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Diossina, "Maiali italiani genuini"

Allevatori: "Da noi doppi controlli"

07 Gen 2011 - 18:24
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Per capire quello che mangiamo dobbiamo sapere come viene prodotto. Questo avviene anche per la carne. Se in Germania il problema dei maiali alla diossina era dettato dalla contaminazione dei mangimi, Achille Arzani, allevatore e consigliere di Coldiretti con delega alla suinicoltura per la provincia di Pavia, spiega al Tgcom perché una situazione analoga non potrebbe verificarsi in Italia.

Arzani, lei è allevatore e rappresentante di categoria, ci spiega cosa succede negli allevamenti italiani? Quali sono i controlli?
In Italia i controlli sono ferrei e, nel caso dei consorzi di eccellenza come Parma e San Daniele, addirittura doppi.

In che senso?
Per tutti c'è il controllo dell’Asl che va dai mangimi fino alle carni macellate, inoltre se un allevamento è iscritto a uno dei due consorzi sopracitati, deve rendere conto di ulteriori e ben più severe verifiche. Queste vanno dalla selezione delle materie prime dei mangimi, alla genetica degli animali e all’analisi dei reni e del fegato degli animali macellati. Questo è uno dei motivi per cui posso garantire che le carni italiane sono sicure e genuine. Bisogna inoltre tenere conto del fatto che per fare i prosciutti si usa solo la coscia del maiale, mentre tutto il resto finisce sul banco della macelleria.

E' chiaro che davanti a tanto controllo qualitativo, quella carne è più che genuina. Il problema tedesco partiva però dai mangimi, più precisamente dalla parte grassa vegetale di questi. In Italia cosa succede?
Dico subito che la diossina si trova in elementi che hanno subito una combustione. Perché faccio questa premessa? Prendiamo come esempio gli oli esausti da frittura. In quegli oli si genera diossina e all'estero può capitare che la frazione grassa con cui si cerca di integrare l’apporto di proteine vegetali venga raggiunto integrando i mangimi con questi prodotti. Questo è avvenuto in Olanda, ma in Italia non si fa. A maggior ragione se si è membri dei consorzi, ma in ogni caso è molto difficile. Noi siamo obbligati a fare ricorso a materie nobili come mais, orzo, crusca, soia e siero di latte di derivazione casearia. Non possiamo utilizzare nemmeno sottoprodotti come le bucce dei pomodori o delle patate, figuriamoci gli oli usati dai ristoranti.

Quindi la braciola italiana è sicura?
Direi di sì. Noi stiamo cercando di indirizzare il consumatore a interrogarsi sulla provenienza delle carni che vengono acquistate. Ad esempio: tutti comprano il salame, ma sarebbe giusto chiedersi cosa c'è dentro quel salame che si sta comprando.

Francesco Cremonesi