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Usa: altri 120mila uomini in Iraq

Cambio di rotta nelle strategie Usa

05 Mag 2004 - 23:13

Il Pentagono ha annunciato che, entro fine aprile, invierà nel Golfo altri 100-120mila uomini. Le nuove truppe si uniranno ai 125mila soldati già presenti in Iraq. La notizia giunge da autorità militari di Washington. I rinforzi, in arrivo dall'America vanno a costituire la seconda ondata d'invasione: la 4/a Divisione di fanteria ad alta tecnologia raggiunge il Kuwait, prendendo il posto della 101/a Divisione, che ha varcato il confine con l'Iraq.

La decisione del Pentagono, che deve essere ancora annunciata ufficialmente e messa a punto nei dettagli, segna una correzione di rotta alla strategia della guerra in Iraq. La mobilitazione complessiva, solo americana, raggiungebbe in questo modo i 400 mila uomini, più di quanti ne erano stati impiegati prima Guerra del Golfo nel 1991. Il Pentagono ha preso atto evidentemente che il conflitto sarà lungo e già pensa all'avvicendamento delle forze in campo, nell'immediato sufficienti sul terreno, ma che non garantirscono la tenuta della pressione militare a medio termine.

A Washington, la decisione di spingere la mobilitazione oltre i livelli attuali dissipa un po' di nebbia sull'andamento futuro del conflitto. Nessuna incertezza era però presente alla Casa Bianca sull'esito finale: il comandante in capo, il presidente George W. Bush, ripete "andremo avanti fino in fondo, non importa quanto tempo ci vorrà" e realizzeremo i nostri obiettivi, disarmare l'Iraq e rovesciare il regime di Saddam Hussein. L'ipotesi di "cessate il fuoco" (fatta dall'Arabia saudita), viene esclusa dall'amministrazione Bush: il segretario alla difesa Donald Rumsfeld la scarta senza appello, proprio nel giorno in cui accusa le dimissioni del suo principale consigliere, Richard Perle, un "falco" che se ne va per conflitto d'interessi, non per dissensi politici.

Il consiglio di guerra al vertice fra il presidente Bush e il premier britannico Tony Blair consegna la sensazione di un asse fermissimo, appena scalfito dalle divergenze sul ruolo dell'Onu nel dopoguerra e nella ricostruzione. Ma, poi, dal Palazzo di Vetro di New York, viene un segnale d'ottimismo: c'è un accordo sulla ripresa del programma "oil for food", petrolio in cambio di cibo, che potrebbe essere finalizzata nelle prossime ore. Sul fronte della strategia, la mobilitazione del 100 mila è una risposta agli interrogativi se le capacità militari delle truppe irachene, e soprattutto dei Fedayn "irregolari", non siano state sottovalutate; e se ci sia bisogno di rafforzare l' apparato offensivo.

Ci si domanda anche se sia giusto puntare su Baghdad, con il timore che la capitale dell'Iraq si trasformi in una "Stalingrado araba" dell'asse occidentale. I generali dell'Amministrazione negano che ci siano cambi di strategia, parlano di "aggiustamenti". E, insistono che le operazioni sono "in anticipo sul previsto", anche se non si sa quanto dureranno. Dall'America, dall'Europa, in particolare dall'Italia, arrivano le avanguardie dei "nostri": rinforzi previsti, che vanno ad aprire un nuovo fronte - la 173/a brigata aviotrasportata di stanza a Vicenza, che scende nel Kurdistan iracheno -, o che vanno a costituire la seconda ondata d' invasione - la 4/a divisione di fanteria ad alta tecnologia, che si sposta dal Texas al Kuwait, mentre la 101/a Divisione aviotrasportata le fa posto, varcando il confine ed entrando in Iraq -.