, fonte-chiave dello scandalo LuxLeaks. La filmmaker Nanfu Wang è invece in gara con Hooligan Sparrow, documentario del network statunitense PBS sull’attivista cinese Ye Haiyan, perseguitata dal regime di Pechino per il suo impegno in difesa di sei bambine vittime di abusi in una scuola dell’Hainan. Bjørn Olav Nordahl, della tv norvegese NRK1, presenta infine The Money Preacher, inchiesta sul controverso video-predicatore Jan Hanvold.

La sezione Investigative Medium (durata massima 27 minuti) si segnala per la presenza di due inchieste realizzate da giornalisti egiziani. Ahmed Elshamy, con Behind the Doors of Silence (ARIJ), rompe il silenzio sugli abusi e le violenze domestiche nel suo paese. Saada Abd Elkader, con Upside Down (Deutsche Welle), si concentra invece sugli esiti della primavera araba in Egitto e Tunisia. La terza inchiesta finalista è firmata da due giornaliste svedesi, Marja Grill e Carolina Jemsby, che con The Art of Stealing Without Getting Caught (SVT) svelano un sistema di raggiri e connivenze ai danni del welfare svedese e dei suoi assistiti.

La sezione Reportage Long racconta storie provenienti da tre continenti. La reporter francese Marjolaine Grappe accende i riflettori sulla resistenza femminile al regime di Pechino e in China, in the Mood for Life segue tre donne cinesi che si sono opposte alle sterilizzazioni e agli aborti forzati imposti dal sistema di controllo delle nascite. Valeria Mazzucchi, con Dönüş-Retour, ha invece filmato le ultime settimane a Istanbul di Jérôme Bastion, storico corrispondente di Radio France Internationale che di fronte alla svolta autoritaria di Erdoğan ha scelto di abbandonare sia la Turchia che il mestiere di giornalista. Il documentarista americano Craig Atkinson, con Do Not Resist, ci conduce infine in South Carolina per mostrarci metodi e logiche violente della polizia Usa.

L’anima violenta degli Stati Uniti è al centro anche di uno dei lavori selezionati per la categoria Reportage Medium. A 18 anni dalla pubblicazione del fotoreportage che lo ha reso famoso, il fotografo britannico Zed Nelson torna nei luoghi di Gun Nation e, nel documentario omonimo realizzato per il Guardian online, filma il culto delle armi tra la popolazione americana. Un altro fotografo, il siriano Issa Touma, insieme ai giornalisti olandesi Floor van der Meulen e Thomas Vroeg firma Greetings from Aleppo, racconto della vita quotidiana in una città devastata dalla guerra (testata De Correspondent online). Il terzo finalista è un lavoro italiano, La droga di Hitler sta invadendo di nuovo l’Europa. Realizzato da Pablo Trincia e Sacha Biazzo per la serie di Fanpage ToxiCity, il reportage documenta la diffusione della metanfetamina tra Repubblica Ceca e Germania.

Sacha Biazzo e Fanpage sono tra i finalisti anche della sezione Short, riservata ai servizi brevi (massimo 12 minuti). L’opera selezionata è Il caso Provolo, inchiesta sui preti pedofili dell’omonimo istituto veronese per sordomuti. Arrivano in finale anche Ane Irazabal e Cosimo Caridi con Filippine, la mattanza dei drogati, servizio trasmesso dal programma di Rai 2 Nemo – Nessuno escluso: al centro del racconto la cruenta guerra alla droga condotta dal presidente filippino Rodrigo Duterte. Completa la lista dei finalisti l’iracheno Asaad Zalzali con Project no. 1 (ARJI/ Deutsche Welle), indagine sui gravi episodi di corruzione che hanno distolto 200 miliardi di dollari dal più importante progetto di ricostruzione dell’Iraq: la creazione di 1700 nuove scuole.

Nelle prossime settimane verranno infine annunciati i finalisti dell’ultima sezione, DIG Pitch, riservata ai progetti d’inchiesta video in fase di sviluppo o pre-produzione: in palio un premio di produzione da 20.000 euro, assegnato al termine di una sessione di pitching in programma a Riccione, durante il DIG Festival. La selezione di tutti i finalisti e la scelta dei vincitori dei DIG Awards è affidata a una giuria internazionale presieduta da Jeremy Scahill, reporter statunitense premiato per due volte con il prestigioso George Polk Award. Insieme a lui compongono la giuria: Alexandre Brachet (Upian), Riccardo Chiattelli (laeffe), Pino Corrias (Rai), Corrado Formigli (La7), John Goetz (NDR/Süddeutsche Zeitung), Morten Møller Warmedal (NRK), Marco Nassivera (arte), Alberto Nerazzini (Dersu), Maggie O’Kane (The Guardian), Hans Peterson Hammer (SVT), Andrea Scrosati (Sky Italia) e Margo Smit (NOS).

Durante il DIG Festival verranno presentate a Riccione tutte le opere finaliste. Per tre giorni la manifestazione proporrà inoltre incontri, proiezioni, spettacoli e i workshop della DIG Academy, un fitto calendario di seminari professionali accreditati dall’Ordine dei giornalisti.

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