esame in aula

Manovra, alle 15 il voto di fiducia al Senato

Momenti di tensione quando il governo ha chiesto la fiducia. L'annuncio è stato accompagnato da fischi e proteste da parte della Lega. Il presidente Schifani ha annunciato provvedimenti

21 Dic 2011 - 23:47
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Il presidente del Consiglio, Mario Monti, interverrà alle 12,30 in Senato sulla manovra economica. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di palazzo Madama. La discussione generale sulla fiducia inizierà in Aula alle 9, mentre alle 13 inizieranno le dichiarazioni di voto e intorno alle 14,10 la chiama nominale dei senatori per il voto di fiducia. L'esito del voto è atteso intorno alle 15.

Momenti di tensione quando il governo ha chiesto la fiducia. L'annuncio è stato accompagnato da fischi e proteste provenienti dai banchi della Lega. La seduta è stata poi sospesa. Il presidente del Senato, Renato Schifani, dopo aver espresso "amarezza e indignazione" per le contestazioni, ha annunciato che "ai singoli soggetti che si sono resi protagonisti verrà irrogata la censura".

Il decreto salva-Italia sarà convertito definitivamente in legge e consentirà di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013.

Durante la giornata, nell'aula di Palazzo Madama, la Lega ha dato battaglia ricorrendo ai toni forti, ma anche facendo baccano a suon di fischietti quando il ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, ha chiesto la fiducia sul testo. Dura la reazione del presidente di Palazzo Madama, Renato Schifani: "Questa non è un'arena. E' l'aula del Senato. E' uno scempio al Parlamento".

Nel frattempo, in un altro Palazzo, a poche centinaia di metri dal Senato, il Ggverno ha incassato l'assenso alla manovra da parte delle Regioni, dopo una intesa sul Trasporto Pubblico Locale.

Il Carroccio è andato all'attacco, iscrivendosi in massa alla discussione generale che poi ha impegnato l'aula per tutta la giornata. Prima che iniziasse il dibattito Roberto Calderoli ha presentato una pregiudiziale di costituzionalità contro il decreto: secondo i leghisti il decreto non sarebbe costituzionale perché "figlio di un governo non legittimo" non uscito dalle urne. Tesi respinta dal Pd, che con Stefano Ceccanti ha ricordato l'appoggio della Lega al governo Dini (quello del ribaltone del 1996) e la disponibilità a sostenere un eventuale governo Alfano.

Sono volate parole forti, come la quasi minaccia di Calderoli al premier, chiamato "ragionier Monti" da tutti i parlamentari leghisti: "Presidente Monti - ha detto l'ex ministro leghista - si ritiri, dia le dimissioni, perché diversamente ci sarà tanta gente, operai, pensionati, piccoli imprenditori, che la verranno a prendere a casa". Ma un po' tutti i senatori della Lega sono ricorsi a parole pesanti contro il decreto, definito da Giuseppe Leoni "olio di ricino" per i cittadini mentre Rosi Mauro ha più volte tuonato "vergogna, vergogna".

Ma intanto a Palazzo Cornaro, a pochi passi da Palazzo Madama, il ministro Piero Gnudi incassava l'importante accordo con i presidenti delle Regioni. Il finanziamento al trasporto pubblico locale salirà da 1,2 a 1,6 miliardi, con l'integrazione che potrebbe arrivare con il decreto milleproroghe o in un altro provvedimento imminente. Subito dopo e' arrivato anche il parere positivo delle Regioni alla manovra. La prima volta dopo che nelle precedenti manovre di Tremonti il giudizio era stato sempre negativo.

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