Il Clinton che verrà
Jfk gli ha affidato il discorso chiave
0bama chi? C'è chi scherza: siccome si candida a Chicago, con tutti gli irlandesi che ci sono da quelle parti, farebbe meglio a chiamarsi 0'Bama. Altri incrociano le dita perché gli avversari non si mettano a storpiare in Osama. Barack Obama, 42 anni, è il "keynote speaker", l'oratore cui è affidato il discorso chiave della Convention di Boston. Tocca a lui dare, martedì sera, il la politico all'assise democratica. A sceglierlo, a sorpresa, per questo ruolo è stato lo stesso John Kerry, dopo averlo sentito parlare, nel corso di un'iniziativa elettorale locale. "E' vero, è ancora uno sconosciuto, ma ha carattere, carisma, farà molta strada, perché aspettare?, lanciamolo subito", avrebbe detto. "Crediamo che rappresenti il futuro del partito", spiega Stephanie Cutter, la direttrice per la comunicazioni della sua campagna. Lunedì era di turno il passato: Bill Clinton e Hillary (che potrebbe diventare futuro solo se Kerry dovesse non farcela). Oggi tocca al "volto nuovo". Fresco, giovane, nero, con un'intensità e un sorriso accattivante che ricordano quello di Sidney Poitier.
La scelta non sembra aver convinto le network tv nazionali, che hanno deciso di non passare il discorso in diretta. Si chiede perché Kerry abbia deciso di puntare su una figura che non ha notorietà nazionale, non è nemmeno ancora senatore o governatore, non rappresenta nemmeno uno Stato in bilico (per gran parte del secolo scorso l'Illinois era stato un classico Stato "pendolo", in 22 presidenziali su 25 aveva votato per il vincitore, democratico o repubblicano che fosse, ma l'ultima volta era andato, controcorrente, nettamente ad A1 Gore, e viene ora considerato piuttosto sicuro per i democratici). Una ragione ovvia è che è nero. L'altra è che consente a Kerry di controbilanciare l'accusa di non avere sinora fatto molto per entusiasmare l'elettorato di colore, dandolo forse un po' troppo per scontato ("Gli tende la mano, è importante, perché in qualche modo il destino del partito democratico è legato alla sua crescita nella base tra le minoranze", il commento del reverendo Jesse Jackson). Un'altra potrebbe essere il modo in cui Obama aveva stravinto lo scorso marzo le primarie democratiche per la candidatura al seggio senatoriale dell'Illinois. Primo col 53 per cento su ben 7 candidati. Smentendo i pronostici che lo davano un po' troppo nero per piacere agli abitanti dei quartieri residenziali e ai "colletti blu" di Chicago e un po' "troppo poco nero" per piacere a quelli dei quartieri neri.
La versione black del bianco Edwards
In realtà, nero lo è solo a metà. Figlio di uno studente di economia venuto a studiare in America dal Kenya, e di un'americana bianca del Kansas (i genitori si erano conosciuti all'Università delle Hawaii, il padre era tornato a fare l'economista a Nairobi, la madre si era risposata con un indonesiano), Barack era stato cresciuto dai nonni materni. A Chicago era approdato dopo essersi laureato alla prestigiosissima Columbia University, per fare "l'avvocato dei poveri". In un certo senso è la versione nera del bianco John Edwards. Non corrisponde a nessuno degli "stereotipi" del politico americano nero. Il che contribuisce a farne un "candidato" da sogno, che riesce a trovare ascolto nei suburbi bianchi quanto nei quartieri poveri. Infine potrebbe pesare l'elemento che è fortunato, dote che già Machiavelli considerava decisiva per i politici: il suo avversario repubblicano, un miliardario, ma con "coscienza sociale", che si chiama Jack Ryan (come il protagonista dei romanzi di Toni Clancy, e per giunta dall'aspetto fascinoso come Kevin Costner che li ha interpretati sullo schermo) ha dovuto improvvisamente rinunciare travolto da una faccenda di sesso.
Obama aveva 22 punti di vantaggio sul rivale prima che questi abbandonasse, ma ora si trova praticamente solo verso il traguardo di diventare a novembre l'unico senatore Usa nero (dalla guerra civile in poi ne sono stati eletti solo altri due), e per giunta quello che potrebbe dare la maggioranza ai democratici.
Talvolta i keynote speech e i loro autori sono finiti nell'oblio. Altre volte hanno dato più notorietà a chi li pronunciava di quanto ne avesse lo stesso candidato. E' il caso di quello pronunciato nel 1984 da un governatore in carica da appena un anno e mezzo: Mario Cuomo. Non impedì che ad essere rieletto fosse Ronald Reagan, ma il capolavoro servì a proiettarlo per molti anni come il candidato presidenziale democratico in pectore, anche se finì per non candidarsi mai. Alla stessa Convention si ricorda come disastroso, per la noia, il discorso affidato al più giovane governatore di allora: Bill Clinton. Che però non gli impedì di essere candidato e vincere le elezioni la volta dopo.
