La parabola dei Gattusi in tv
Telebestiario di Francesco Specchia
Cè qualcosa di struggente, dintimo, di vischiosamente natalizio nella cozza. La cozza, intesa come mollusco destinato a una vita liquida, breve ma intensa, può essere la metafora della carriera dun calciatore. Roba dal respiro antropologico. Ed essendo Rino Ringhio Gattuso uomo di profonde letture (il suo spot sulla letteratura dantesca vale lintera puntata di Benigni sul Paradiso) non poteva che affidare il suo futuro ad un azienda ittica. Cozze e casolari da allevare a Schiavonea, frazione marittima di Corigliano Calabro, provincia oscura di Cosenza, da dove partì a 12 anni solo con un borsone del Perugia, la società che capì di poterne fare un calciatore, anche se i piedi grattugiavano la sabbia nelle partite in spiaggia e non accarezzavano il pallone (scrive lottimo Marco Ansaldo su La Stampa).
Inutile ricamare su questa storia di Natale che sembra presa di peso da Forrest Gump. E un racconto soffice, quello del ruvido mediano del sud dal cuore di burro e cultore della tradizione, che investe in unaziendina di pesce e favorisce la ripresa economica del paesello natio povero e involuto; è un afflato che sa molto di tacchino ripieno, di zucchero a velo, dimpepata alla marinara; è una storia daltri tempi, dapprima del motore (direbbe DeGregori).
E la parabola di un signore semplice, pane e salame e sguardo perennemente da sbrinare, la simpatia rustica di un eroe di Jean Gabin; uno che non investe i quattrini in boutique, marchi griffati, società e abbigliamento trendy (come fanno i colleghi, un nome a caso: Vieri). Uno che quando si trovò a Glasgow senza conoscere la lingua mangiò per sei mesi nello stesso piatto e se lo fece andare. Uno che quando un tedesco insultò glitaliani si limitò a supporre che quel tedesco, da piccolo, fosse stato picchiato da un nostro connazionale. Uno che ha la faccia di chi, se hai trovato parcheggio per primo, glielo cedi volentieri.
Soprattutto a Natale siamo tutti un po Gattuso, in fondo. Siamo tutti potenziali dissalatori di molluschi, gregari di mischia con la testa sempre china su una palla difficile da controllare trascinata per la gloria degli altri, piccole lucciole che brillano nelloscuro lavoro di centrocampo. Siamo lItalia con la schiena dritta e lironia di grana grossa sotto la barba sfatta. La stessa ironia degli spot Vodafone con Totti in stile Mission Impossibile, ossia quanto di meglio la tv abbia prodotto negli ultimi mesi.
Cè chi lotta e si smazza, e sputa sangue per un brandello di friabile celebrità; e chi ottiene tutto allimprovviso, senza unapparente motivo, o senza la necessaria gavetta. Nella tv, come nella vita, bisognerebbe dividere lumanità tra Gattusi e non Gattusi. Giochino semplice. Mike Buongiorno: Gattuso, Bonolis: non Gattuso. Milly Carlucci: Gattusa, Ilaria DAmico: non Gattusa. Enza Sampò: Gattusa, Daria Bignardi: non Gattusa. Toni Capuozzo: Gattuso, Irene Pivetti: non Gattusa. E così via.
Non che sia sbagliato essere non-Gattusi; i centrocampisti bellocci, dal tocco di palla fino e locchio ceruleo alla Beckham, quelli che non buttano una stilla di sudore neanche se gli sfiori il fondotinta, sono quelli che a cui la grande commedia della vita diceva il Bardo- assegna le parti migliori. Però, scusateci, noi a Beckham e le ostriche, preferiamo Ringhio e le sue cozze. Il sapore è più aspro e più salmastro, ma dura più a lungo
