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Economia debole, ripresa incerta

D'Amato:la fine della guerra ci aiuterà

06 Mag 2004 - 17:26

Confindustria conferma le previsioni del governo sulla crescita del Pil in Italia: nel 2003 ci fermeremo all'1% (da Palazzo Chigi si parlava di un più 1,1%). Le nuove stime arrivano dalla congiuntura flash del mese di aprile, in cui si sottolinea che l'intensità della ripresa internazionale resta ancora incerta, nonostante sia ormai finito il conflitto con l'Iraq.

Secondo Confindustria la congiuntura appare particolarmente debole nell'area dell'euro e sulla ripresa dell'economia internazionale dovrebbe pesare anche l'impatto negativo che la Sars potrebbe avere sulle economie asiatiche. "Nell'area dell'euro quest'anno la crescita si colloca attorno all'1%", si legge nella nota dell'Ufficio studi di viale dell'Astronomia, secondo cui "la ripresa dell'economia americana contribuirebbe non poco a risollevare la crescita dell'area dell'euro dall'1% ipotizzato per quest'anno al 2,4% circa del 2004".

Al momento, comunque, "la domanda interna rimane debole, e la caduta sui livelli del 1996 dell'indice di fiducia delle famiglie non lascia ben sperare in una ripresa a breve dei consumi privati. Inoltre, l'ulteriore apprezzamento del cambio (più 5% da inizio anno) non favorisce le esportazioni".

Tra i pochi aspetti positivi, la flessione del prezzo del petrolio, le cui quotazioni sono scese dai 34-35 dollari al barile del periodo precedente la guerra agli attuali 24-25 dollari. E se il valore resterà intorno a questi livelli, c'è anche la speranza che l'inflazione scenda sotto il 2% nell'area euro già nei mesi estivi.

In Italia l'attività economica, per Confindustria, accelererà "solo nella seconda metà del 2003", dopo un inizio anno caratterizzato da una sostanziale stagnazione dell'attività economica. Nel primo quadrimestre la produzione industriale è rimasta ancora debole (meno 0,8% la diminuzione congiunturale) e "una graduale accelerazione dell'attività economica, naturalmente legata al verificarsi della ripresa internazionale, dovrebbe cominciare a evidenziarsi a partire dal terzo trimestre di quest'anno".

Insomma, il futuro dell'economia non è roseo, ma qualche speranza di ripresa c'è. E su questo ha puntato il numero uno di Confindustria Antonio D'Amato nel suo intervento. Secondo il presidente degli industriali infatti la fine della guerra in Iraq potrà dare infatti nuovo slancio alla ripresa. "Un ciclo negativo" ha detto "non può avere una durata indefinita e le imprese stanno investendo molto, hanno aspettative alte".

Quanto alle stime sulla crescita, D'amato ha detto che in questo momento è difficile fare previsioni. "Stiamo fronteggiando una serie di terremoti", ha osservato, ricordando l'11 settembre, la bolla speculativa negli Usa, le guerre in Afghanistan e in Iraq e l'epidemia di polmonite atipica. Ma, aggiunge, "un ciclo così negativo non può avere una durata indefinita, e l'Europa ha voglia di uscire da questa fase di incertezza".

Il presidente di Confindustria è poi intervenuto anche sul tema pensioni, dicendo che la decontribuzione consente di ridurre "strutturalmente" un cuneo contributivo e fiscale "iniquo". E' un fattore quindi a cui non si può rinunciare, diversamente da quanto richiesto dai sindacati. Attraverso la decontribuzione, secondo lui, si consentirebbe ai giovani di "cumulare una ridotta pensione pubblica e una crescente pensione privata con una copertura previdenziale superiore a quella attuale". Si tratterebbe in sostanza di una "via obbligata" in considerazione della sostenibilità dell'attuale sistema previdenziale da parte dei conti pubblici, e anche i una "buona soluzione", per consentire a ciascun lavoratore di "personalizzare" la propria copertura previdenziale". In questo senso si può parlare, aggiunge, di "spazio di libertà". La riforma previdenziale, secondo D'Amato, deve essere concepita pensando a un "lavoratore più consapevole, con un livello culturale più alto rispetto a quello di trent'anni fa". Mentre sono in molti, sottolinea il numero uno di Confindustria, a pensare a un lavoratore "come quello uscito dal dopoguerra". La scelta di mettere mano al sistema previdenziale è comunque "una scelta urgente, che va affrontata senza drammatizzazioni ideologiche".