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LʼItalia è il secondo Paese al mondo per numero di persone sotto scorta

Cʼè chi ne ha davvero bisogno e cʼè invece chi non vuole rinunciarvi: in arrivo un nuovo decalogo per evitare gli sprechi e lʼinsofferenza dei cittadini rispetto a un "privilegio"

L'Italia è il secondo Paese al mondo per numero di persone sotto scorta

La percezione secondo la quale in Italia c’è un alto numero di persone alle quali è stata assegnata una scorta è corretta. Sono 800 per la precisione, tanto che il nostro Paese è il primo in Europa e il secondo nel mondo dopo gli Stati Uniti, i quali però contano anche 200 milioni di abitanti in più. Il problema non è ridurre i costi, o la quantità di cittadini sotto protezione, ma utilizzare meglio fondi e risorse. L’obiettivo è migliorare il servizio, tagliare gli sprechi e dare risposta alle insofferenze della cittadinanza, alla quale la scorta appare spesso come una sorta di status symbol.

La situazioneA fare i conti ci pensa Il Messaggero. Ottocento le persone sotto scorta, fra magistrati, politici, imprenditori, giornalisti e altre personalità. Tremila gli agenti delle forze dell’ordine impiegati. Duecento i milioni di euro che lo Stato spende per garantire questo servizio, 50 in meno rispetto al 2017, dopo che il ministero dell’Interno ha iniziato a rivedere il sistema. Il problema però è che al di là dei numeri, garantire alle persone di svolgere il proprio lavoro ed esprimere le proprie idee in tutta sicurezza è importante. Ne va della tenuta stessa di un Paese democratico. Il punto non è infatti togliere la scorta, ma utilizzarla meglio. Ad esempio, riorganizzando i "reimpieghi": agenti che accompagnano una persona solo per un breve tratto, dalla stazione o dall'areoporto a un palazzo istituzionale, e poi passano ad occuparsi di un altro scortato, sempre e solo per accompagnarlo da un luogo A a un luogo B. Dai 40 ai 60 sono il numero di servizi di questo tipo, garantiti dalla sola Questura di Roma.

La revisioneSono i servizi saltuari a essere nel mirino del ministero degli Interni. In effetti, si tratta di un sistema massacrante per chi deve garantire la sicurezza, che si trova ogni volta di fronte a una persona che non conosce, non sa a quale tipo di pericolo è sottoposta e come organizzare al meglio la protezione. Gli agenti sono sottoposti continuamente a un elevato stress psico-fisico e gli scortati non possono essere seguiti al meglio. L’idea di occuparsi di meno persone, ma gestirle meglio. Lo aveva già fatto il governo Renzi, ma ora rincarano la dose Movimento 5 Stelle e Lega: si chiede maggior senso di responsabilità a ministri e sottosegretari nell'utilizzo delle cosiddette auto blu, che contribuiscono inoltre a creare insofferenze nei cittadini per quelli che sono visti come privilegi della classe governante. Una stretta più concreta è necessaria, poi, non solo a livello nazionale, ma anche e soprattutto locale. Meno di un anno fa, nelle regioni del sud si contava circa un auto (e un autista) ogni 100mila abitanti.

Il nuovo decalogoQuello che si vuole fare è mettere ordine. Da un lato ci sono le persone in gravi situazioni di pericolo, alle quali va garantita il massimo livello di sicurezza. Dall’altro, c’è chi non avrebbe ragioni concrete per vedersi assegnata una scorta, ma sembra non volervi rinunciare. Una situazione che confonde i cittadini e verso la quale monta la loro insofferenza: soldi pubblici sprecati, sirene spiegate e auto blu che fanno passare l’idea di un privilegio più che di una necessità. E allora, si cambia: basta sirene e passaggi con il semaforo rosso, a meno che non sia strettamente necessario. Basta anche a buste della spesa portate dagli agenti. Bisognerà rispettare il protocollo e segnalare le anomalie ai superiori, oppure si rischia di incorrere in sanzioni o, addirittura, nel licenziamento. Saranno gli agenti a capire di volta in volta quali accorgimenti vanno adottati e a scegliere, ad esempio, di utilizzare la corsia d’emergenza solo se il caso lo richiede. Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di polizia, ha le idee chiare: "Lo Stato deve trasmettere ai cittadini l’idea che le scorte si assegnino solo a chi effettivamente è in reale pericolo di vita".

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