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Live Aid, 30 anni dopo: Bob Geldof e quel bene che non è tornato indietro

Il 13 luglio 1985 il più grande evento di sempre della musica leggera: il suo artefice non è stato premiato dalla vita

Live Aid, 30 anni dopo: Bob Geldof e quel bene che non è tornato indietro

Con capelli arruffati, occhi spiritati, eloquio spettinato come la testa e tutto il resto delll'armamentario da perfetta rockstar, Bob Geldof si precipitò nello studiolo allestito dalla Bbc all'interno dello stadio di Wembley. "Voi dovete darci i vostri soldi ora, perché la gente sta morendo ora. Non domani, non settimana prossima". "Bene, allora diamo l'indirizzo...", "Fanculo l'indirizzo, ecco i numeri" irruppe ancora Geldof e cominciò a snocciolare recapiti telefonici. Milioni di persone, in Gran Bretagna, cominciarono a telefonare, e a offrire cifre tramite carte di credito, promesse di offerta, qualcuno ha calcolato che cominciarono a piovere 300 sterline al secondo.

Live Aid, 30 anni dopo: Bob Geldof e quel bene che non è tornato indietro

Quello fu il secondo miracolo del Live Aid. Il primo fu il Live Aid stesso. Trenta anni fa spaccati, 13 luglio 1985. Una giornata irripetibile nella storia della musica e della cultura giovanile, unita per un solo giorno nel mostrare la sua faccia migliore, a concretizzare - per la prima e unica volta - che il rock sul serio poteva cambiare il mondo in meglio, fare la rivoluzione giusta. Tutti insieme per raccogliere soldi, tanti, la causa era quella dell'Etiopia schiantata dalla fame e dalla carestia, dove bambini e madri morivano come mosche davanti alla consueta, odiosa impotenza della parte ricca del mondo. La rivolta di Geldof era cominciata l'inverno precedente, dopo la visione di uno sconvolgente documentario della Bbc sulla strage: "Do They Know It's Christmas", scritta con Midge Ure degli Ultravox ed eseguita con tutta la créme del meraviglioso britpop degli '80, poteva bastare e avanzare per gesto, significato, danari raccolti. Invece no. Il mega-concerto, anzi, due, si parta nella giornata del 13 a Londra e si continui, a cavallo di notte e fusi orari, a Philadelphia, quasi fino alle prime luci dell'alba del giorno seguente.

Dedizione disinteressata e no, autopromozione globale, presenzialismo, voglia di esserci e contribuire: qualsiasi sia stata la spinta, sul carro di Geldof salirono tutti, ma proprio tutti, per una scaletta complessiva senza possibili eguali prima, senza possibili eguali dopo. Ma quale Woodstock, quale Monster of Rock o similia. Quando Geldof si gettò in quello studiolo Bbc, era appena terminato il set dei Queen, forse i 20 minuti più grandi dell'intera storia dei palchi rock. Erano stati preceduti a Londra dagli U2 e dai Dire Straits, dietro la quinta si stava scaldando David Bowie, a sua volta seguito dai Who, da Elton John, da Paul McCartney. Contemporaneamente di là, in America, Crosby, Stills & Nash, Madonna, i Beach Boys, Santana. E quando si spengono le luci di Wembley, ecco Neil Young, i Duran Duran, Mick Jagger insieme a Tina Turner. I Led Zeppelin, che si esibirono pubblicamente per la prima volta dal 1980, anno della morte di John Bonham e dello scioglimento della band. Finale con Bob Dylan, accompagnato da Keith Richards. E scusate per tutti quelli - per esempio, i Simple Minds, gli Spandau Ballet, B.B. King - che non sono stati qui citati. Si possono solo tirare due somme: i 40 e i 50 milioni di sterline raccolti durante l'evento, i150 milioni dell'intero.

Un mare di soldi, un mare di bene. E per Geldof, però, solo interessi passivi. La vita, contrariamente al dire comune, nei trent'anni seguenti ha restituito ben poco all'uomo che aveva impacchettato su due palchi e in uno schermo televisivo i trent'anni precedenti, l'intera storia - o quasi - della moderna musica popolare. Tanto per cominciare, il denaro, appunto: non si è mai avuta la certezza del corretto uso dei fondi, la Bbc nel 2010 sparò addirittura che la maggior parte si era trasformata in armamenti per i ribelli etiopi, notizia poi smentita con tante scuse allegate a Bob, anzi, a Sir Bob, nel frattempo nominato Baronetto. Ma il dubbio o la quasi certezza che non tutto si è incanalato nella giusta direzione esiste ancora oggi, e la cosa ha amareggiato non poco Geldof, nel frattempo franato anche nel suo ruolo originale, quello di artista, di songwriter. Non che prima fosse cosa enorme, il suo gruppo - i Boomtown Rats - ebbe un poco di successo giusto nelle isole anglosassoni. Ma ormai coinvolto nell'opera e poi, ahinoi, nel business del salvare il mondo da un palco, nei '90 e a inizio millennio Geldof ha perso di vista la sua natura, emergendo nelle cronache mondiali sempre e comunque come aggregatore di solidarietà, politico apolitico del fare del bene. Ma soprattutto, le mazzate tremende, dolorosissime sono arrivate dalle cose vere, dagli affetti che davvero riempiono l'esistenza di un uomo. Prima sua moglie, la madre delle sue figlie, Paula Yates, che dopo 20 anni lo lasciò per il cantante degli Inxs Michael Hutchence: morirono prima lui, impiccatosi, e quindi lei, di droga. E stessa fine della mamma ha fatto la figlia, Peaches, uccisa da un'overdose nel 2014.

Botte tremende, colpi da ko, immeritati anche se letti nella luce critica di errori, vuoti umani che in una storia così, di un uomo così, possono quasi sembrare fisiologici. Immeritati, veramente, ingiustizie. Meritava altro, Sir Bob. Perché anche se non si possono misurare in denaro o in beni materiali, decine di migliaia di mani al cielo che accompagnano "Radio Ga-ga" nella luce del crepuscolo o Bono che quasi si ammazza per saltare giù dal palco e abbracciare la fan, Pete Townshend che mulina il braccio e schitarra, Mick Jagger che strappa la gonnellina di Tina Turner o David Bowie che in vestito e cravatta ricorda che tutti, in un giorno come il 13 luglio 1985, possono essere eroi, ecco, tutto questo insieme ha mosso cuori, sangue, anime rock e no, non solo i portafogli. Ha scavato nell'interno di chi c'era, lì, o davanti a una tv qualsiasi di un pianeta, un ricordo e un'emozione indelebile, che rivela l'altra grande e forse ancora più vera opera meritoria di Geldof: noi fortunati, privilegiati non dovevamo e non dobbiamo riempirci lo stomaco, ma sì l'anima, la coscienza, la speranza, la schiena di brividi o di vibrazioni che solo la musica - per chi ci crede - ti può dare. E mai come in quelle 14-15 ore, grazie a idoli non di cartapesta, e soprattutto grazie a quello scapigliato, sfortunato ex rockettaro irlandese, l'incantesimo è successo. Il mondo era cambiato, prima di tornare lo stesso con il nuovo sole. E Qualcuno o Qualcosa, tutto questo dovrebbe riconoscerlo, a Sir Bob Geldof.

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