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Diritti LGBTQ+, nelle scuole italiane iniziano (lentamente) a comparire carriere “alias” e bagni “neutri”

Ma nelle scuole il clima non è ancora del tutto inclusivo. Circa la metà dei giovani raggiunti da un sondaggio di Skuola.net rivela di non affrontare mai in classe temi come l’identità di genere e l’orientamento sessuale

madrid, lgbt, pride
-afp

Gli studenti italiani sono in gran parte favorevoli al riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQ+ anche a scuola.

Un’esigenza già emersa con forza durante le proteste dello scorso autunno-inverno, sfociate poi negli Stati Generali della scuola, con le richieste volte a “includere” ancor di più le persone LGBTQ+ nella comunità scolastica, come l’introduzione della carriera “alias” e dei bagni “neutri”.

E che viene ribadita da un’indagine condotta dal portale Skuola.net in occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia (17 maggio).  Tra i 1.800 alunni di istituti secondari di secondo grado intervistati, infatti, ben il 58% si dice assolutamente d’accordo con una decisa estensione dei diritti degli studenti LGBTQ+. A cui si aggiunge un altro 25% che si mostra tendenzialmente a favore.


 


In molte classi i diritti civili sono ancora un argomento "da evitare"


 


Ciò nonostante, in molti istituti si parla ancora a stento di queste tematiche: quasi la metà delle ragazze e dei ragazzi coinvolti dal sondaggio (44%) rivela che, nella propria scuola, temi come l’orientamento sessuale e l’identità di genere siano poco considerati. Sempre meglio di quel 34% che racconta che nel proprio istituto questi argomenti sono quasi un tabù. Alla fine, solamente 1 su 5 ha frequentemente occasione di parlarne in classe.


 


Ma anche tra gli studenti non tutti la vedono allo stesso modo. Se, come anticipato, oltre 8 su 10 sono del tutto o in parte pronti alla svolta, il resto (17%) è invece diviso tra chi è “tendenzialmente contrario” e chi invece è assolutamente contrario. Un atteggiamento questo, che in parte è figlio dell’aria che si respira tra le mura domestiche: solo il 16% degli studenti conferma infatti di avere genitori che sostengono la causa, contro un buon 32% che invece dichiara un’avversità dei propri famigliari all’inclusività scolastica delle persone LGBTQ+. Infine, c’è da considerare anche un timido 19% che rivela di non parlarne affatto in famiglia.


 


Qualche piccolo passo in avanti è stato fatto


 


Partendo da queste premesse si può comprendere meglio perché, per quanto riguarda l’estensione e il riconoscimento di alcuni diritti alla comunità LGBTQ+ nelle scuole, se molto è stato fatto, ancora tanto c’è da fare. Parliamo, ad esempio, dell’ormai famigerata carriera “alias” per gli studenti che non si riconoscono nei generi “maschio” o “femmina”. Appena il 10% dice che è stata attivata nella propria scuola. La metà degli intervistati (50%), al contrario, afferma che, pur essendo potenzialmente sfruttabile da qualche alunno, non c’è e non è prevista a breve l’attivazione di questo strumento. Tutti gli altri dicono di non avere informazioni a riguardo o di non avere compagni di scuola che ne potrebbero avere bisogno.


 


Inoltre, laddove la carriera “alias” è stata attivata, l’iniziativa è stata quasi sempre degli studenti: nel 77% dei casi con richieste specifiche, mentre un timido 13% ha confermato di aver manifestato per l’ottenimento di questo strumento. Stesso discorso per l’introduzione di bagni “neutri” nelle scuole. Solamente il 17% li ha a disposizione, mentre il 72%, anche a fronte di potenziali utenti, non ha trovato una scuola ricettiva. E quasi sempre ci si è arrivati dopo accese proteste (32%) o quantomeno una richiesta formale (58%). Appena 1 scuola su 10 è arrivata a queste decisioni in autonomia.


 


La piena inclusività è lontana da venire 


 


Eppure i numeri ci dicono che l’argomento non dovrebbe passare così in sordina. Perché più della metà dei sondaggiati conferma la presenza di persone omo/bi/transessuali nella propria scuola, con il 18% che rivela di fare anch’esso parte della comunità LGBTQ+. E, stando alle loro risposte, è facile anche delineare la situazione che queste persone vivono all’interno degli edifici scolastici. Solo per il 28%, nella propria scuola, c’è un clima di inclusività e integrazione verso la comunità LGBTQ+. Mentre più della metà (53%) non nasconde il verificarsi di alcuni episodi di dissenso e discriminazione. Senza sottovalutare quel 19% che rivela di frequentare una scuola in cui ci sono frequenti episodi di esclusione.


 


Dalle testimonianze dei ragazzi emerge pure che nelle scuole non sono assenti veri e propri atti di intolleranza. Quasi 2 su 3 non hanno mai assistito a scene di violenza omofobica, fisica o verbale che sia. Ma circa 1 su 4 rivela di essere a conoscenza o di aver assistito, seppur raramente, a episodi del genere; mentre 1 su 10 parla di violenze frequenti. E, come come se non bastasse, laddove si sono registrati episodi di violenza reiterata, quasi sempre sembra che la scuola non abbia preso provvedimenti di rilievo: nel 39% dei casi non è stato fatto nulla, mentre per il restante 38% si è trattato solo di un rimprovero verbale; appena il 18% degli intervistati parla di sospensioni a danno dei responsabili.


 


Le proposte degli studenti per dare un'accelerazione al cambiamento


 


Ricapitolando, il quadro appena illustrato ci dà in qualche modo la misura di quanto sia stato fatto finora nelle scuole in materia di diritti LGBTQ+. E, come testimoniano i diretti interessati, vale a dire gli studenti, c’è bisogno di un’accelerazione. In che modo? Prima di tutto gli alunni cercano il dialogo: vogliono essere ascoltati e compresi. Ecco perché tra le proposte avanzate attraverso il sondaggio di Skuola.net, prima fra tutte troviamo l’introduzione di “giornate a tema” e di “sportelli di ascolto con esperti”. E, in linea più generale, lo scopo è quello di favorire il dibattito. Della serie: più se ne parla, meglio è. Una campagna di sensibilizzazione che investa in toto il mondo scuola, con “corsi di formazione per i professori”, per “testare la loro inclusività”. In quest’ottica, fondamentale sarebbe “l’intervento delle persone LGBTQ+” con lo scopo di tenere corsi e portare come esempio le loro esperienze personali. In generale, quello di cui più soffrono gli studenti è l’assenza di un reale dibattito negli istituti che li coinvolga su una tematica che non può più passare in secondo piano. “Smettere di evitare l’argomento” è stata tra le frasi più citate dagli alunni, facendoci intuire come alcune barriere sociali siano ancora perfettamente in piedi.


 


“La maggioranza degli studenti vuole una scuola più inclusiva e attenta ai diritti LGBTQ+. Si tratta di una generazione che ha il desiderio di affrontare temi che fino a qualche tempo fa erano tabù e di scardinare questi ultimi una volta per tutte. La scuola ha il dovere di accogliere questa esigenza e di dare agli studenti l’approfondimento che chiedono, anche se questo vuol dire, per qualche lezione, lasciare indietro il programma scolastico. Anche se in realtà questo non sarebbe neanche necessario visto che l’argomento dei diritti civili potrebbe naturalmente rientrare all’interno dell’educazione civica. Nel frattempo aumenta la diffusione di strumenti come le carriere alias, che permettono a chi affronta una transizione di poter essere indicato sui documenti ufficiali in maniera diversa rispetto alla carta d’identità, oppure i bagni dedicati agli studenti non binari. Spesso, però, più per richiesta specifica degli studenti che per iniziativa della scuola”, così Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net.


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