A CENA CON LA SLA

Mais, la danza oltre la malattia: "Anche se sono fermo sogno il movimento"

Nella videoserie "A cena con la SLA" la storia del ballerino e coreografo di fama internazionale: dall'amore per l'Italia alla pizza napoletana, fino a quel movimento che resta vivo nella mente

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"Anche se sono fermo, io sogno il movimento". C'è tutta la forza di una vita in questa frase di Mais Nouriev, ballerino e coreografo professionista di fama internazionale, recentemente scomparso e a cui è dedicata la videoserie "A cena con la SLA", promossa da AISLA e Slafood con il contributo scientifico dei Centri Clinici NeMO e il supporto non condizionante di Zambon. Una storia che non cerca di nascondere la malattia, ma che sceglie di raccontare ciò che resta: l'arte, i ricordi, l'energia di chi continua a creare anche quando il corpo non risponde più.

Nato in Azerbaigian e formatosi anche in Russia, Mais è arrivato in Italia e l'ha fatta sua. Non solo come tappa professionale, ma come luogo di studio, di cultura, di vita. "Per me è stata importantissima per l'arte e per la storia: noi studiamo la storia italiana", racconta nel video. Accanto a lui, sempre, Naza: compagna di vita e d'arte, musicista e insegnante di pianoforte.

Napoli come casa e la pizza che racconta l'ospitalità

 "Il cibo mi dà sempre energia e sorriso". Per Mais la tavola è stata fonte di allegria, un modo per conoscere l'Italia città per città. "La cucina italiana è famosa in tutto il mondo", spiega nel video, ricordando i viaggi di lavoro lungo la Penisola: "Ogni zona aveva il suo sapore". Il suo piatto del cuore è la pizza napoletana, quella "fatta nel forno". E anche in quel gesto semplice — "vedere la pasta che preparano davanti a te" — ritrova l'istinto dell'artista: "Ho dedicato persino una coreografia".

Napoli ha un posto speciale nel suo racconto. "Mi sembrava uguale al mio Paese: mare, città". Il ricordo della prima visita con Naza è nitido: "Si è messa a piangere: 'Guarda è come il nostro Paese. Ospitalità, amicizia'". Un legame profondo, che va oltre il palcoscenico e diventa riconoscimento di casa in un posto lontano.

Ma in questa serie la tavola è anche una sfida: la SLA può rendere più complesso alimentarsi e vivere la convivialità con leggerezza, anche a causa della disfagia – la difficoltà a deglutire – presente in 3 casi su 4. È qui che “A cena con la SLA” sposta lo sguardo oltre la malattia, lasciando in primo piano ciò che una persona resta anche quando tutto cambia e trasformando il cibo da ostacolo a simbolo di coraggio e resistenza. La videoserie segue tre protagonisti: oltre a Mais, racconta le storie “fuori menù” di Catia e Stefano. Tutti partono dal proprio piatto del cuore per condividere passioni, difficoltà quotidiane e sogni che continuano, anche oltre la malattia.

Quando il corpo si ferma, l'arte continua

 Mais racconta la danza come un'emozione assoluta: mentre ballava "sentiva la sua anima cantare". La sua era una filosofia dell'improvvisazione: "Danza, musica, pittura, canto… tutto davanti al pubblico, senza prepararsi prima". Poi è arrivata la SLA, che lo ha costretto all'immobilità. Ma lui ha continuato a sognare coreografie, a pensare movimento.

"Una persona che praticava yoga mi diceva: 'Nel fermo, cerca il movimento'", racconta. E lui quel movimento lo cerca nelle poesie — componeva versi e recitava a memoria autori del suo Paese — nella musica, nelle immagini. "Quando chiudo gli occhi per dormire, sogno danza ogni giorno. In quei sogni io vivo".

Si era comprato un pianoforte e un sintetizzatore. Intonava canzoni italiane come "Volare". "Non per i concerti: per me". Anche quando la voce non segue più come prima, resta la necessità di esprimersi, di non fermarsi. È questa la potenza della storia di Mais: non cerca scorciatoie retoriche, ma racconta la SLA senza farsene definire. E lascia vedere che l'arte, quella vera, non si ferma mai.

I contenuti di questa pagina sono stati prodotti in collaborazione con Zambon