Domenech in panchina 'col pensiero'
"Urlavo nella mia testa,loro sentivano"
Raymond Domenech non ha freni, sempre pronto all'autocelebrazione e alla polemica a tutti i costi. Il giorno dopo lo 0-0 di San Siro, il tecnico dei 'Bleus' svela il segreto che gli ha permesso di allenare in tutto e per tutto, nonostante fosse in tribuna per squalifica. "Quando vedevo qualcosa che non andava, urlavo nella mia testa - spiega -. E questo arrivava fino in panchina: trasmissione del pensiero...".
Della serie: una ne fa e cento ne pensa. Raymond Domenech è così, fuori dagli schemi e in un mondo tutto suo, del quale lui è il 'deus ex machina'. Una personalità particolare, a tratti paranoica fino all'inverosimile, come ha dimostrato il suo attacco frontale all'Italia per una direzione arbitrale discutibile di un lustro fa. Un carattere affatto malleabile, scontroso più del necessario, megalomane oltre ogni immaginazione. Un tipo 'sui generis', convinto di possedere il verbo, del pallone e non solo, condito di poteri paranormali alla stregua di un novello Nostradamus. Ricordate il povero Trezeguet, lasciato ai margini della Francia del Mondiale tedesco per fantomatiche perplessità astrologiche; rispolverato in occasione della finale contro gli azzurri e prova definitiva della bontà delle previsioni di Domenech dopo l'errore decisivo dal dischetto.
La partita di San Siro, invece, ha convinto totalmente il buon Raymond della sua capacità di trasmettere il proprio pensiero ad altri esseri umani, senza l'uso della parola. "Quando vedevo delle cose che non andavano, urlavo nella mia testa - spiega Domenech il giorno dopo l'incontro -. E questo arrivava fino in panchina. Trasmissione del pensiero... Pierre Mankowski (l'allenatore in seconda dei 'Bleus', ndr) ha lavorato qualche anno con me sulla trasmissione del pensiero". Con la mente dei più che vola all'immagine inquietante dei due, seduti uno di fronte all'altro, occhi chiusi nel tentativo di sperimentare l'arma segreta. Poi, il cittì francese serve sul solito piatto da portata la polemica di routine. "Gli italiani volevano un pareggio - dice -, e questo ci andava bene. Almeno, questa è stata la mia netta impressione. Forse c'era una strategia per addormentarci. Allora abbiamo cercato di giocare per non cadere nella loro trappola". Per l'ultimo affondo, invece, Domenech si serve di Titì Henry, ammonito e assente nella prossima gara contro la Scozia. "Normalmente è lui che prende i colpi contro gli italiani - attacca Domenech -. Henry ed Anelka avevano ben lavorato sul piano dell'organizzazione. Di solito Thierry ce lo aspettiamo nel ruolo di attaccante, ma a me piace al servizio della squadra. Avrebbe potuto segnare cinque gol, ma a San Siro ha svolto molto bene il compito che gli avevo assegnato, per l'equilibrio della squadra". Se solo avesse giocato più avanti, la partita sarebbe stata una passeggiata grazie al suo pokerissimo. Chissà dove ha toppato il nostro Raymond: se nel trasmettere gli ordini al suo pupillo o nel scegliere l'assetto anti-Italia...qualcosa però è andato storto.
