Rapino: "Sono un creativo senza talento"
Parla il vulcanico produttore, tra "Amici", la deludente Italia e il sogno di fare... "Old Factor"
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Molti lo hanno conosciuto grazie alla sua partecipazione ad "Amici" ma all'estero è apprezzato come uno dei produttori più importanti. Charlie Rapino è un personaggio vulcanico dal grande fiuto. "Sono un creativo senza talento - dice a Tgcom24 -. Il mio unico talento è quello di saper riconoscere... il talento altrui".
Quando con i Rapino Brothers (lui e Marco Sabiu), negli anni 90, ha lanciato i Take That è diventato un punto di riferimento per la produzione musicale in Inghilterra. Studi da avvocato ma una spiccata passione per il rock lo hanno portato ben presto lontano dall'Italia dove la sua creatività non trovava terreno abbastanza fertile. Ora, dopo la parentesi del talent, è tornato in Inghilterra dove sta producendo il nuovo lavoro di Ronan Keating e "un altro artista italiano, che non esce dai talent e potrebbe avere un grande futuro".
Visto che hai introdotto tu l'argomento partiamo proprio da "Amici". Come è stata quell'esperienza per te?
Le esperienze sono sempre meritevoli. Bisognerebbe chiedere al talent show come è stata la sua esperienza con me. Io dopo sono tornato al mio lavoro. Era il momento in cui Maria ha deciso che voleva qualcosa di diverso e io ero la persona giusta.
Ma i talent sono l'unica via per scovare nuovi artisti?
In realtà sembra che la discografia abbia consegnato a Maria De Filippi tutto quanto. Quando una persona vince tre Sanremo su quattro, e quando non vince arriva seconda, bisogna farsi delle domande. Sanremo è la vetrina principale della musica italiana e se una persona fa man bassa in questo modo è evidente che ha del fiuto.
Tu come ti definiresti?
Sono un creativo senza alcun talento. Il mio talento sta nel riconoscere il talento. E' questione di istinto, esattamente come Maria De Filippi. Ho il fiuto di quello che sbaglia meno, non quello che ci prende di più. Poi capire quello che funziona non è affatto semplice. E' capitato spesso che io facessi disco di cui ero molto orgoglioso e lo sono tutt'ora e che il pubblico ha ignorato.
Con i Rapino Brothers il tuo socio era Marco Sabiu, che abbiamo visto come direttore d'orchestra a Sanremo. Si direbbe che abbiate preso strade molto diverse...
Dopo un po' che eravamo in Inghilterra venna a entrambi, o meglio alle rispettive mogli, la voglia di tornare in Italia. Per me fu molto difficile riadattarmi, mi mancava la velocità di Londra, non sopportavo più ponti e vacanze di cui in Italia siamo pieni. il nostro è un bellissimo Paese, se fosse gestito da inglesi saremmo a mille.
Come vedi il futuro della discografia?
La discografia secondo me è finita quando un uomo di marketing, Bob Morgado, licenziò il più grande discografico di tutti i tempi. Parliamo del 1992. Quando i cosiddetti boccononiani pensano di poter vendere dal pezzo di sapone alla brioche al disco, siamo al disastro. Si estrapolata la cutura del prodotto alla cultura della vendita del prodotto, che sono due cose molto diverse.
Eppure le vendite negli ultimi mesi sono tornate salire per la prima volta dopo anni di discesa a picco...
Le vendite del digitale, che sono una percentuale irrisoria. La musica è diventata varietà, penso che abbia finito la sua funzione a livello di linguaggio. Abbiamo avuto alcuni decenni caratterizzati da vere star che avevano qualcosa da dire e lo esprimevano attraverso il prodotto. C'era molto attenzione. Le manifestazioni canore del talent show sono in realtà la solita vetrina di ginnastiche vocali. Il nostro paese è improgionato in quel dannato episodio che è il melodramma, che ci ha lasciato la nefasta tradizione del bel canto. E tutt'oggi ne stiamo risentendo ancora oggi.
Insomma, con il tuo Paese non vai proprio d'accordo...
Prima di tutto l'Italia è un Paese dove tutto funziona a nepotismo e raccomandazione, con gli effetti che stiamo ora pagando. Mentre all'estero esiste la meritocrazia. Se non fosse stato per Maria che mi ha offerto quella platea io in Italia sarei ancora preso a pernacchie, perché sono una persona che si è fatta da sola e che è andata via dall'Italia molto presto. Poi da noi si parla molto, in Inghilterra si punta più alla sostanza, si va alla radice del problema. In Italia il formalismo sorpassa ogni cosa: i programmi televisivi durano più di tre ore, mentre l'X Factor inglese dura un'ora e mezza.
Qual è la differenza principale tra Inghilterra e Italia?
Da loro, l'arte e la cultura, grazie al fatto che non esistono sovvenzioni, vengono apprezzate. C'è un forte rispetto del prodotto culturale anche a livello imprenditoriale, e infatti da Colin firth agli One Direction, l'Inghilterra "esporta" moltissimo. Da noi si danno soldi a certe opere ma la musica è vista come una cosa da poco. E poi noi siamo pieni di scuole mentre là non esistono. Il nostro è un Paese di laureati che non sanno fare nulla. Il produttore più importante italiano del momento è Benny Benassi, che ha fatto il disco di Madonna. Negli Usa, perché in Italia non lo calcola nessuno.
Nessuna speranza quindi?
Il punto è che in questo modo il nostro è diventato un Paese di e per vecchi. Per questo il mio sogno adesso sarebbe fare "Old Factor". Secondo me di ultracinquantenni pieni di talenti ce ne sono un sacco...
