televisione

La parabola dei Gattusi in tv

Telebestiario di Francesco Specchia

22 Dic 2006 - 07:54

C’è qualcosa di struggente, d’intimo, di vischiosamente natalizio nella cozza. La cozza, intesa come mollusco destinato a una vita liquida, breve ma intensa, può essere la metafora della carriera d’un calciatore. Roba dal respiro antropologico. Ed essendo Rino “Ringhio” Gattuso uomo di profonde letture (il suo spot sulla letteratura dantesca vale l’intera puntata di Benigni sul “Paradiso”) non poteva che affidare il suo futuro ad un’ azienda ittica. Cozze e casolari da allevare a Schiavonea, frazione marittima di Corigliano Calabro, provincia oscura di Cosenza, “da dove partì a 12 anni solo con un borsone del Perugia, la società che capì di poterne fare un calciatore, anche se i piedi grattugiavano la sabbia nelle partite in spiaggia e non accarezzavano il pallone…” (scrive l’ottimo Marco Ansaldo su La Stampa).

Inutile ricamare su questa storia di Natale che sembra presa di peso da Forrest Gump. E’ un racconto soffice, quello del ruvido mediano del sud dal cuore di burro e cultore della tradizione, che investe in un’aziendina di pesce e favorisce la ripresa economica del paesello natio povero e involuto; è un afflato che sa molto di tacchino ripieno, di zucchero a velo, d’impepata alla marinara; è una storia d’altri tempi, dapprima del motore (direbbe DeGregori).

E’ la parabola di un signore semplice, pane e salame e sguardo perennemente da sbrinare, la simpatia rustica di un eroe di Jean Gabin; uno che non investe i quattrini in boutique, marchi griffati, società e abbigliamento trendy (come fanno i colleghi, un nome a caso: Vieri). Uno che “quando si trovò a Glasgow senza conoscere la lingua mangiò per sei mesi nello stesso piatto e se lo fece andare”. Uno che quando un tedesco insultò gl’italiani si limitò a supporre che quel tedesco, da piccolo, fosse stato picchiato da un nostro connazionale. Uno che ha la faccia di chi, se hai trovato parcheggio per primo, glielo cedi volentieri.

Soprattutto a Natale siamo tutti un po’ Gattuso, in fondo. Siamo tutti potenziali dissalatori di molluschi, gregari di mischia con la testa sempre china su una palla difficile da controllare trascinata per la gloria degli altri, piccole lucciole che brillano nell’oscuro lavoro di centrocampo. Siamo l’Italia con la schiena dritta e l’ironia di grana grossa sotto la barba sfatta. La stessa ironia degli spot Vodafone con Totti in stile Mission Impossibile, ossia quanto di meglio la tv abbia prodotto negli ultimi mesi.

C’è chi lotta e si smazza, e sputa sangue per un brandello di friabile celebrità; e chi ottiene tutto all’improvviso, senza un’apparente motivo, o senza la necessaria gavetta. Nella tv, come nella vita, bisognerebbe dividere l’umanità tra Gattusi e non Gattusi. Giochino semplice. Mike Buongiorno: Gattuso, Bonolis: non Gattuso. Milly Carlucci: Gattusa, Ilaria D’Amico: non Gattusa. Enza Sampò: Gattusa, Daria Bignardi: non Gattusa. Toni Capuozzo: Gattuso, Irene Pivetti: non Gattusa. E così via.

Non che sia sbagliato essere non-Gattusi; i centrocampisti bellocci, dal tocco di palla fino e l’occhio ceruleo alla Beckham, quelli che non buttano una stilla di sudore neanche se gli sfiori il fondotinta, sono quelli che a cui la grande commedia della vita –diceva il Bardo- assegna le parti migliori. Però, scusateci, noi a Beckham e le ostriche, preferiamo Ringhio e le sue cozze. Il sapore è più aspro e più salmastro, ma dura più a lungo